lunedì 12 ottobre 2009

Di autobiografie e guru

Di questo libro molti di voi immagino abbiano già sentito parlare. Dopo essermelo letto mi sento di consigliarne la lettura. Autobiografia di una repubblica. Le radici dell'Italia attuale è uno di quei testi che aiutano a mettere in fila le cose belle e quelle brutte della nostra storia di italiani e a comprenderne il senso: noi eravamo quello, poi è successo questo e siamo diventati 'sta roba qua sotto.

“Dove affonda le sue radici l'Italia di oggi? Viviamo ancora in una fase di transizione, dopo il tracollo istituzionale e politico dei primi anni novanta, o si è delineato sotto i nostri occhi un approdo non effimero della vicenda repubblicana? Dove cercare le ragioni e le cause di esso: in un eterno «carattere nazionale» o nel confliggere - nel corso dell'Italia repubblicana e con una forte eredità nel fascismo – di modi diversi di «essere italiani»?”
Ovvero, sopravviverà il berlusconismo al suo papi fondatore?
Secondo Crainz, sì: e sarà molto duro liberarsene.
Così vi ho raccontato la fine del libro. Ma voi siate saggi: leggetelo ugualmente.

Se avete già avuto modo di apprezzare, in passato, qualche testo di Crainz, questo suo ultimo lavoro non vi deluderà. Si tratta di uno storico che sa leggere l'Italia contemporanea anche attraverso la lente della letteratura e delle canzoni, riuscendo quasi sempre a colpire e ad affascinare per l'intelligenza dello sguardo: in questo senso mi ricorda molto Silvio Lanaro (molto citato in Autobiografia di una repubblica, e non sarà mica un caso, nevvero?).
Non è, il nostro, un tifoso dell'ideologia dell'eterno «carattere nazionale» come ipotesi da cui partire per spiegare il disastro odierno, e lo dice da subito: si mostra perfettamente consapevole della difficoltà di sottrarsi al fascino del testo più citato nelle interpretazioni di lungo periodo della nostra storia nazionale - e cioè il Discorso sopra lo stato presente del costume degl'italiani, di Giacomo Leopardi - “senza considerare, naturalmente, le evocazioni della nostra congenita propensione al «particulare» o le multiformi argomentazioni di una antica e consolidata pubblicistica portata a insistere sui nostri tratti eterni”; è perfettamente consapevole della difficoltà di sottrarsi al fascino di certe sirene ( e che sirene!), dicevo, ma ci riesce secondo me in modo egregio e lo fa cercando semplicemente di restare ai nudi fatti.
Senza alcuna ipoteca ideologica di partenza, prova quindi a collegarli, 'sti fatti, e lascia che siano loro a parlarci: dal crollo del Fascismo alla nascita della Repubblica e alla ricostruzione del secondo dopoguerra; dal boom economico agli anni di piombo passando per il fatidico Sessantotto; dagli stupidissimi e davvero esiziali anni Ottanta del Craxismo trionfante su su fino a Tangentopoli e all'avvento di Berlusconi, Guido Crainz delinea la storia di una progressiva devastazione antropologica, di una bancarotta morale, di un disastro culturale, povera la Repubblica italiana, poveri noi.
La pagina più agghiacciante per il vostro affezionatissimo?
No contest: a un certo punto Crainz ricorda un'omelia di Eugenio Scalfari (in la Repubblica, 15 dicembre 1987). Sentite un po'.
L'uomo di successo che si è fatto da solo; il «clan» che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile (...); la sua ostentata ignoranza (...) per tutto ciò che è complicato e che va al di là dei sentimenti elementari, delle intuizioni primarie, del diritto di natura (...); a dirla in breve, si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità.
Scalfari stava parlando di 'sta roba qua sotto: voi che vi credevate?

Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l'esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico.

Non male il barbone, eh? L'argomento dell'editoriale in questione - Il nostro Guru del sabato sera - era Fantastico, spettacolo prodotto dalla Televisione di stato.
Bene: ora collegate un po' i fatti...

2 commenti:

yodosky ha detto...

Da qualche giorno in una trasmissione radiofonica che ascolto si discute sul fatto che gli italiani siano un Popolo di Merda (detta proprio così, da un intervento di Pansa che li ha definiti tali: e in quel momento ero completamente d'accordo con lui). Assicuro che in pratica tutti gli ascoltatori e ospiti sono d'accordo...

luciano ha detto...

Eh che palle, Tic. Pure gli stessi storici leggiamo e apprezziamo.