domenica 30 novembre 2008

L'arte immensa di Billy Wilder



Mi prendo qualche riga per consigliare, a quelli di voi che amano il cinema, un'opera davvero straordinaria uscita in DVD (due DVD, in realtà: dopo vi spiego perché) nel 2006 (ma io me la sò accattata solo un paio di mesi fa): trattasi della storica intervista di Volker Schlöndorff a Billy Wilder.
Che posso dire, di Wilder?
Che è stato uno dei più grandi narratori popolari del XX secolo, innanzitutto.
A testimoniarlo Double Indemnity (La fiamma del peccato, 1944); The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945); Sunset Boulevard (Viale del tramonto, 1950); Ace in the Hole (L'asso nella manica, 1951); Sabrina (Id., 1954); The Seven Year Itch (Quando la moglie è in vacanza, 1955); Some Like It Hot (A qualcuno piace caldo, 1959); The Apartment (L'appartamento, 1960); Irma la douce (Irma la dolce, 1963); The Fortune Cookie (Non per soldi... ma per denaro, 1966); The Private Life of Sherlock Holmes (La vita privata di Sherlock Holmes, 1970): ho citato alcune delle pietre angolari (o delle colonne portanti: fate un po' vobis...) del mio immaginario personale, ora me ne rendo conto.
Ma milioni di persone, oltre al sottoscritto, portano nel cuore questi film (e magari hanno avuto la vita cambiata per sempre, da questi film: proprio come è capitato a me) e un motivo ci sarà, ostia. Se il crimine non paga (in Italia paga quasi sempre, in realtà: ma fatemela passare), nemmeno lo snobismo programmatico paga, sapete? E allora condividiamo, umane genti, che condividere è tanto bello (in fondo in fondo...) e qualcosa, forse, resterà.
Billy Wilder (uno di quelli che hanno fatto il Cinema. Punto) si racconta a Schlöndorff per quasi tre ore, con verve impagabile e intelligenza che incanta.
Aveva cominciato a lavorare per Ernst Lubitsch (ebreo come lui, e questo non è un dettaglio senza importanza, vi assicuro: mi piacerebbe soffermarmici un po', ma non posso. Vi rimando perciò a quel libro meraviglioso che è Non solo Woody Allen. La tradizione ebraica nel cinema americano, di Guido Fink) - un cineasta per cui la precisione e l'eleganza (qualità del tutto fuori moda, nel nostro tempo, vero?) erano una religione - e riconosceva l'influsso di Lubitsch sulle proprie opere senza alcun problema: su una parete del suo studio spiccava la frase “How would Lubitsch do it?" (come l'avrebbe girata, Lubitsch?), in caratteri corsivi vergati da Saul Steinberg.
“Vi sono tanti modi di piazzare la macchina da presa e in realtà ce n'è soltanto uno”, sosteneva Lubitsch: e il modo giusto, naturalmente, era il suo, quello di un regista sempre ligio alla regola aurea che si era dato: economicità e concentrazione, nello sguardo come nel racconto.
Dal suo maestro Billy Wilder aveva imparato a parlare per immagini: la sua scrittura perciò era sempre chiarissima, con inquadrature e sequenze senza alcun fronzolo e piani assai eloquenti nella loro assoluta precisione comunicativa.
Arte, senza la presunzione e la sicumera dell'artista. Arte, e se potesse sentirmi Billy Wilder si farebbe senz'altro una bella risata alla facciaccia mia.
Il DVD con l'intervista al maestro lo trovate in un cofanetto Feltrinelli che regala (perché, ad un prezzo di 18,90 euro, di regalo si può senz'altro parlare) un altro DVD (con La fiamma del peccato, non so se rendo...) e pure un libro, Samuel and Billy, con contributi di François Truffaut, Goffredo Fofi, Alessandro Cappabianca, Bruno Fornara, Leonardo Gandini e Guido Fink (tratto dal grande libro di cui vi parlavo prima). Fate di tutto per averlo, Billy, ma come hai fatto?, se (torno a dire) siete di quelli che amano il cinema. Ci trovate aneddoti gustosissimi, retroscena, Jack Lemmon, William Holden, Marilyn, Gloria Swanson, Erich Von Stroheim, Ray Milland, Edward G. Robinson, Audrey Hepburn, il noir, la migliore commedia, le dark ladies, la critica ferocissima all'industria cinematografica e al capitalismo tout court (eh, sì: mica basta un Citto Maselli qualsiasi, per la critica al capitalismo), gli Oscar e la bellezza. Insomma, l'età d'oro di Hollywood. Al suo meglio.
Ite, missa est.

7 commenti:

Dario Predonzan ha detto...

Condivido al 100%. Wilder è uno dei grandissimi della storia del cinema. All'elenco dei film citati da tic mi permetterei di aggiungere "Un due, tre" (1961) e "Prima pagina" (1976, credo). di cui non conosco - ahimè - i titoli originali.

Fabio Montale ha detto...

Ho sempre amato anch'io Gene Wilder... RIMETTI-A-POSTO-LA-CAN-DELA

yodosky ha detto...

Mi pareva strano che Fabio Montale si dimostrasse per una volta persona seria. Dio bono.

yodosky ha detto...

Comunque, a proposito di F. Junior: io, l'uomo tigre e Lapsuscalami in Istria lasciati a piedi dalla mia auto. Ci guardiamo sconsolati.
Lapsuscalami: "Beh, potrebbe andare peggio".
Uomo Tigre: "Potrebbe piovere".
Indovinate cos'è successo UN SECONDO dopo.

Fabio Montale ha detto...

I poteri dell'uomo tigre sono noti sino in Africa! (Una tigre?!? In Africa?!? - Shhh!)

yodosky ha detto...

E andava ovunque io andavo.

luciano ha detto...

Domani vado. Per Wilder (Billy) stravedo. Nessuno come lui seppe alternare (e a volte fondere) humour e suspense, comicità e thrilling, tenerezza e perfidia. Roba come "Big carnival" o "Sunset boulevard" è tensione allo stato puro, così come "Non per soldi ma per denaro" o "Sabrina" (ricordate la gag del bicchiere in tasca?) è risate e risate (anche se inzuppate nell'amarezza). Kubrick, Wilder, Hawks, Ford, Kurosawa, Welles...ce ne sono altri ma questi sono giganti.