La riporto nella sua interezza.
Ora, è vero che Daniel Woodrell è un grande scrittore.
Ed è vero che in Italia non ha ancora avuto il successo che merita.Non è vero, però, che Ang Lee ha tratto Cavalcando con il Diavolo da Il bel cavaliere se n'è andato.
Posso testimoniarlo in quanto Il bel cavaliere se n'è andato (The Death of Sweet Mister) me lo sono letto. E' stato pubblicato da Bompiani, nel 2001.

Cavalcando con il Diavolo è tratto da Woe to live on, il primo romanzo di Daniel Woodrell ad uscire da noi, nel 2000, per la casa editrice Le Vespe (con lo stesso titolo del lavoro del regista taiwanese, che è del 1999).

Di recente (sabato 12 luglio) la Repubblica, sull'Almanacco dei Libri, ha ospitato una bella intervista di Silvana Mazzocchi a Woodrell. Utilissima ad inquadrare un autore di cultura raffinatissima (“In tutti i miei romanzi ho sempre cercato di raccontare come se io stesso fossi quei personaggi, per portare, nella mia prosa, la sensibilità della gente rude che la popola. Io cerco il “verismo” (usa la parola italiana, ndr), il verismo del vostro Giovanni Verga, un autore meraviglioso che descrive il mondo contadino come fosse dentro le vite dei suoi protagonisti. Non osservandoli da sopra un piedistallo, ma sentendo battere i loro cuori e odorando il loro respiro. Io scrivo di delinquenti, di poveracci perduti e soli, di potenziali eroi vinti dalle terribili circostanze della vita”) e di fortissimo senso morale (“Intanto diciamo che mi sento in dovere di raccontare personaggi che, altrimenti, sarebbero del tutto ignorati dalla letteratura americana. Persone per cui la droga e l'alcol sono fondamentali per tirare avanti. Le zone tipo quella dove tuttora io vivo con mia moglie Katie Estill, anche lei scrittrice, sono piene di gente così. E io non ho voluto trasferirmi altrove, proprio per rimanere dove stanno i miei personaggi”. E a me, a questo punto, è venuto in mente ciò che una volta disse il mio amatissimo Graham Greene, e cioè che “il ruolo dello scrittore è quello di suscitare nel lettore simpatia verso quegli esseri che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”).
Ho appena acquistato Uno strano destino (Tomato Red, 1998): ma, vedete, mica perché me l'ha consigliato il signor Serino... Semplicemente perché amo molto le storie delle Ozark Mountains raccontate da Daniel Woodrell.

Detto ciò, visto che son tornato su Serino, ci resto: uno che scrive su Repubblica (e mica solo su Repubblica...) e che si presenta, pensate un po', come “critico letterario” (lo stesso mestiere che faceva un Pietro Pancrazi, per dire...) non dovrebbe proprio, eh no, parlare di capolavori che non ha letto. E' malcostume.
Dice: ma può capitare, una svista... O magari (e questo è un classico) nell'impaginazione della breve è saltata una riga...
Può capitare? E' saltata una riga?
Sia.
E spiego perché. Nel numero 471 del Mucchio Selvaggio, sei anni e qualche spicciolo fa, il “critico letterario” in questione recensì Olocausto americano di David E. Stannard, un libro di storia - edito da Bollati Boringhieri - il cui tema era la distruzione delle culture native nelle Americhe ad opera dei conquistatori europei .
Bene. Nell'occasione, Serino parlò dell'”America che oggi piange i martiri inamidati delle Twin Towers” e consigliò caldamente la lettura di Olocausto americano.
No, dico... Avete notato la finezza di quel "martiri inamidati"? E dei "moderni indiani" che ne pensate?
Bellissima poi quella sull'America, definita "errore di navigazione" nelle pagine di una rivista che ha costruito le sue fortune (piccole, per carità. Purtroppo...) sul veicolare, tra le altre cose, la miglior cultura americana nel nostro povero Paese, tra musica, cinema, letteratura e fumetto. E gliel'hanno pure fatta passare, ostia!
Un mito, Gian Paolo Serino.
Chissà se si è mai pentito, il “critico letterario”, per aver firmato certe (miserabili) stronzate... Per quanto mi riguarda, comunque, quella volta il nostro (vabbè, dai... Si fa per dire) riuscì in ogni caso a farmi capire di aver avuto un'infanzia veramente molto difficile.
E adesso me lo ritrovo che scrive cose inesatte su Repubblica. E sul grande Daniel Woodrell, per di più, scrittore nato e vissuto in un Paese che è solo, direbbe Serino, “un errore di navigazione”. O tempora...

(nella foto, il "critico letterario" Gian Paolo Serino ritratto in mezzo a pile di libri che forse ha letto, ma forse anche no)



“Omologazione al ribasso per l'audience? Lasciamolo giudicare ai critici televisivi”, quindi, coccodè, non a quello stronzo di Calabrò. Co-co-coccodè. “Sono troppe cento puntate su Cogne? E chi giudica gli eccessi? La tv non ha mai modificato l'esito di un processo e proprio il caso Cogne ne è la conferma. L'informazione televisiva prodotta risponde sempre a una domanda di pubblico”. Coccodè, coccodè e ancora coccodè.
”Indagare su un fatto di cronaca non vuol dire offendere la dignità delle persone. Bisogna smettere di pensare che i milioni di persone che guardano in tv l'approfondimento su un grande fatto di cronaca nera si trasformeranno in milioni di potenziali serial killer” - e no, certo che no. Non si metteranno a fare i serial killer. Magari però si sentiranno, massì, un pochino insicuri. Sapete cosa ha pure detto il Garante Calabrò? Ecco: “E' la televisione a dettare i tempi e le modalità del dibattito politico”, in Italia. Voi ve ne siete accorti, si? Da noi è la televisione ad imporre alla politica quella che la sociologia della comunicazione chiama “agenda setting” (ovvero, la composizione dell'agenda): e lo fa plasmando la mentalità collettiva e le aspettative del pueblo, correndo mooolto volentieri il rischio (mettiamola così) di alimentare delle simpaticissime psicosi di massa. Sto pensando, avrete intuito, all'ormai leggendario allarme Sicurezza (maiuscolo, 'Sicurezza': è lo zeitgeist ad imporlo!) che ha dominato l'ultima, davvero splendida, campagna elettorale. 

"Per rimanere sempre nello stesso partito bisogna cambiare spesso opinione."

e Papa Luciani (era tanto buono, quel papa! Ma tanto buono!),
si cominciava ad avvertirla, in effetti, la mancanza di una bella fiction su Paolo VI.
Se qualcuno poi mi chiede qual è il mio film preferito, generalmente rispondo L'uomo che uccise Liberty Valance, uno straordinario film di Ford (un capolavoro assoluto, via...) sul crepuscolo del West e del mito della frontiera che riesce a commuovermi fino alle lacrime ogni volta che lo rivedo (e lo rivedo spesso. In dvd, ovviamente).
Daney (critico ai Cahiers du cinéma, poi redattore capo dal 1974 fino al 1981, quando lasciò la rivista per diventare il critico cinematografico dell'allora neonato quotidiano Libération; fondatore nell'inverno del 1991 del settimanale Trafic; morto di Aids nel giugno 1992) aveva un ideale molto alto della critica cinematografica perché amava e rispettava profondamente il cinema. In L'exercise a étè profitable, Monsieur scrisse: "La critica era necessaria quando, nella società, c'era un luogo dove la violenza, il senso, il bisogno di dire o di fare formavano come un nodo, un eccesso. Ma perde questa necessità a partire dal momento in cui il 'diritto alla creazione', come dicevano i comunisti, è aperto e riconosciuto a tutti. Il critico dava notizie di certi viaggiatori ad alto rischio personale. Tarkovskij, Godard, Cassavetes, Fassbinder, delle persone come loro, che erano dei viaggiatori. Il critico non serve a niente quando tutto questo è sostituito dall'autoprogrammazione turistica dell'individuo". Per Daney, il critico era uno che scriveva per prima cosa una lettera aperta all'autore, e questa lettera veniva poi letta dal pubblico eventuale di un film. La critica, per lui, rappresentava "l'interesse di chi 'fa' di fronte a quelli che non fanno. Può assomigliare a un avvocato". Altri critici, invece, "rappresentano gli interessi del pubblico di fronte a chi crea. Assomigliano piuttosto a dei giudici. (...) E' la guida del consumatore, a volte anche illuminata o che mima l'illuminazione, a volte anche insolente o che mima l'insolenza. Ma tutto questo porta velocemente al conformismo puro e semplice perché, per definizione, ogni pubblico, anche illuminato, anche adulto, vuole del consenso".
Era il 1949, ed egli era allora produttore di se stesso e faceva di testa sua. Quarantun'anni più tardi, il film passa perfettamente dal grande al piccolo schermo (TF1). Elementare dite? Non esattamente.
E' un tema che inizia ne I cavalieri del Nord-Ovest e che non cesserà di ritornare. I personaggi di Ford (militari compresi) non sono mai soltanto saltimbanchi al sevizio delle loro convinzioni, e queste inoltre tenderanno sempre meno a condurli verso terre promesse, anche se contribuiscono a disegnare la sagoma dei cavalieri sullo sfondo in technicolor di un cielo in fiamme o di un chiaro di luna. Questa immagine si trova, evidentemente, ne I cavalieri del Nord-Ovest. Questa sfilata-girotondo, che va da sinistra a destra, è collettiva, interminabile.
E' così che troviamo un primo piano ne I cavalieri del Nord-Ovest. Ci vediamo Nathan Brittles-John Wayne-Raymond Loyer che parla a sua moglie, morta da tempo, e sepolta lì a due passi, spiegandole che ha ancora sei giorni prima della pensione e che non ha ancora deciso nulla. Allora, sulla tomba, si disegna la sagoma di una donna. Si tratta, ovviamente, di una ragazza inoffensiva, ma per chi ha imparato a vedere Ford come va visto questo breve istante fa paura. E' il passato che ritorna la centro dell'immagine, senza preavviso, “alla Ford”. Inutile dire che quando l'immagine ha non soltanto dei contorni, ma un cuore, il piccolo schermo l'accoglie con tutti i riguardi che le sono dovuti.