domenica 16 dicembre 2007

Vita nei boschi

Fino a poco tempo fa di Charles Burns conoscevo solo la copertina di Brick by brick, disco (dimenticabile) di Iggy Pop del 1990.


O meglio, conoscevo la copertina di Brick by brick, disco (dimenticabile) di Iggy Pop del 1990, senza sapere che fosse opera di Charles Burns. Ora lo so.
Burns ha iniziato a scrivere (...disegnare) The black hole nel 1994. E' uscita da poco nel nostro Paese, per i tipi di Coconino Press, l'edizione definitiva di quest'opera, raccolta in un unico volume di 367 pagine che ho appena finito di leggere.
Alcune recensioni ne parlavano come di un capolavoro assoluto e volete sapere una cosa? Non esageravano neanche un po'.
Charles Burns è venuto al mondo negli anni Cinquanta ed è cresciuto a Seattle, figlio di uno scienziato che in gioventù sognava di fare il cartoonist. Perciò, racconta l'autore, ebbe la grandissima fortuna di poter leggersi i fumetti in santa pace, senza avere qualcuno appollaiato sulla spalla a blaterare qualcosa come: “Guarda che leggere i fumetti ti farà marcire il cervello”. Burns è disposto poi ad ammettere volentieri che il cervello gli andò a male comunque. Son parole sue, eh... Se non ci credete, ecco qua: “My father's a scientist who once wanted to be a cartoonist. So I was able to read comics without being told they were going to rot my mind. As a result my brain rotted...". Talk is cheap, si sa. Ma non si raccontano bugie, da 'ste parti.
Di Charles Burns e del suo tratto si cominciò a parlare alla metà degli anni Ottanta, quando il nostro divenne una delle firme di Raw, la rivista di Art Spigelman. Da quel momento in poi la sua strada fu tutta in discesa. Attualmente è un illustratore di punta, negli States: ad esempio per Time, The New Yorker e The New York Times Magazine. Nell'ambito del fumetto suoi sono i personaggi di El Borbah, Spookyland, Big Baby e The black hole.


The black hole è una storia visionaria, cupa e disturbante. Racconta di un'epidemia che, trasmettendosi sessualmente, colpisce gli adolescenti di una città della provincia americana causando delle mutazioni fisiche più o meno mostruose. Se avete pensato ad una (scopertissima, invero) metafora dell'AIDS, non avete sbagliato. E' lo stesso Burns ad ammetterlo: “Obviously, the direct AIDS metaphor is there - there have always been sexual diseases floating around, but now there's a killer”. Non credo ci sia bisogno di tradurre.
L'autore sa (ricorda) bene che nell'adolescenza è proprio il sesso - e l'incertezza sulla propria identità sessuale - a causare le maggiori ansie.
The black hole, però, è una storia ambientata alla metà degli anni Settanta (diciamo attorno al 1974, visto che ad un certo punto uno dei personaggi presenta Diamond Dogs di David Bowie come un album nuovo di pacca), non negli Ottanta dell'esplosione (anche - e c'è pure chi dice soprattutto - mediatica) dell'AIDS. Si svolge quindi proprio al tempo dell'adolescenza del suo autore. E forse è proprio per questo che Burns riesce – nonostante tutta la tensione suscitata dalla narrazione, con quel senso di minaccia sempre incombente reso splendidamente da un profondo nero di china, e nonostante il disagio e il dolore vissuti dai suoi personaggi – a trasmettere una nostalgia struggente per quell'età della vita in cui, quando si ama, si ama per davvero.
Quando i ragazzi sono colpiti dal virus, si rifugiano nei boschi.
Bene, la cosa che mi è più rimasta addosso di The black hole - oltre al modo che ha Burns di guardare ai corpi dei suoi personaggi: uno sguardo che ricorda, in più occasioni, quello, raggelato e raggelante, di David Cronenberg - è la rappresentazione dei boschi.

Che non sono certo l'eden di cui raccontava quell'esploratore solido e fiducioso della wilderness americana che fu Henry David Thoreau (conoscete – ricordate – Walden? "Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiarne tutto il midollo...". Parole che avete già sentito, vero? Forse in Dead Poets' SocietyL'attimo fuggente di Weir?), ma luoghi pericolosi. Luoghi in cui camminare scalzi non si può proprio, perché si rischia di ferirsi la pianta del piede con qualche scoria della civiltà dei consumi.
No, nell'America di Burns non ci sono più le tribù degli indiani cattivi ad incombere sulle città dei pionieri, ma solo dei poveri mutanti, dei freaks emarginati.
Che però riescono, nonostante tutto, ad impazzire per amore.



3 commenti:

Felson ha detto...

Finito ieri di leggerlo. Bello e angoscioso.

Tic. ha detto...

Si, angoscioso.
Un capolavoro assoluto, però...
Ultimamente ho ripreso a leggere fumetti. Li avevo un po' sacrificati, e me ne pento.
Non starò necessariamente sulle ultime uscite, però.
Bentrovato, mr. felson. E buon anno nuovo.

Felson ha detto...

Grazie.
Hmmm... capolavoro forse no. Alla voce capolavoro metterei invece quell'Ice Heaven di cui hai parlato qualche giorno fa. Però Black hole si difende benissimo devo dire.
(il tuo blog l'ho scoperto per caso, cercando appunto informazioni sul lavoro di Chris Burns. Una più che piacevole scoperta)