venerdì 18 gennaio 2008

C. E. Gadda Vs il kuce (da Eros e Priapo)





Ho deciso di dedicare un pezzo a Carlo Emilio Gadda perché in questi giorni è uscito L'ingegnere in blu di Alberto Arbasino (Adelphi – Piccola Biblioteca, pagg. 186, euro 11) che proprio a Gadda è dedicato. Lo leggerò senz'altro.


E insomma, ho voluto pubblicare in talkischeap una pagina del Gran Lombardo (come lo chiamò Giulio Cattaneo) che amo molto, tratta da quell'Eros e Priapo che secondo me è uno dei più bei libri che siano stati scritti su quel cromosoma degli italiani che si chiama fascismo.
Gadda cominciò a lavorarvi negli anni 1945-46, mentre era contemporaneamente impegnato con la stesura del Pasticciaccio. Sospese il lavoro per riprenderlo verso la metà degli anni Cinquanta: la rivista Officina, già nel suo primo numero, uscito nel maggio del 1955, ospitò alcune pagine del testo sotto il titolo Il libro delle furie. Perché Eros e Priapo è esattamente questo: un libro delle furie cattivissimo e violentemente polemico, un pamphet di taglio psicanalitico in cui Gadda non ha freni. Nel mirino dello scrittore soprattutto lui, Mussolini Benito da Predappio, e poi i gerarchi e i fascisti tutti, “si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzurulloni,di senzamestiere, dotati soltanto d'un prurito e d'un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il cortocircuito della cariera attraverso la “politica”: intendendo essi per politica i loro diportamenti camorristici”. Oltre al criminale romagnolo e ai suoi complici, è con le donne italiane che se la prende Gadda,. Donne che tanto hanno amato e bramato quel duce del fascismo che in Eros e Priapo viene insultato per pagine e pagine senza pietà alcuna (Batrace, Pirgopolinice, il Fava, il Bombetta, eccetera eccetera eccetera). Le donne, ah le donne: quanto bramavano il kuce! “Le care donne colsero così il salubre respiro del marito o del confidente, con il pensiero al kuce. Nel gioco pareva loro che fosse il kuce a governarle. Il kuce, il kuce in pelle e in siringa di Zefirino. (...) Le più pazze, le più prese dalla imago, non bisognavano marito, né ganzo, né drudo. Checchè. Gli bastava imaginare il kuce nell'atto di salvar la Patria per sentirsi salvate e pregne anche loro in compagnia della Patria. Una di codeste pazze riuscì a fare un figlio: col ritratto del kuce. Ed ebbe il pupo, al nascere, le quadrate mascelle del Mascellone, tanto che lo ricovrarono al Cottolengo. Dove il mostriciattolo pisciò, cioccolattò, crebbe e proferì apoftegmi: in tutto simili a quelli del padre”.


In tutto ciò gioca un ruolo, indubbiamente, la ben nota misoginia di Gadda. Ma c'è anche altro: ovvero la profonda convinzione dello scrittore che “la causale del delitto” - il ventennio, la guerra, la vergognosa sconfitta - fosse una causale non esclusivamente ma prevalentemente erotica “nel suo complesso: segna il prevalere di un cupo e scempio Eros sui motivi di Logos”. Ed è parimenti cosa nota che Gadda detestava i grandi amatori: si veda l'antipatia per Ugo Foscolo (leggere, per rendersene conto Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, 1967. Lo stesso anno della pubblicazione di Eros e Priapo) e per Napoleone Bonaparte.
Non una lettura facile, Eros e Priapo (la lingua adoperata dall'ingegnere è di tipo toscano-cinquecentesco, sappiatelo). Ma consigliatissima. Eccovene un assaggio.


Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fo tutt mè a fo tutt mè. Venuto dalla più sciapita semplicità, parolaio da raduno communitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, tolse ecco a discendere secondo fiume dietro al numero. A sbraitare, a minacciare i fochi ne' pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso, addoppiato di pallore giacomo-giacomo, cioè sulla cadrèga di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne a far correre trafelati bidelli a un suo premere di bottone su tastiera, sogno massimo dell'ex agitatore massimalista. Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d'un orango, ai pantaloni a righe, al tight, al tubino già detto, ai guanti bianchi del commendatore e dell'agente di cambio uricemico: dell'odiato ma lividamente invidiato borghese.


Con que' du' grappoloni di banane delle du' mani, che gli dependevano a' fianchi, rattenute da du' braccini corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a' bracci come le fussono morte e di pezza, e senza aver che fare davanti 'l fotografo: i ditoni dieci d'un sudanese inguantato. Pervenne. Alla feluca, pervenne. Di tamburo maggiore della banda. Pervenne agli stivali del cavallerizzo, agli speroni del galoppatore. Pervenne, pervenne! Pervenne al pennacchio dell'emiro, del condottiere di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: il simbolo e, più, lo strumento osceno della rissa civile: datochè a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de' chiassi tenebrosi e odorosi, e degli insidiosi malcantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi universe. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s'indorano radianti ostensorii. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, (di due rattratte mani scarafaggi al deserto), sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell'Islam, fattagli da' maomettani di via Durini a Malano.


Per la pompa e la priapata alessandrina. E la differenza la sapete bene qual è, la differenza che passa tra Lissandro Magno e codesto brav'uomo: che l'Alessandro Magno l'è arrivato (sic) ad Alessandria col cocchio: e lui c'è arrivato col cacchio. Si tenne a dugèn chilometri di linea. Riscappò via co' sua cochi e marmellate dell'ulcera, Scipione Affricano del due di coppe.

3 commenti:

lalligatore ha detto...

per omaggiare arbasino, aurore del libro di ricordi su c.e.g., vi lascio una sua lirica che ci induce tutti in riflessione:
TRICOLORE
mangio un pizza rossa
sono al verde
e vado in bianco

luciano ha detto...

Non esito ad ammetterlo: Gadda non riesco a leggerlo. Ho provato più e più volte nel corso degli anni, sia il PASTICCIACCIO che EROS E PRIAPO, LA COGNIZIONE e i RACCONTI ma la sua lingua così complessa e difficile mi sfugge, non ce la faccio a seguirlo. A piccoli bocconi mi può piacere e magari può anche entusiasmarmi ma più di una o due pagine mi danno un senso di agorafobia (o di claustrofobia?). E sì che amo altri autori dal linguaggio arduo (ad esempio D'Arrigo che mi manda in estasi col suo Horynus Orca). Ma Gadda proprio non ce la faccio.

Unknown ha detto...

Quando dici "ben nota misoginia" a chi ti riferisci? Chi è che ha parlato di misoginia in Gadda?