giovedì 4 ottobre 2007

Bartleby e compagnia




L'incipit è folgorante.
“Non ho avuto fortuna con le donne, sopporto con rassegnazione una penosa gobba, non mi resta un solo parente stretto vivo, sono un povero solitario che lavora in un ufficio spaventoso. Per il resto sono felice”.
Il soggetto di cui si racconta si autodefinisce “cercatore di bartleby”. Che sarebbero quegli esseri che “ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo” (esseri con qualcosa di demoniaco? A me a questo punto viene in mente quello che Mefistofele dice a Faust: “Ich bin der geist der stets verneint”. Io sono lo spirito che sempre nega). Sia come sia, i bartleby prendono il nome dallo scrivano di un racconto di Herman Melville che “non è mai stato visto leggere nemmeno un giornale e che, per lunghi intervalli di tempo, se ne sta in piedi dietro un paravento, rivolto verso un muro di mattoni di Wall Street”. Bartleby non beve mai birra, o té, come gli altri. Pure le domeniche le passa in ufficio. Non si sa nulla di lui: non ha mai detto chi è, non ha mai detto da dove viene. Se glielo si chiede, ma se gli si chiede qualsiasi cosa, o gli si affida un lavoro, una commissione, risponde sempre alla stessa maniera: “Preferirei non farlo”.
E insomma, il nostro “cercatore” si propone di indagare sull'ampio spettro di quella che definisce “sindrome di Bartleby” in letteratura: “il male endemico – secondo lui - delle lettere contemporanee, la pulsione negativa o l'attrazione per il nulla che fa sì che certi creatori, pur avendo una coscienza letteraria molto esigente (o forse proprio per questo), finiscano per non scrivere nulla”. Si prefigge, insomma di seguire le tracce della letteratura del NO.
Scrittori che, a un certo punto, come lo scrivano di Melville, preferiscono non fare. Gente che magari vorrebbe, ma non scrive nulla. Oppure gente che, se esordisce, rinuncia presto a scrivere (come Rimbaud, Rulfo, Salinger). O , semplicemente, scrittori che raccontano di artisti che smettono di produrre, o non iniziano nemmeno.
Ed è una vertigine, tra André Gide che “costruì un personaggio che attraversa tutto un romanzo con l'intenzione di scrivere un libro che non scrive mai (Paludi)” e Robert Musil che “lodò e trasformò quasi in mito l'idea di un “autore improduttivo” ne L'uomo senza qualità”. E ancora, "Il capolavoro sconosciuto" in cui Balzac ci parla di un pittore capace di dar forma ad un pezzetto del piede di una donna sognata”. E Robert Walser, la cui opera riflette tutta sulla vanità di ogni impresa, compresa la vita. Robert Walser che “voleva essere una nullità e il suo maggior desiderio era venire dimenticato”. E Traven, il misteriosissimo Traven. E Savinio. E Perec.
Il Virgilio di questo viaggio alla scoperta della fuga - dalla scrittura, dall'arte, dal mondo - e della negazione è Bobi Bazlen: “Credo che ormai non si possano più scrivere libri. Per cui non ne scrivo più. Quasi tutti i libri non sono altro che note a pié di pagina, gonfiate fino a diventare volumi. Per questo scrivo solo note a pié di pagina”. Credo che a Bazlen – le cui "Note senza testo" furono pubblicate dalla casa editrice Adelphi nel 1970, cinque anni dopo la sua morte - Vila-Matas sia arrivato passando per Del Giudice e il suo romanzo "Lo stadio di Wimbledon". Del Giudice ha raccontato che quando cominciò a scriverlo voleva mantenere nell'impianto narrativo l'idea di Bazlen secondo cui non è più possibile continuare a scrivere. Ma il libro di Del Giudice, scrive Vila-Matas “non è altro che la storia di una decisione, quella di scrivere”. E come potrebbe essere diversamente?
Enrique Vila-Matas è nato a Barcellona nel 1948. Delle altre sue opere tradotte e pubblicate nel nostro Paese riparlerò. Intanto, date retta, accettate il mio consiglio ed accattatevi questo gioiello. Tra le altre cose, devo a "Bartleby e compagnia" la scoperta di un autore per me straordinario, Roberto Bolaňo.

2 commenti:

eddy ha detto...

la tua recensione mi ha fatto venire in mente bei ricordi...il mio primo lavoro nel campo cinematografico è stato "Le stade de Wimbledon" di Mathieu Amalrich tratto appunto dal libro di Daniele del Giudice...che ho pure conosciuto nel lontano 2000 davanti a una birra in piazza Unità.
Ciao

Tic. ha detto...

Gran libro. Per gente snob, come il sottoscritto,un must .