lunedì 7 aprile 2008

Un romanzo sentipensante



Questa mattina, prima di uscire di casa per andare a scuola, passando accanto alla mia libreria, m'è caduto l'occhio sui tre volumi di Memoria del fuoco di Eduardo Galeano.
E com'è, come non è, ho deciso di parlarvene in talkischeap.
Così, solo perché è uno dei romanzi che amo di più.
Io lo lessi solo tre estati fa, nell'edizione Rizzoli, ma uscì nel nostro Paese già nel 1989, per i tipi di Sansoni.
Eduardo Galeano, nato nel 1940 a Montevideo, è uno dei più noti (e notevoli) giornalisti dell'America Latina. Costretto all'esilio nel 1973, all'avvento della dittatura militare in Uruguay, ha vissuto in Argentina e, dal 1976, in Spagna. Nel 1985, caduta la dittatura, è ritornato in patria.
Un'avvertenza: io ho definito Memoria del fuoco un romanzo, e lo è: però però però.
Abbiamo a che fare (al di là di qualsivolglia definizione, dunque) con un testo singolarissimo, che si sviluppa attraverso brevi paragrafi, di massimo due pagine l'uno, introdotti da una data e dall'indicazione del luogo in cui i fatti narrati si sono svolti. In fondo ad ogni paragrafo, dei numeri di riferimento rimandano all'elenco delle fonti pubblicato alla fine di ciascun volume: alla base dell'opera c'è una bibliografia veramente sterminata.
Si tratta di un romanzo (torno a dirlo) storico che ha per protagonista proprio la Storia (si, la Storia: in persona...) del continente americano, dalle conquiste degli europei fino alla metà degli anni Ottanta del XX secolo (il terzo volume si ferma al 1986), ma non aspettatevi un romanzo storico nel senso ottocentesco del termine (non c'è, per intenderci, mescolanza tra finzione e realtà): Galeano, infatti, lavora solo ed esclusivamente all'elaborazione delle sue fonti (che sono le più disparate: memorie, cronache, opere storiografiche e letterarie), non si inventa niente e, lo ripeto, alla Storia non aggiunge nulla di nulla: semplicemente, nei documenti, sceglie quello che lo interessa: “Memoria del fuoco, disse al tempo della pubblicazione dell'opera, è una ricerca, potremmo dire così, dell'elettricità del reale. Io credo che la realtà abbia una tremenda energia di amore e di odio, un'energia che attraversa i secoli e i millenni e i mari e le pareti e tutte le frontiere. Il mio è un tentativo di recupero di questa energia attraverso la storia. Come si rivela questa energia, attraverso i grandi episodi della storia ufficiale? le grandi battaglie? le grandi processioni con i personaggi vestiti a festa? Naturalmente no. Non è nel marmo o nel bronzo che si rivela questa meraviglia della vita, ma nella carne e nelle ossa dei piccoli personaggi, che sono in realtà i grandi personaggi della vita viva. Memoria del fuoco racconta l'unica grande storia possibile, cioè la storia piccola, dei piccoli, perché l'universo sta tutto intero in un granello di riso”.
In realtà nell'opera non c'è solo la storia dei piccoli: perché non sono piccoli Cristoforo Colombo e Montezuma, Lincoln e JFK, Simòn Bolìvar e il Che Guevara, Al Capone ed Henry Ford, Chaplin e Marylin, Borges e Allende, Fidel Castro e Pinochet. Manco per idea, che lo sono: solo che questi nomi così celebri vengono magari raccontati, come dire? Ecco (e rubando una celebre immagine a Stefan Zweig), non necessariamente nei loro momenti fatali ma (e avviene molto spesso) puntando a quelli che meglio possono rivelare la loro statura umana, ovvero la loro grandezza o la loro miseria. Prescindendo quasi programmaticamente, insomma, dall'epos.
Poi accanto ai grandi, certo, i piccoli ci sono sempre. Per un Benjamin Franklin, c'è la sorella Jane. Per il comandante Guevara sulla Sierra Maestra, Chana la Vieja, una contadina che lo ricorda.
In Memoria del fuoco ci sono insomma i potenti e gli umili, gli aguzzini e le madri di Plaza de Mayo, i poeti e i guerriglieri, i calciatori e i navigatori, il bolero e il samba, i sognatori e i pistoleros, Custer e Geronimo, il jazz e Pancho Villa, gli Incas e gli imperatori europei, Massimiliano d'Asburgo in Messico e i campesinos.
Secondo Galeano, il suo romanzo non dovrebbe essere collocato in alcun genere: “Vorrei che lo si trattasse come un libro di storia, perché almeno in parte lo è. Vorrei che la storia venisse rivelata come una possibile meraviglia. E' davvero così. Memoria del fuoco è un insieme di voci” stipate in tre volumi in cui lo scrittore, però, prende sempre partito e mette in gioco la sua soggettività completamente, alla facciaccia delle “ferree norme” dell'oggettività storica (e qui vengono in mente le parole di un poeta nicaraguense che Galeano cita spesso, Coronel Urtecho: “Non ti preoccupare, l'obiettività non esiste. Quelli che dicono che vogliono essere obiettivi mentono. Non vogliono essere obiettivi. Vogliono essere oggetti, per salvarsi dal dolore umano”). Tre volumi in cui “emerge l'infamia, pieni di orrore”, in cui si raccontano “le cose più atroci e più belle della nostra realtà continentale”.
Un'opera straordinaria: “sentipensante”, come direbbe l'autore (“C'è una parola che hanno inventato i pescatori della costa colombiana, sicuramente analfabeti, ma molto più colti dei dottori di Bogotà, che definisce il linguaggio della verità: la parola “sentipensante”. Dicono che quando uno dice la verità parla un linguaggio sentipensante.”).
Per invogliarvi a leggerla, mi son permesso di pubblicare in talkischeap alcuni paragrafi.
Si presentano da soli.
Solo sull'ultimo voglio dire qualcosa: parla di un giornalista e scrittore argentino che io venero, Rodolfo Walsh. Il suo Operazione massacro – lo trovate nel catalogo di Sellerio - è uno dei classici di ogni tempo del giornalismo d'investigazione, un capolavoro di new journalism una decina d'anni prima del new journalism. Pubblicato nel 1957, racconta un episodio che sarebbe passato sotto silenzio se un grande giornalista (Walsh, appunto) non vi si fosse imbattuto casualmente: un massacro di civili innocenti da parte della prima giunta militare antiperonista.
Walsh, montonero (peronista di sinistra, insomma), era in clandestinità ai tempi del golpe che nel 1976 rovesciò il governo di Isabelita Peron (e del di lei Rasputin, Lopez Rega). Nel 1977, ad un anno esatto dal colpo di stato dei generali, scrisse una Carta abierta de un escritor alla junta militar che Gabriel Garcìa Màrquez definì “un capolavoro del giornalismo universale”: era una denuncia precisa, minuziosa, bruciante dei crimini della dittatura. La lettera fu inviata ai generali con tanto di firma e con gli estremi della carta di identità in calce e si chiudeva con queste parole: “Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro infausto governo ho voluto far pervenire a voi, membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all'impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili”.


1777, Se fosse nato donna

Dei sedici fratelli di Benjamin Franklin, Jane è quella che più gli assomiglia per talento e forza di volontà. Ma all'età in cui Benjamin se ne andò di casa per farsi strada nel mondo, Jane si sposò con un sellaio povero che la prese senza dote, e dieci mesi più tardi diede alla luce il suo primo figlio.
Da allora, per un quarto di secolo, Jane ha partorito un figlio ogni due anni. Alcuni bambini sono morti, e ogni morte le ha aperto una ferita nel petto. I sopravvissuti hanno preteso cibo, vestiti, istruzione e conforto. Jane ha passato notti in bianco cullando quelli che piangevano, ha fatto montagne di bucato e il bagno a intere bande di bambini, è corsa dal mercato alla cucina, ha lavato torri di piatti, insegnato abbecedari e mestieri, lavorato gomito a gomito con suo marito nel laboratorio e si è occupata dei pensionanti la cui pigione aiutava a riempire la pentola. Jane è stata sposa devota e vedova esemplare. E quando i figli furono ormai cresciuti, si è fatta carico dei genitori pieni di acciacchi e delle figlie zitelle e dei nipoti rimasti senza nessuno.
Jane non conobbe mai il piacere di lasciarsi galleggiare in un lago, portata alla deriva da un filo di aquilone, come suole fare Benjamin nonostante l'età avanzata. Jane non ebbe mai tempo di pensare, né di permettersi dubbi. Benjamin è tuttora un amante focoso, ma Jane ignora che il sesso può procurare qualcos'altro oltre ai figli.
Benjamin, fondatore di una nazione di inventori, è uno dei grandi uomini di ogni tempo. Jane è una donna del suo tempo, uguale a quasi tutte le donne di tutti i tempi, che ha compiuto il suo dovere su questa terra e ha espiato la sua parte di colpa nella maledizione biblica. Ha fatto il possibile per non diventare pazza e ha cercato invano un po' di silenzio.
Il suo caso non avrà nessun interesse per gli storici.


1849, Baltimora Poe

Sulla porta di una taverna di Baltimora il moribondo giace supino, a gambe larghe, affogando nel proprio vomito. Una mano pietosa lo trascina all'ospedale, all'alba, e niente più, mai più.
Edgar Allan Poe, figlio di cenciosi comici ambulanti, poeta vagabondo, reo dichiarato e confesso di disobbedienza e delirio, era stato condannato da invisibili tribunali ed era stato stritolato da tenaglie invisibili.
Si perse cercandosi. Non cercando l'oro della California, no: cercandosi.


1950, Rio de Janeiro Obdulio

Si spellano le mani, ma Obdulio gonfia il petto, picchia forte e ci dà dentro di gambe.
Il capitano della squadra uruguayana, negro prepotente e ben piazzato, non si fa piccino. Obdulio si fa sempre più grande quanto più cresce il ruggito dell'immensa folla nemica, dalle tribune.
Sorpresa e lutto allo stadio Maracanà: il Brasile, goleador, demolitore, unico favorito, perde l'ultima partita all'ultimo minuto. L'Uruguay, giocando allo spasimo, vince il campionato mondiale di calcio.
All'imbrunire, Obdulio Varela fugge dall'albergo, assediato da giornalisti, tifosi e curiosi. Obdulio preferisce festeggiare in solitudine. Se ne va a bere lì vicino, in una bettola qualsiasi; ma dappertutto trova brasiliani che piangono.
E' stata tutta colpa di Obedulio – dicono, inondati di lacrime, quelli che qualche ora fa vociferavano allo stadio. - Obedulio ci ha soffiato la partita.
E Obdulio prova stupore di averli odiati, ora che li vede uno per uno. La vittoria comincia a pesargli. Ha rovinato la festa a questa brava gente, e gli viene voglia di chiedere perdono per aver commesso la tremenda cattiveria di vincere. E allora continua a camminare per le strade di Rio de Janeiro, di bar in bar. E così, fino all'alba, bevendo, abbracciato ai vinti.

1977, Buenos Aires Walsh

Spedisce una lettera in varie copie. L'originale alla giunta militare che governa l'Argentina. Le copie alle agenzie di stampa straniere. Nel primo anniversario del colpo di Stato, ciò che sta spedendo è una specie di catalogo degli oltraggi, una documentazione delle infamie commesse da un regime che è solo capace di balbettare il discorso della morte. In calce appone la sua firma e gli estremi del suo documento (Rodolfo Walsh, C.I. 2845022). Esce dall'ufficio postale e fatti pochi passi lo abbattono a colpi di pistola e lo portano via ferito, senza ritorno.
La sua parola nuda era scandalosa dove comanda la paura. La sua parola denudatrice era pericolosa dove si balla il grande ballo in maschera.

9 commenti:

���������� ha detto...

Ciao. passavo di qua e il tuo blog mi sembra interessante.

tic. ha detto...

Grazie. Tornaci, allora.
Che mi fa piacere.

Anonimo ha detto...

Ricordo quando lo leggevi, era estate ed eravamo nella mia, ora non più mia, terrazzetta sul mare a Orsera...ricordo il pezzo su Franklin che tanto mi era piuciuto quanto mi aveva intristito.
Forse perchè, sebbene non tutti aspirino a essere Benjamin, tutti hanno paura di essere Jane.
Credo sia inutile che firmi...l'indizio è più che rivelatorio...e mi eviterà la solita figura pellegrina mentre mi incansino cercando di far pubblicare 'sto commento...

���������� ha detto...

Che bello! Nel mio post hai detto che ti piace Simenon in un mondo dove tutti leggono Faletti! Sei già un mito per me ;-)

tic. ha detto...

Grazie, xtiana.

Fabio Montale ha detto...

ma sentiamo pure il commento di yodosky...!

Anonimo ha detto...

Yodosky c'ha di meglio da fare che venire in questo blog

Fabio Montale ha detto...

ho come la sensazione che il post sia posticcio, mi scusi il bisticcio.

Anonimo ha detto...

No no so' proprio io Yodosky...E confermo che c'ho di meglio da fa', come direbbe l'ago della bilancia di queste elezioni (Totti)