martedì 9 ottobre 2007

Blind Willie McTell (as himself)



Alessandro Carrera, uno dei massimi esegeti italiani dell'opera di Bob Dylan, ha scritto che BLIND WILLIE MCTELL è "una conversazione desolata fra Dylan e lo spirito della terra, condotta sull'orlo della fine del tempo, davanti alla concreta e terrificante possibilità che anche l'immortalità stia per morire".
Semplicemente, BLIND WILLIE MCTELL è la più bella canzone che sia mai stata scritta sul Blues. Quella che meglio ne coglie l'essenza. Lo spirito. Secondo me è di una pregnanza simbolica che lascia letteralmente senza fiato (e se dovessero decidere di assegnare il Nobel per la letteratura a Bob Dylan basterebbe questa come prova a carico).
Il famoso squilibrato di Duluth aveva deciso di escluderla (DI ESCLUDERLA!!!!) da "Infidels", il suo disco del 1983 (ricordo ancora quando lo comprai, appena uscito. E ricordo il bellissimo, visionario, videoclip che accompagnava "Jokerman", la canzone che lo apriva).
Per otto anni questo capolavoro è rimasto (più o meno) inedito (in realtà un nastro finì non so come nelle mani di Steve Wynn, il leader di quella band da sogno che furono i Dream Syndicate. Ne seguì una cover elettrica DA URLO).
Dylan incise BLIND WILLIE MCTELL il 5 maggio del 1983. O meglio, incise quel giorno la versione che, otto anni dopo, decise di pubblicare includendola nella prima uscita delle sue BOOTLEG SERIES (1-3). Non fosse abbastanza chiaro, lo ripeto: è, secondo me, una delle più grandi canzoni mai scritte da Sua Maestà Zimmerman (quindi, una delle più grandi canzoni DI SEMPRE).

Che dire di uno così? Di uno che tiene per anni nei cassetti una cosa simile? Che è completamente pazzo?


Blind Willie McTell era nato - una coincidenza casuale? - proprio un 5 maggio. Non si sa se del 1898 o del 1901. Non si sa nemmeno quale fosse il suo vero nome. Per Alessandro Carrera si chiamava Willy Samuel McTier. Per altri, Eddie McTier. Morì il 1 agosto 1959.
Nel 2003 è uscito un cofanetto su JSP. Si intitola THE CLASSIC YEARS 1927-1940: un grande giornalista di cui vi parlerò, prima o poi, ha scritto che è "una delle più grandi raccolte di blues, non solo pre-bellico, che siano mai state pubblicate". Un'ottantina di canzoni. Da "Writin' paper blues" a "The dyin' Crapshooter's Blues", da "Dark Night Blues" a "Statesboro Blues" (che conoscono bene i fan dei fratelli Allmann). E altre meraviglie. Canzoni in cui è il Mito, o lo Spirito della terra di cui scriveva Carrera, che parla. E parlando urla. Sussurra. Supplica. Minaccia. Piange. E ride (perché capita molto spesso nel Blues, contrariamente a quanto comunemente si pensi).
Un grande, insomma.

Che è stato cantato da un altro grande.

3 commenti:

Fabio Montale ha detto...

Immagino il grande giornalista si chiami Eddy, proprio come, forse, McTier

Tic. ha detto...

Eddy, si... Ma quanto sei perspicace, marsigliese!

Mammifero Bipede ha detto...

Mi hai ricordato che è davvero troppo tempo che non ascolto i Dream Syndicate.

...loving the sinner, hating the sin!
:-)