martedì 22 luglio 2008

Faccio le pulci a uno

Una breve sull'ultimo numero de il Venerdì di Repubblica, 18 luglio 2008. A firma Gian Paolo Serino.
La riporto nella sua interezza.


C'è una linea retta che dal William Faulkner più noir conduce a James Lee Burke e da Flannery O'Connor porta a Joe Lansdale, e comprende autori di generazioni, formazione diverse come Cormac McCarthy e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico americano. Tra questi c'è anche Daniel Woodrell, lo scrittore americano che in Italia non ha avuto ancora il successo che merita. Malgrado la pubblicazione nel 2001 del capolavoro Il bel cavaliere se n'è andato, da cui Ang Lee ha tratto Cavalcando con il Diavolo; malgrado l'attenzione che Fanucci ha dimostrato pubblicando lo scorso anno Un gelido inverno e adesso questo Uno strano destino. Woodrell, colpevole solo di aver coniato l'espressione country noir, è autore capace come pochi di raccontare l'essenza del nostro mondo. Senza molte parole. Un luogo dove non esistono colpe: ci sono solo colpevoli.


E vabbè...
Ora, è vero che Daniel Woodrell è un grande scrittore.
Ed è vero che in Italia non ha ancora avuto il successo che merita.
Non è vero, però, che Ang Lee ha tratto Cavalcando con il Diavolo da Il bel cavaliere se n'è andato.
Posso testimoniarlo in quanto Il bel cavaliere se n'è andato (The Death of Sweet Mister) me lo sono letto. E' stato pubblicato da Bompiani, nel 2001.
Cavalcando con il Diavolo è tratto da Woe to live on, il primo romanzo di Daniel Woodrell ad uscire da noi, nel 2000, per la casa editrice Le Vespe (con lo stesso titolo del lavoro del regista taiwanese, che è del 1999).
Di recente (sabato 12 luglio) la Repubblica, sull'Almanacco dei Libri, ha ospitato una bella intervista di Silvana Mazzocchi a Woodrell. Utilissima ad inquadrare un autore di cultura raffinatissima (“In tutti i miei romanzi ho sempre cercato di raccontare come se io stesso fossi quei personaggi, per portare, nella mia prosa, la sensibilità della gente rude che la popola. Io cerco il “verismo” (usa la parola italiana, ndr), il verismo del vostro Giovanni Verga, un autore meraviglioso che descrive il mondo contadino come fosse dentro le vite dei suoi protagonisti. Non osservandoli da sopra un piedistallo, ma sentendo battere i loro cuori e odorando il loro respiro. Io scrivo di delinquenti, di poveracci perduti e soli, di potenziali eroi vinti dalle terribili circostanze della vita”) e di fortissimo senso morale (“Intanto diciamo che mi sento in dovere di raccontare personaggi che, altrimenti, sarebbero del tutto ignorati dalla letteratura americana. Persone per cui la droga e l'alcol sono fondamentali per tirare avanti. Le zone tipo quella dove tuttora io vivo con mia moglie Katie Estill, anche lei scrittrice, sono piene di gente così. E io non ho voluto trasferirmi altrove, proprio per rimanere dove stanno i miei personaggi”. E a me, a questo punto, è venuto in mente ciò che una volta disse il mio amatissimo Graham Greene, e cioè che “il ruolo dello scrittore è quello di suscitare nel lettore simpatia verso quegli esseri che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”).
Ho appena acquistato Uno strano destino (Tomato Red, 1998): ma, vedete, mica perché me l'ha consigliato il signor Serino... Semplicemente perché amo molto le storie delle Ozark Mountains raccontate da Daniel Woodrell.
Forse ve ne parlerò. Forse no.
Detto ciò, visto che son tornato su Serino, ci resto: uno che scrive su Repubblica (e mica solo su Repubblica...) e che si presenta, pensate un po', come “critico letterario” (lo stesso mestiere che faceva un Pietro Pancrazi, per dire...) non dovrebbe proprio, eh no, parlare di capolavori che non ha letto. E' malcostume.
Dice: ma può capitare, una svista... O magari (e questo è un classico) nell'impaginazione della breve è saltata una riga...
Può capitare? E' saltata una riga?
Sia.
Ma per Gian Paolo Serino nessuna umana pietà.
E spiego perché. Nel numero 471 del Mucchio Selvaggio, sei anni e qualche spicciolo fa, il “critico letterario” in questione recensì Olocausto americano di David E. Stannard, un libro di storia - edito da Bollati Boringhieri - il cui tema era la distruzione delle culture native nelle Americhe ad opera dei conquistatori europei .
Bene. Nell'occasione, Serino parlò dell'”America che oggi piange i martiri inamidati delle Twin Towers” e consigliò caldamente la lettura di Olocausto americano.
Con le seguenti parole: “è fondamentale per capire il nostro ieri, ma soprattutto il nostro oggi: un oggi fatto di continue menzogne come la storiella delle Torri Gemelle che crollano per colpa di pazzi e non per mano di moderni indiani che non hanno alcun altro mezzo per non essere invasi da una cultura che si radica sradicando. Leggetelo per capire che l'America non è altro che un errore di navigazione".
No, dico... Avete notato la finezza di quel "martiri inamidati"? E dei "moderni indiani" che ne pensate?
Bellissima poi quella sull'America, definita "errore di navigazione" nelle pagine di una rivista che ha costruito le sue fortune (piccole, per carità. Purtroppo...) sul veicolare, tra le altre cose, la miglior cultura americana nel nostro povero Paese, tra musica, cinema, letteratura e fumetto. E gliel'hanno pure fatta passare, ostia!
Un mito, Gian Paolo Serino.
Chissà se si è mai pentito, il “critico letterario”, per aver firmato certe (miserabili) stronzate... Per quanto mi riguarda, comunque, quella volta il nostro (vabbè, dai... Si fa per dire) riuscì in ogni caso a farmi capire di aver avuto un'infanzia veramente molto difficile.
E adesso me lo ritrovo che scrive cose inesatte su Repubblica. E sul grande Daniel Woodrell, per di più, scrittore nato e vissuto in un Paese che è solo, direbbe Serino, “un errore di navigazione”. O tempora...

(nella foto, il "critico letterario" Gian Paolo Serino ritratto in mezzo a pile di libri che forse ha letto, ma forse anche no)

lunedì 21 luglio 2008

Incontro al vertice

Il celebre professor tic, tenutario di questo blog, ha incontrato a Genova, il giorno 19 corrente mese, la Pimpa.
All'incontro, definito “molto cordiale” da entrambe le parti, erano presenti il signor Armando, maestro e amico della cagnetta a pois, e la moglie del professor tic, signora E.
I due importanti character hanno espresso la comune volontà di perseguire la strada del surreale in un clima di reciproca collaborazione, anche alla luce dell'attuale tendenza al cazzeggio del professor tic di cui talkischeap costituisce una sorta di manifesto in continuo sviluppo.
Al termine dell'incontro il professor tic ha sottolineato come fosse "doveroso incontrare la Pimpa" al fine di concordare l’impostazione dell’attività riguardante talkischeap, ben sapendo quanto siano cruciali per il blog, in questa fase, i rapporti culturali e gli scambi di idee con le cagnette a pois dalle lunghe orecchie.

giovedì 17 luglio 2008

Con quella faccia un po' così...

Per qualche giorno (fino a domenica) er blogghe chiude i battenti.
Tic e sua moglie E. sono in partenza per Genova.
Tra le altre cose, contano di fare un saltino al Museo Luzzati che ospita, fino al 9 novembre, una mostra dedicata ad Altan. Oltre 200 le opere esposte, e non mi pare poco.

Forse vi racconterò.
Forse no.

La notte perfetta per andare in Cina

In talkischeap non segnalo sempre, a chi viene a trovarmi, tutte le cose belle che mi capita di leggere.
Ad esempio, avrei tanto voluto raccontarvi di The Amalgamation Polka di Stephen Wright

(uno straordinario romanzo storico: epico e visionario, sentimentale e violento. In una parola sola, americanissimo) o, per dire, di Storia di un'archivista, di Travis Holland e di Fuori i secondi, dello scrittore argentino Martin Kohan: tutta ottima letteratura davvero. Avrei voluto perché quando mi capita una cosa bella a me piace poterla condividere con qualcun altro.
Ma non l'ho fatto: un po' per pigrizia, un po' perché quando avrei dovuto farlo avevo altro da scrivere, magari qualche cazzata sul Partito Democratico o sulla leggendaria Sinistra Arcobaleno (anzi, la Sinistra, l'Arcobaleno), e voi capirete...
Insomma.

Ieri ho finito di leggere La notte perfetta per andare in Cina di David Gilmour, uno scrittore canadese che si chiama proprio come il chitarrista dei Pink Floyd.
E' la storia di una perdita sconvolgente (il figlio di Roman, un conduttore televisivo di successo, scompare nel nulla in una sera d'inverno, quando il padre lo lascia da solo in casa per andare a farsi un paio di birre in un bar), di un senso di colpa annichilente (“Ovunque guardassi non vedevo che disprezzo. Lo leggevo sui volti degli investigatori quando si presentavano alla porta; lo vedevo nei vicini di casa; lo coglievo in M. quando credeva che io non la guardassi; eppure non protestavo. Pensavo ancora, ne voglio ancora.”) e di un crollo emotivo inesorabile, raccontata senza alcun patetismo e con uno stile (benissimo reso dalla traduzione di Valeria Raimondi) fluido, essenziale, elegantissimo. Sul serio: l'impressione che questo breve romanzo lascia è quella di una grazia narrativa prodigiosa. La voce di Roman, i suoi pensieri, i suoi sogni, i suoi dialoghi con il mondo dei morti si alternano nelle pagine con repentini cambi di marcia, la sua tragedia personale si fa nausea (“Santo cielo, che giornata infinita era stata quella, ed erano solo le due e mezza del pomeriggio. Quanti giorni come questo davanti a me. Giorni e giorni e giorni e giorni e giorni, uno dopo l'altro, che avanzavano ruzzolando come acrobati del circo, diversi fra loro, ma in maniera irrilevante, questo con le braccia lunghe, quell'altro con uno strappo nella manica. Una capriola dopo l'altra e dopo l'altra ancora. Nauseante.”), il suo dolore visione e poi, da ultimo, viaggio, in una notte caraibica davvero perfetta per andare in Cina.
Se n'è parlato poco, di questo romanzo bellissimo in cui ogni parola, ogni frase, sembra essere necessaria, come se fosse stata pesata più e più volte dall'autore (“Desidero ringraziare il mio nuovo editor Patrick Crean per avere comperato il libro e poi avermi convinto a buttarlo via e a riscriverlo”). E chissà perché, con tutte quelle miserie di stagione che, giusto dietro l'angolo, riescono infallibilmente a trovare il loro recensore...

David Gilmour è nato a London, nell'Ontario, cinquantanove anni fa. E' stato critico cinematografico, giornalista televisivo e ha diretto per quattro anni il Toronto Film Festival.
A perfect night to go to China è il suo sesto romanzo.

mercoledì 16 luglio 2008

Give the people what they want!

Il Garante delle Comunicazioni, Corrado Calabrò, ha definito “desipienti” certi spettacoli televisivi.
Per chi non lo sapesse, desipiente significa sciocco, ignorante, vuoto.
Poi, paragonando la tv pubblica a quella commerciale, ha parlato di differenze ormai “evanescenti” e di “un'omologazione al ribasso che sbiadisce la missione del servizio pubblico e colloca la nostra televisione al di sotto di altre televisioni europee”.
Per esemplificare, se l'è presa con quelle trasmissioni televisive che improvvisano processi per direttissima ai fatti di sangue. Secondo Calabrò, pure i notiziari della Rai sono ormai invasi dalla cronaca spicciola e si producono in “smodate intrusioni nella vita privata delle persone”. Grand Guignol e voyeurismo a carrettate, insomma.
E adesso leggete un po' come han cantato queste due belle gallinone del pollaio di Silvio nostro (che da qualche parte ci sia un bell'ovetto?) in seguito alle osservazioni del Garante.
Enrico Mentana, direttore editoriale Mediaset.
“Omologazione al ribasso per l'audience? Lasciamolo giudicare ai critici televisivi”, quindi, coccodè, non a quello stronzo di Calabrò. Co-co-coccodè. “Sono troppe cento puntate su Cogne? E chi giudica gli eccessi? La tv non ha mai modificato l'esito di un processo e proprio il caso Cogne ne è la conferma. L'informazione televisiva prodotta risponde sempre a una domanda di pubblico”. Coccodè, coccodè e ancora coccodè.
Il direttore di Studio aperto Giorgio Mulè, che con coccodè fa pure rima.
”Indagare su un fatto di cronaca non vuol dire offendere la dignità delle persone. Bisogna smettere di pensare che i milioni di persone che guardano in tv l'approfondimento su un grande fatto di cronaca nera si trasformeranno in milioni di potenziali serial killer” - e no, certo che no. Non si metteranno a fare i serial killer. Magari però si sentiranno, massì, un pochino insicuri. Sapete cosa ha pure detto il Garante Calabrò? Ecco: “E' la televisione a dettare i tempi e le modalità del dibattito politico”, in Italia. Voi ve ne siete accorti, si? Da noi è la televisione ad imporre alla politica quella che la sociologia della comunicazione chiama “agenda setting” (ovvero, la composizione dell'agenda): e lo fa plasmando la mentalità collettiva e le aspettative del pueblo, correndo mooolto volentieri il rischio (mettiamola così) di alimentare delle simpaticissime psicosi di massa. Sto pensando, avrete intuito, all'ormai leggendario allarme Sicurezza (maiuscolo, 'Sicurezza': è lo zeitgeist ad imporlo!) che ha dominato l'ultima, davvero splendida, campagna elettorale.
Il direttore di Studio aperto, ovviamente (questa non ve la devo spiegare, nevvero?), fa battute del cazzo sui serial killer e coccodè, coccodè, coccodè: “Se la gente guarda quei “processi” in tv è perché di quei fatti si parla per strada, nei bar, altro che mancato rispetto per la giustizia. Guai alla tv pedagogica, di cosa dovremmo occuparci, di Kant e Kierkegaard? Ma andiamo...”.
E vabbè, andiamo... Ma dove? Co-co-coccodè.
Intanto pare che la spesa culturale media di una famiglia italiana, a parità di reddito, sia la metà di quella di una famiglia inglese.
Come dite? Che con quello che han detto Mentana e Mulè questo non c'entra niente?
C'entra, c'entra... Lasciatevi servire.
Coccodè, coccodè.

martedì 15 luglio 2008

Parole celebri dalle mie parti (n.27)




Al Residence di Ripetta, in Roma, ieri si è svolto un convegno organizzato da Italianieuropei, Astrid e altre 12 fondazioni.
C'era un sacco di bella gente! D'Alema, Veltroni, Casini, Cicchitto, Di Pietro, Amato, Calderoli, Rutelli, Franceschini, Pezzotta, Cesare Salvi e tanti, tantissimi altri: mamma mia, che scialo di intelligenze! Davvero non ci si crede che la politica, in un Paese piccolino come il nostro, abbia a disposizione tutto 'sto po' po' di firmamento di neuroni.
E al Residence di Ripetta, in Roma, sapete cosa? E' andato in scena - come direbbero i giornalisti veri? - l'ennesimo duello tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema.
D'Alema vuole una legge elettorale alla tedesca?
Uno che Goffredo De Marchis di Repubblica definisce “pasdaran veltroniano”, tale Salvatore Vassallo, ha ricordato a D'Alema i bei tempi in cui l'ex ministro degli Esteri era un fervente sostenitore del sistema francese, presidenziale e a doppio turno, cioè qualcosa di molto distante dal metodo proporzionale in vigore a Berlino.
D'Alema pare abbia confidato a Cesare Salvi: “Ci potevo pensare prima sul sistema tedesco? Beh, le esperienze vanno fatte e questo è il bilancio di quindici anni: un disastro”.
L'editorialista di Repubblica Massimo Giannini oggi sottolinea: “La malattia del Pd è stata certificata, ancora una volta, dalle visioni politiche radicalmente opposte e apparentemente inconciliabili di Veltroni e D'Alema”. Veltroni vuole un sistema elettorale ancorato al maggioritario, D'Alema al proporzionale. Veltroni “resta fedele all'ideale di un bipartitismo imperfetto, nel quale il sistema francese esalta la vocazione maggioritaria del Pd, lo consolida nella sua autosufficienza riformista, e lo salva per sempre dall'abbraccio con la sinistra massimalista. D'Alema resta affezionato all'idea che questo bipolarismo non funzioni, e vede nell'introduzione del sistema tedesco il possibile passepartout per riaprire al Pd la porta delle alleanze, ricucendo i vecchi rapporti con le sinistre antagoniste (da Bertinotti ai Verdi) e soprattutto saldando un nuovo asse con il centro cattolico (da Casini a Pezzotta)".

E' impietoso, Giannini, con i duellanti: “Ma anche sul tema dei rapporti con il centrodestra la dissonanza è sconcertante. Prima delle elezioni Veltroni sedeva al tavolo con Berlusconi, e D'Alema dietro alle quinte inorridiva di fronte ai primi vagiti di un improbabile «Veltrusconi». Oggi i ruoli si sono invertiti. D'Alema cerca di non rompere l'esile filo del confronto con la maggioranza (anche a costo di farsi dare dell'inciucista e di non criminalizzare a priori l'ipotesi di una «grande coalizione») mentre è Veltroni a dire no grazie, con questo premier non si può”.

Che cosa pensa tic di tutto ciò?
Bah... Essendo uomo di mondo, tic invita a considerare che...



"Per rimanere sempre nello stesso partito bisogna cambiare spesso opinione."

(Jean François Paul De Gondi, cardinale di Retz)




P.S.
Proprio mentre l'importantissimo convegno aveva luogo, fuori dal Residence di Ripetta, in Roma, c'era l'Italia.

lunedì 14 luglio 2008

Toh! Una fiction religiosa!



Oggi c'è stato il primo ciak della fiction Rai Paolo VI.
Il buon papa sarà interpretato dall'attore Fabrizio Gifuni (che a Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini assomiglia proprio un casino, ostia!).

Che dire? Dopo Papa Giovannie Papa Luciani (era tanto buono, quel papa! Ma tanto buono!),si cominciava ad avvertirla, in effetti, la mancanza di una bella fiction su Paolo VI.

A quando Pio IX?
I tempi sono maturi, via...
Pensateci un po' su: una roba del tipo Il buon Papa Re Vs. liberali&massoni. Non sarebbe una figata? Dai... Pio IX, il supereroe della fede!!!
Potrebbe scriverla direttamente Vittorio Messori (quello che al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, nel 1990, propose «un tribunale di Norimberga per Cavour, Garibaldi e Mazzini»), una roba così.

sabato 12 luglio 2008

Tanto peggio per gli occhi svogliati


Amo il cinema di John Ford come poche cose al mondo.

Non solo perché Ford è uno dei grandi artisti del cinema. Ma anche perché i suoi film, i suoi personaggi, le sue visioni, la sua estetica, fanno parte del mio immaginario personale (appartengono al mio mondo) fin da quando ero bambino. Per questo devo ringraziare mio padre, grandissimo appassionato di film western e fan terminale di John Wayne. Penso di aver visto Sentieri selvaggi a sei anni, o giù di lì, grazie a lui.

Se qualcuno poi mi chiede qual è il mio film preferito, generalmente rispondo L'uomo che uccise Liberty Valance, uno straordinario film di Ford (un capolavoro assoluto, via...) sul crepuscolo del West e del mito della frontiera che riesce a commuovermi fino alle lacrime ogni volta che lo rivedo (e lo rivedo spesso. In dvd, ovviamente).
E insomma, ho deciso di pubblicare un bellissimo testo di Serge Daney sul cinema di Ford (anche se torna soprattutto a I cavalieri del Nord-Ovest - She wore a yellow ribbon, del 1949).


Daney (critico ai Cahiers du cinéma, poi redattore capo dal 1974 fino al 1981, quando lasciò la rivista per diventare il critico cinematografico dell'allora neonato quotidiano Libération; fondatore nell'inverno del 1991 del settimanale Trafic; morto di Aids nel giugno 1992) aveva un ideale molto alto della critica cinematografica perché amava e rispettava profondamente il cinema. In L'exercise a étè profitable, Monsieur scrisse: "La critica era necessaria quando, nella società, c'era un luogo dove la violenza, il senso, il bisogno di dire o di fare formavano come un nodo, un eccesso. Ma perde questa necessità a partire dal momento in cui il 'diritto alla creazione', come dicevano i comunisti, è aperto e riconosciuto a tutti. Il critico dava notizie di certi viaggiatori ad alto rischio personale. Tarkovskij, Godard, Cassavetes, Fassbinder, delle persone come loro, che erano dei viaggiatori. Il critico non serve a niente quando tutto questo è sostituito dall'autoprogrammazione turistica dell'individuo". Per Daney, il critico era uno che scriveva per prima cosa una lettera aperta all'autore, e questa lettera veniva poi letta dal pubblico eventuale di un film. La critica, per lui, rappresentava "l'interesse di chi 'fa' di fronte a quelli che non fanno. Può assomigliare a un avvocato". Altri critici, invece, "rappresentano gli interessi del pubblico di fronte a chi crea. Assomigliano piuttosto a dei giudici. (...) E' la guida del consumatore, a volte anche illuminata o che mima l'illuminazione, a volte anche insolente o che mima l'insolenza. Ma tutto questo porta velocemente al conformismo puro e semplice perché, per definizione, ogni pubblico, anche illuminato, anche adulto, vuole del consenso".
Viviamo in tempi di consumo (e sperpero) velocissimo di tutto.
Daney ci spiega perché il cinema di Ford richieda invece un occhio pronto, un occhio attento, un occhio non svogliato.




John Ford forever

Secondo un'idea tanto diffusa quanto discutibile, alla televisione il primo piano è re.
Se così fosse, l'uomo che un giorno gridò “Non voglio più vedere dei peli del naso su uno schermo di quindici metri!” non avrebbe alcuna speranza sul piccolo schermo. John Ford, in effetti, non amava molto i primi piani. Oppure, il che è lo stesso, i quadri da esposizione. Egli girava molto in fretta, e gli ci sono voluti solo ventotto giorni per realizzare She wore a yellow ribbon (e non La charge héroique, un titolo – quello francese – stupido e un grande controsenso). Era il 1949, ed egli era allora produttore di se stesso e faceva di testa sua. Quarantun'anni più tardi, il film passa perfettamente dal grande al piccolo schermo (TF1). Elementare dite? Non esattamente.
Gilles Deleuze ha ricordato una volta ai giovincelli della FEMIS che il loro lavoro di cineasti consisterebbe nel produrre dei “blocchi di durata-movimento”. Ora, se i "blocchi" di John Ford sono così perfetti, è perché essi rispettano la più elementare delle sezioni auree: non durano più del tempo necessario a un occhio esercitato per vedere tutto quello che essi racchiudono. Il tempo per vedere tutto quello che c'è da vedere, equivale alla buona durata e al buon movimento di un occhio tanto disciplinato nell'arte di guardare quanto un cavaliere fordiano lo è in quella di montare a cavallo.
Questo principio, così semplice, ha permesso a Ford di complicare, raffinare, e anche arzigogolare le cose dando sempre un senso di classicismo memorabile. Non è l'azione che dà le durate, è la percezione di uno spettatore ideale, di un esploratore che vedrebbe da lontano tutto ciò che c'è da vedere (ma nulla di più).
Un contemplativo rapido, ecco il paradosso Ford. E' impossibile guardare i suoi film con occhio obliquo, poiché in tal caso non si vede più nulla (se non delle storie di marmittoni sentimentali).
L'occhio dev'essere pronto perché, in una qualunque immagine di un film di Ford, si possono trovare alcuni decimi di secondo di contemplazione pura, prima che giunga l'azione. Si esce da una capanna o da un'inquadratura e ci sono delle nuvole rosse sopra un cimitero, un cavallo abbandonato nell'angolo destro dell'immagine, il brulichio blu della cavalleria, il viso sconvolto di due donne: sono delle cose che bisogna vedere subito all'inizio dell'inquadratura, perché non ci sarà una “seconda volta” (tanto peggio per gli occhi svogliati).
Ford è uno dei grandi artisti del cinema. Non solo grazie alla composizione delle sue inquadrature e delle sue luci, ma, più profondamente, perché egli gira così in fretta da fare due film per volta: uno per scongiurare il tempo (stiracchiando le storie, per paura di finire), e un altro per salvare l'istante (quello del paesaggio, due secondi prima dell'azione). E' lui che gode dello spettacolo per primo. E inoltre non si devono cercare nei suoi film dei personaggi che, davanti a un bel paesaggio, dicano:”Oh! Com'è bello!”. Non è compito del personaggio suggerire allo spettatore quello che deve vedere. Questo comportamento sarebbe immorale.
Tanto più che i personaggi hanno già abbastanza da fare nel ritardare l'età della pensione e la fine delle peripezie della storia.E' un tema che inizia ne I cavalieri del Nord-Ovest e che non cesserà di ritornare. I personaggi di Ford (militari compresi) non sono mai soltanto saltimbanchi al sevizio delle loro convinzioni, e queste inoltre tenderanno sempre meno a condurli verso terre promesse, anche se contribuiscono a disegnare la sagoma dei cavalieri sullo sfondo in technicolor di un cielo in fiamme o di un chiaro di luna. Questa immagine si trova, evidentemente, ne I cavalieri del Nord-Ovest. Questa sfilata-girotondo, che va da sinistra a destra, è collettiva, interminabile.
Ma c'è un altro movimento, più misterioso, che giunge dal fondo dell'inquadratura. E che sorge al centro dell'immagine sempre. Come se questo cineasta che aveva costruito tutto sul rifiuto del primo piano e del quadro da esposizione talvolta lasciasse qualcosa andare verso i suoi personaggi.
E' così che troviamo un primo piano ne I cavalieri del Nord-Ovest. Ci vediamo Nathan Brittles-John Wayne-Raymond Loyer che parla a sua moglie, morta da tempo, e sepolta lì a due passi, spiegandole che ha ancora sei giorni prima della pensione e che non ha ancora deciso nulla. Allora, sulla tomba, si disegna la sagoma di una donna. Si tratta, ovviamente, di una ragazza inoffensiva, ma per chi ha imparato a vedere Ford come va visto questo breve istante fa paura. E' il passato che ritorna la centro dell'immagine, senza preavviso, “alla Ford”. Inutile dire che quando l'immagine ha non soltanto dei contorni, ma un cuore, il piccolo schermo l'accoglie con tutti i riguardi che le sono dovuti.

(tratto da: Devant la recrudescence des vols de sacs à main. Aléas 1991. Traduzione di Giulia Carluccio)