mercoledì 6 maggio 2009

Il Golem del sergente Michail

Ricordo molto bene la prima volta in cui sentii parlare del fucile mitragliatore Kalashnikov: era il 4 settembre del 1982. Il giorno prima avevo compiuto 14 anni e a Palermo era stato ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Erano stati degli Ak47, a sparare. Nel caso lo ignoriate, la lettera A indica il tipo di fucile, avtomat in russo. La K è l'iniziale del cognome del suo inventore: Kalashnikov. Le cifre 4 e 7, invece, si riferiscono all'anno in cui il giovane sergente dell'Armata Rossa Michail Kalashnikov presentò ai suoi superiori la propria stupefacente invenzione: un fucile in grado di produrre una potenza di fuoco terrificante, pari a 650 colpi al minuto. L'Ak47 si smontava in meno di un minuto e si poteva pulire rapidamente, praticamente in ogni condizione climatica. In più, non si inceppava mai: una macchina di morte “miracolosamente resistente, astutamente semplice ed efficace in maniera devastante” che era destinata a rivoluzionare l'uso delle armi nel campo di battaglia e nei successivi cinquant'anni avrebbe cambiato il mondo. Come scrive Michael Hodges in Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un'arma senza frontiere (Marco Tropea Editore), l'Ak47 “avrebbe difeso il potere della Russia comunista e sconfitto il potere dell'America capitalista”. Sarebbe diventato “l'espressione della rivoluzione internazionale, eppure il suo primo impiego sulla scena internazionale sarebbe stato per soffocare la rivoluzione in Ungheria nel 1956”.
Un icona mondiale dello scannamento, insomma, definita dal suo stesso creatore un Golem, come la creatura animata dal rabbino Loew a Praga di cui si racconta in una leggenda ebraica: quel fucile - riconobbe Michail Kalashnikov, nel frattempo divenuto generale - “era uscito dall'orbita dei suoi artefici e aveva acquisito forza propria”.
Attualmente al mondo sono in uso settanta milioni di Ak47, stando alle stime - e sono stime prudenti - delle Nazioni Unite: potremmo scorgerne uno “tra le mani di un soldato delle forze governative irachene oppure di un ribelle, di un mujaheddin afghano, di un guerrigliero colombiano, di un combattente palestinese o di un soldato bambino africano”.
Hodges segue il fucile da Iževsk, città natale del suo inventore, al Vietnam che fece entrare l'arma, imbracciata dai vietcong, nel vortice della mitologia rivoluzionaria novecentesca; dalle strade di fuoco di Ramallah al Sudan della guerra civile degli anni Ottanta; dal confine tra Pakistan e Afghanistan alla Cecenia ribelle al potere di Mosca; dall'Iraq a New Orleans prima e dopo Katrina.
Scrittura rapida, da giornalista cazzuto.
Un paio di storie: nel 1982 gli israeliani invadono il Libano, prendono gli Ak47 ai palestinesi e li mettono in mostra, come trofei, in un parco pubblico vicino a Tel Aviv, “in mezzo ai chioschi dei gelatai e alle luci dei proiettori, in modo che le famiglie potevano passeggiare in mezzo ai kalashnikov ed essere certe che finalmente i terroristi erano stati sconfitti. Poi, dopo la mostra nel parco, gli israeliani diedero i kalashnikov alla Cia e la Cia li imbarcò su navi container e li spedì in Pakistan. In Pakistan furono messi in casse caricate su muli, dopodiché i pakistani li mandarono al di là dei monti, ai mujaheddin dell'Afghanistan, per combattere contro i russi. Il primo kalashnikov che tenne in mano Bin Laden era un fucile palestinese che gli avevano dato gli americani, ai quali era stato fornito dagli israeliani”
I kalashnikov riuscirono a cambiare persino il panorama afghano: “in seguito ai primi, riusciti attacchi dei mujaheddin contro i convogli militari, i russi sfoltirono la vegetazione lungo un raggio di trecento metri (corrispondenti all'effettiva potenza di fuoco di un Ak 47) su entrambi i lati di tutte le strade principali, sradicando alberi e arbusti con carri armati e bulldozer o cospargendoli di defoglianti. Era l'ammissione pubblica e umiliante della vulnerabilità sovietica nei confronti di quello che fino a quel momento avevano considerato il loro fucile”. Un Golem, appunto.
Il primo prodotto davvero globale "che risponde a una propria logica di diffusione fluttuando liberamente fra culture e paesi che potrebbero reclamarlo come proprio, dalla Russia che lo ha progettato alla Cina che ne ha avviato una massiccia produzione in serie”: un fenomeno totalmente internazionale che galleggia su “un'ondata di morte e denaro”.

8 commenti:

yodosky ha detto...

Kalashnikov è uno dei miti dei nostri mafiosi. La loro maggiore ispirazione, secondo quanto racconta Saviano, è conoscere l'inventore della leggendaria arma. Quelli che ci riescono tornano al paese natio con una foto autografata e un'aria di santità...

luciano ha detto...

Bel post (come sempre). Anche se io provo assoluto raccapriccio per la mitizzazione delle armi, della prepotenza, della violenza, della sopraffazione eccetera.
(E il discorso, fatto da Alemano anche se rozzamente e superficialmente, sulle rsponsabilità etiche estetiche culturali pedagogiche della televisione e dei media non è campato in aria. Anche se, ripeto, lui l'ha espresso con una pochezza imbarazzante. Ma sollevando una questione reale e profonda)

Ken il Guerriero ha detto...

Mi si chiama in causa! Se fosse come dice Alemanno, allora anni e anni di trasmissione a ciclo continuo delle mie avventure su Italia7 avrebbero creato orde di adepti della scuola di Okuto, e invece così non è stato!
Che ne pensa il mio collega nipponico, il lottatore mascherato? E' riuscito egli a portare qualche giovane adepto sul ring?

Zimisce ha detto...

teoricamente le armi non sono cattive, sono gli uomini che le prendono in mano a esserlo.


teoricamente, appunto.

Adespoto ha detto...

C'è un motto greco o latino che fa qualcosa tipo "è la spada stessa che incita alla guerra".

Detto questo viviamo in un'età in cui Alemanno può parlare di violenza dentro una serie TV, dandole la colpa della violenza nella realtà... Nel silenzio generale...

Responsabilizzare una produzione televisiva sarebbe come credere che senza "il Padrino" non ci sarebbe stata la mafia italo-americana. Una specie di inversione temporale degli agiti.

Non ho visto Romanzo Criminale e nè so mai se ne guarderò una puntata, ma il fascino del male è tra le strade, nella realtà vissuta, ben prima che nel riflesso televisivo. La soluzione sarebbe investire in cultura con dispendio economico e di energie in una rete di intervento per le situazioni a rischio. Perchè pensare che un ragazzo "devii" verso il crimine perchè vede una fiction sulla banda della magliana piuttosto che una su San Giuseppe e la Madonna, non so perchè, ma mi sembra un ragionamento un po' povero.

luciano ha detto...

La realtà è fatta anche delle creazioni del'ignegno umano, dai film ai fumetti, dalla musica alle idee. E gli intellettuali e gli artisti (dai registi ai romanzieri, dai filosofi ai rocker) non possono trincerarsi dietro una propria presunta extraterritorialità: al contrario essi sono (come tutti noi) responsabili di ciò che dicono fanno scrivono cantano suonano filmano dipingono pubblicizzano trasmettono teorizzano. E risulta da tutti gli studi fatti un dato: i media ci bombardano con una enorme quantità di violenza. E ciò fa male (soprattutto ai bambini). Che (davanti a questo tsunami) possono reagire fondamentalmente in tre modi.
1) "Se la violenza è la norma del mondo, per far strada mi conviene esercitare la violenza" (Brodo di coltura degli aggressivi)
2) "Se la violenza è la norma del mondo, io ne sarò schiacciato" (Brodo di coltura delle vittime)
3) "Davanti a tutta questa violenza, io chiudo gli occhi" (Brodo di coltura di chi si volta dall'altra parte)
Con ciò non voglio affatto dire che i media CREANO le ingiustizie le prepotenze le sopraffazioni i delitti. Sostengo una cosa diversa: i media contribuiscono a formare (nel bene o nel male) i nostri habitat, pubblici e privati, plasmando la società e le singole persone.
E trovo del tutto risibile chi obietta: "un tempo c'erano le favole, atroci eppure raccontate ai bambini"
Chi dice questo ignora la differenza enorme (artistica e neurologica) che esiste tra "racconto orale", "racconto scritto", "racconto filmico". E di conseguenza i diversissimi impatti che essi hanno sugli esseri umani.
Se "le parole sono pietre", le immagini sono esplosivi.

yodosky ha detto...

In questo dibattito quoto di più l'Adespoto. Se fosse vero che la violenza ha questi effetti indipendentemente da tutto il contesto, allora io che ho l'intera collezione di DYD dal numero 1 al 126 sarei dovuta diventare una serial killer di prima categoria, e invece ho solo imparato a essere Groucho.
Credo che la violenza attecchisca dove non c'è stata una mano sapiente che ha vangato l'orto, se mi permettete questo squallido paragone che sa tanto di biblico.

Fabio Montale ha detto...

Io sono d'accordo con Alemanno.
Per colpa di Romanzo Criminale oggi il sindaco di Trieste ha preso a calci la segnaletica del Giro d'Italia.
Muleria discalza.