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Sa cosa dicono, signor Angel? Che nel mondo non c'e' sufficiente religione per far si' che gli uomini si amino, ma abbastanza per far si' che si odino.
Avviso ai naviganti: blog vagamente di sinistra. Quindi molto (ma veramente molto, ostia!) distante dal popolo. Snobismo a pacchi, dunque: avrete inteso...
Michele Serra risponde: “Gli operai sono diventati di destra? Che fine ha fatto la solidarietà di classe? E il mito dell'internazionalismo? Queste due lettere inquadrano lo stesso (enorme) argomento con un certo scoramento. E anche con una certa malizia (vedi la conclusione del lettore XY: il servaggio è colpa dei servi più che dei padroni).
In realtà i sondaggi e gli studi sui flussi elettorali non dicono che «gli operai sono di destra». Dicono, semmai, che gli operai votano più o meno come gli altri gruppi sociali, con una leggera prevalenza della destra. Dicono, cioè, che la sinistra non è più, come fu, la principale casa politica dei salariati, il referente quasi naturale dei loro interessi e della loro identità sociale. E questa, certo, è una novità storica. Naturalmente si è liberi di pensare che alla base di questa novità ci sia una specie di scadimento politico culturale di una classe sociale fuorviata da una propaganda subdola, inciuchita dal conformismo televisivo, sbriciolata, in quanto classe, dalla globalizzazione e dalla crisi. Mi sembra, però, troppo comodo e soprattutto non verosimile. (...) Gli operai non sono mai stati «buoni» per natura, neppure nei più radicali libelli operaisti. Vero, piuttosto, che per oltre un secolo la percezione del proprio svantaggio sociale ha suscitato, negli operai, soprattutto voglia di rivalsa, e una colossale auto-organizzazione politica. Oggi la condizione di svantaggio produce, al contrario, soprattutto paura. E la paura è la materia prima della nuova destra, che sa come trasformarla in voti. Più facile dire a un operaio «ti proteggo io impedendo l'immigrazione» che suggerirgli vaghe tappe di un'emancipazione di classe molto remota. Più facile promettergli partecipazioni ai profitti piuttosto che chiedergli di ricominciare a lottare – come suo padre, come suo nonno - per una maggiore giustizia sociale”.
Serra conclude con una battuta: “fare la destra è più facile che fare la sinistra”.
Secondo me quelle di Tito e di Repubblica sono mere illazioni. Ciàcole, dai...
Se il papi di Noemi Letizia ultimamente pensa spesso a un Leone, questi non è certo il famigerato Presidente Giovanni: ma cosa volete che ne sappia, il Bokassa del Viagra, della storia del nostro Paese, suvvia!
Berlusconi, in realtà, ha in mente il caso di Leone di Lernia: uno che, proprio come lui, ha cominciato cantando, e come cantava! Oh, se cantava!
È il dimenticatoio in cui è inopinatamente finito Leone di Lernia - che molto promise, in his golden days, ma davvero poco seppe poi mantenere – a ossessionare Silvio Berlusconi, credete a me.
Quel che è certo è che nella scrittura e nella vita viviamo in un costante scambio di parole. Sappiamo che il mondo ci dà parole e che scrivendo le restituiamo al mondo. Ma la parola scritta non è più la stessa parola data dal mondo: è stata trasformata dal linguaggio, che è di tutti, per dire qualcosa che prima non era di nessuno. (...)
C'è chi scrive per essere amato: Dickens, Garcìa Marquez.
C'è chi scrive per essere odiato: Céline, Houellebecq.
C'è chi scrive per essere gustato: Saramago, Nélida Piñon, artefici della lingua più
Nel 1942 Santa Romana Chiesa aveva cominciato a prendere le distanze dal Fascismo (proprio nel momento in cui avevano cominciato a farlo gli italiani, bombardati in casa loro dagli Alleati e massacrati sui fronti di guerra: quando si dice il caso, no?). Il regime aveva reagito con furiosi attacchi della sua stampa. Croce - che sapeva benissimo quanto fosse rilevante, in Italia, l'orientamento politico della Chiesa cattolica – si buttò a difendere il Papa e i preti. Gli rispose Giuseppe Bottai con un articolo dal titolo velenosissimo, Benedetto Croce rincristianito per dispetto. Ora, come ha scritto Ruggiero Romano in Paese Italia, “Croce non era «rincristianito» per niente. Molto più semplicemente, egli aveva voluto ricordare che si ha un bel dichiararsi (o financo essere) laici, atei, libertini: non per questo ci si toglie di dosso venti secoli di cristianesimo”. Tutto qua.
“Alla Chiesa importa molto dei comportamenti privati, ma tra un devoto monogamo che contesta certe sue direttive ed uno sciupafemmine che le dà invece una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupafemmine”. Così il senatore Cossiga - uno che se ne intende non poco, di certi ambientini - qualche giorno fa.
Un pensiero affettuoso ai cattolici adulti...
Ora, dovete sapere che qualche giorno fa un famoso giovane dirigente nazionale del famoso Partito Democratico, tal Enrico Letta (nipote di), ci ha ammoniti tutti: noi del piddì «siamo troppo snob, crediamo di essere migliori del Paese e questo è l’inizio della disfatta».
Io quindi, cari miei, non sono (non posso proprio essere) migliore di quegli italiani (e sono milioni di milioni, come le stelle di Negroni) che, letteralmente, idolatrano il Bokassa del Viagra, né posso permettermi di giudicarli male. Pena la disfatta. Se invece farò il bravo, se non sarò snob, ovvero se imparerò non dico a comprendere, ma almeno a rispettare la grandezza inattingibile di maestri di stile quali Silvio Berlusconi, Fabrizio Corona e Aida Yespica - sembra dirmi Letta (il nipote o lo zio?) - forse l'Italia imparerà ad amarmi, finalmente.
Non potrò certo essere io del piddì, dunque, a interpretare politicamente l'indignazione del signor Bertini: lo farà qualcun altro, o magari non lo farà nessuno e allora il signor Bertini, invece di andare a votare, se ne andrà al mare. Che dire? Buon pro gli faccia? Diciamolo, e non se ne parli più.
Erano stati degli Ak47, a sparare. Nel caso lo ignoriate, la lettera A indica il tipo di fucile, avtomat in russo. La K è l'iniziale del cognome del suo inventore: Kalashnikov. Le cifre 4 e 7, invece, si riferiscono all'anno in cui il giovane sergente dell'Armata Rossa Michail Kalashnikov presentò ai suoi superiori la propria stupefacente invenzione: un fucile in grado di produrre una potenza di fuoco terrificante, pari a 650 colpi al minuto. L'Ak47 si smontava in meno di un minuto e si poteva pulire rapidamente, praticamente in ogni condizione climatica. In più, non si inceppava mai: una macchina di morte “miracolosamente resistente, astutamente semplice ed efficace in maniera devastante” che era destinata a rivoluzionare l'uso delle armi nel campo di battaglia e nei successivi cinquant'anni avrebbe cambiato il mondo.
Come scrive Michael Hodges in Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un'arma senza frontiere (Marco Tropea Editore), l'Ak47 “avrebbe difeso il potere della Russia comunista e sconfitto il potere dell'America capitalista”. Sarebbe diventato “l'espressione della rivoluzione internazionale, eppure il suo primo impiego sulla scena internazionale sarebbe stato per soffocare la rivoluzione in Ungheria nel 1956”.
Un icona mondiale dello scannamento, insomma, definita dal suo stesso creatore un Golem, come la creatura animata dal rabbino Loew a Praga di cui si racconta in una leggenda ebraica: quel fucile - riconobbe Michail Kalashnikov, nel frattempo divenuto generale - “era uscito dall'orbita dei suoi artefici e aveva acquisito forza propria”. Attualmente al mondo sono in uso settanta milioni di Ak47, stando alle stime - e sono stime prudenti - delle Nazioni Unite: potremmo scorgerne uno “tra le mani di un soldato delle forze governative irachene oppure di un ribelle, di un mujaheddin afghano, di un guerrigliero colombiano, di un combattente palestinese o di un soldato bambino africano”.
Hodges segue il fucile da Iževsk, città natale del suo inventore, al Vietnam che fece entrare l'arma, imbracciata dai vietcong, nel vortice della mitologia rivoluzionaria novecentesca; dalle strade di fuoco di Ramallah al Sudan della guerra civile degli anni Ottanta; dal confine tra Pakistan e Afghanistan alla Cecenia ribelle al potere di Mosca; dall'Iraq a New Orleans prima e dopo Katrina.Scrittura rapida, da giornalista cazzuto.
Un paio di storie: nel 1982 gli israeliani invadono il Libano, prendono gli Ak47 ai palestinesi e li mettono in mostra, come trofei, in un parco pubblico vicino a Tel Aviv, “in mezzo ai chioschi dei gelatai e alle luci dei proiettori, in modo che le famiglie potevano passeggiare in mezzo ai kalashnikov ed essere certe che finalmente i terroristi erano stati sconfitti. Poi, dopo la mostra nel parco, gli israeliani diedero i kalashnikov alla Cia e la Cia li imbarcò su navi container e li spedì in Pakistan. In Pakistan furono messi in casse caricate su muli, dopodiché i pakistani li mandarono al di là dei monti, ai mujaheddin dell'Afghanistan, per combattere contro i russi. Il primo kalashnikov che tenne in mano Bin Laden era un fucile palestinese che gli avevano dato gli americani, ai quali era stato fornito dagli israeliani”
I kalashnikov riuscirono a cambiare persino il panorama afghano: “in seguito ai primi, riusciti attacchi dei mujaheddin contro i convogli militari, i russi sfoltirono la vegetazione lungo un raggio di trecento metri (corrispondenti all'effettiva potenza di fuoco di un Ak 47) su entrambi i lati di tutte le strade principali, sradicando alberi e arbusti con carri armati e bulldozer o cospargendoli di defoglianti. Era l'ammissione pubblica e umiliante della vulnerabilità sovietica nei confronti di quello che fino a quel momento avevano considerato il loro fucile”. Un Golem, appunto.
Il primo prodotto davvero globale "che risponde a una propria logica di diffusione fluttuando liberamente fra culture e paesi che potrebbero reclamarlo come proprio, dalla Russia che lo ha progettato alla Cina che ne ha avviato una massiccia produzione in serie”: un fenomeno totalmente internazionale che galleggia su “un'ondata di morte e denaro”.