mercoledì 28 novembre 2007

Parole parole parole



Comincio col dire che Joann Sfar è uno che ha studiato filosofia. E si vede.

Siamo nell'Algeria del primo Novecento. Mojroum, il gatto del rabbino Abraham, divora il pappagallo di casa e acquista il dono della parola. E siccome le prime parole che la bestiola pronuncia sono parole menzognere (“Dov'è il pappagallo, Moujroum?” - “Se n'è andato. Una commissione urgente. Ha detto di non aspettarlo per cena”) il pio rabbino teme che il gatto possa mettere in testa delle strane idee a sua figlia Zlabya (dice Abraham: “La parola serve a descrivere il mondo, non a contraffarlo, diavolo”). Quindi le proibisce di frequentarlo. Secondo il rabbino, Mojroum, per poter restare accanto a Zlabya (che il gatto adora), deve avere un'istruzione religiosa che lo trasformi in un buon ebreo perché un buon ebreo non mente. Mojroum gli risponde che lui è solo un gatto "e per giunta, non so bene se sono un gatto ebreo o no. Il rabbino mi dice che sono senz'altro ebreo, poiché i miei padroni sono ebrei. Io gli dico che non sono circonciso. Lui mi dice che i gatti non vengono circoncisi”. Abraham vuole che il gatto studi il Talmud, la Torah, la, Mishnah e la Gemara. Ma Mojroum, decisamente, non è un buon cliente: è un gatto molto impertinente e polemico che se proprio dovrà essere ebreo, dice, dovrà avere il suo Bar-Mitzvah. Anzi, lo esige, il suo Bar-Mitzvah. Comincia così un'avventura che più esilarante non la si sarebbe potuta immaginare, perché il rabbino lo vorrà domandare al suo maestro, al suo rabbino, se per i gatti che parlano lo si possa celebrare, il Bar-Mitzvah. E quando andrà a chiederglielo si porterà dietro Mojroum, che non resisterà all'impulso di interloquire con il vecchio religioso. La disputa ad un certo punto verterà sulla differenza tra un gatto e un umano: Mojroum domanda quale sia. “Lui mi risponde che Dio ha fatto l'uomo a sua immagine. Io gli chiedo di mostrarmi un'immagine di Dio. Lui mi dice che Dio è una parola. Io dico al rabbino del rabbino che se l'uomo è simile a Dio perché sa parlare, io sono simile all'uomo”. Il gatto ama molto, molto poco, lo si capisce, chi professa certezze assolute.
Joan Sfar ha dichiarato in un'intervista di non poter accettare “lo sforzo di sistematizzazione che contraddistingue la tradizione del pensiero occidentale”. Sa bene, il nostro (non ve l'ho già detto che ha studiato filosofia?), che ogni grande sintesi, ogni totalità, comprime le dissonanze del mondo, e anche le sue benemerite diversità, nella compatta, e sempre fittizia, armonia della forma e del significato.
Sfar, ebreo per metà sefardita e per metà ashkenazita, è saldamente inserito in quella tradizione ebraica consapevole che, come dice il buon rabbino Abraham, “il logos consiste di tesi, antitesi, sintesi. Mentre il giudaismo è fatto di tesi, antitesi, antitesi, antitesi”. Il rabbino sa che il pensiero occidentale “mette dei nomi sulle cose, delle etichette, come per dire queste cose fanno parte del mio sistema, le ho capite”. E sa anche che “il tempo di nominare una cosa e lei è già cambiata, e il nome che le è stato dato ha già smesso di definirla con esattezza, e ci si ritrova in bocca delle parole vuote”.
Questo pure il gatto parlante non lo ignora, perché sa cosa significa vivere libero. E libero, tra le altre cose, di non dover per forza cercare dei significati ai fenomeni (visti gli studi compiuti dall'autore, la parola "fenomeni" deve intendersi come un omaggio) dell'esistenza. E ne è ancor più consapevole dopo aver cominciato a parlare. Nella bella postfazione al lavoro di Sfar, Emilio Varrà nota che la parola è in fondo “la prima forma di definizione del trascorrere della vita; (...) portatrice di divisioni e distinzioni. La prima ad apparire è quella tra verità e menzogna: ogni cosa detta ubbidisce necessariamente a una di queste due sfere, e come tale è giudicata”. La parola si mostra, nel libro, come motivo di contrasto, se non come tragedia (perché tale è, per il gatto, la sua forzata separazione dalla amatissima figlia del rabbino).

Non so se son riuscito a render bene l'idea, ma solo nella prima delle tre storie comprese ne Il gatto del rabbino (Rizzoli) c'è tutta questa complessità. Resa graficamente da un segno che può apparire povero, quasi tirato via (ma così non è) e da una grammatica della tavola semplice ed estremamente lineare. Un grande autore, dunque. E, per la cronaca, il gatto disegnato esiste davvero: si chiama Imhotep e proviene dalla Thailandia. E' questo qui sotto, in braccio al suo padrone, Joann Sfar.
Lettura consigliatissima a chi ama i gatti.

1 commento:

yodosky ha detto...

A me piacciono i gatti!