venerdì 22 maggio 2009

File under: Jurassic Park.

Allora, visto che Dario Franceschini "rivaluta il Pci" di Berlinguer (e quello di Togliatti?) - vedi mai che alle prossime europee non lo si riesca a recuperare, qualche voto di stima a sinistra - io posso ben scriverlo, un post veterotestamentario, o premoderno che dir si voglia, nevvero? Bene, sentite un po'...
Noi possiamo candidare tutti i caleari e i colaninni che ci pare, cari compagni (...) e amici democratici: alla fine la Confindustria (il sindacato dei padroni: perché non torniamo a chiamarli così? Eh?) applaude solo papi suo e nessun altro. Tié!
Beninteso, possiamo candidare tutti i caleari e i colaninni che ci pare, certo, se il nostro comandante in capo è un povero fesso (vedi alla voce: 'Veltroni').

giovedì 21 maggio 2009

Parole celebri dalle mie parti (n.61)



“Fate, fate, tanto siamo tutti in una gabbietta...”

(Vittorio Gassman)

mercoledì 20 maggio 2009

Era ora!


Si attendeva (almeno, io attendevo...) da anni annorum la ristampa in dvd di Oltre il giardino (Being There) di Hal Ashby.
È uscita lo scorso febbraio e io me la sò accattàta stamani.
Che dire? Per quanto mi riguarda, la più bella interpretazione di Peter Sellers (no contest, davvero: anche se Hrundi V. Bakshi, l'indostano di Hollywood Party, si trova ad un incollatura) e uno dei film più grandi di sempre. La sua visione, ai disgraziatissimi abitanti di Berlusconia, dovrebbe essere imposta per legge.
Perché?
Accattàtevelo pure voi e lo scoprirete. Costa una miseria: dodici euri e qualcosa.
Magari alla fine mi ringrazierete, chissà, se non vi avrà fatto troppo male...
Voi la guardate, la tivvù, sì?

I soliti ignoti (di Mario Monicelli)


Rubare è un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare.

lunedì 18 maggio 2009

Al calduccio sotto le mie copertine (n.2)

Terry Allen, Lubbock (on everything), 1979


A waitress asked me what I did.
I told her I tried to make art.
She asked me if I made any money.
I said no...I have to "teach" to do that.
She asked me what I taught and where.
I told her.
She told me that she liked art, but that she
couldn't draw a straight line.
I told her if she could reach for something
and pick it up, she could draw a line that
was straight enough.
She said she wasn't interested in that kind
of drawing... but had always liked horses.
I said I did too, but they were hard to draw.
She said yes that was very true... said she
could do the body okay, but never got the
head, tail, or legs.
I told her she was drawing sausages... not horses.
She said no... they were horses.

domenica 17 maggio 2009

Il campione della nostra fede


Secondo il Bokassa del Viagra l'Abruzzo è una terra bellissima dove il passato ha lasciato il segno e infatti “il nostro filosofo Croce ha detto che in Italia non possiamo non dirci cristiani. Nei 49 comuni toccati dal sisma ci sono più di 500 chiese, ogni duecento o trecento metri si vede un segno che testimonia la nostra civiltà cristiana”.
En passant
vi dico che mi sono definitivamente rotto i coglioni di vedere il povero Benedetto Croce citato a sproposito dai nostri liberali alle vongole. Questa cosa del "non possiamo non dirci cristiani" andrebbe un po' contestualizzata, diciamo così. Cerco di farlo velocemente.

Nel 1942 Santa Romana Chiesa aveva cominciato a prendere le distanze dal Fascismo (proprio nel momento in cui avevano cominciato a farlo gli italiani, bombardati in casa loro dagli Alleati e massacrati sui fronti di guerra: quando si dice il caso, no?). Il regime aveva reagito con furiosi attacchi della sua stampa. Croce - che sapeva benissimo quanto fosse rilevante, in Italia, l'orientamento politico della Chiesa cattolica – si buttò a difendere il Papa e i preti. Gli rispose Giuseppe Bottai con un articolo dal titolo velenosissimo, Benedetto Croce rincristianito per dispetto. Ora, come ha scritto Ruggiero Romano in Paese Italia, “Croce non era «rincristianito» per niente. Molto più semplicemente, egli aveva voluto ricordare che si ha un bel dichiararsi (o financo essere) laici, atei, libertini: non per questo ci si toglie di dosso venti secoli di cristianesimo”. Tutto qua.

Attendendo che qualcuno di questi liberali da avanspettacolo si ricordi, una volta o l'altra, delle parole con cui Benedetto Croce respinse il Concordato lateranense del 1929, intanto lo faccio io: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono le fossero mancati o le mancassero!”. Croce era pure questo, volendo.
Ciò detto, il richiamo alla coscienza cade a proprio a fagiolo, così posso ritornare alle parole pronunciate ieri a Mosca dal Bokassa del Viagra che di coscienza è del tutto sprovvisto come sanno persino i miei gatti.
Secondo il papi di Noemi, tenere il G8 in Abruzzo è un modo per dare un “riconoscimento chiaro delle nostre origini e della nostra comune comune civiltà cristiana” in un momento in cui “ci sono dei rapporti, che dobbiamo cercare di migliorare, fra il mondo cristiano e quello musulmano”.
Bellissime parole, nevvero? Immagino come saranno state accolte da Papa, cardinali, vescovi e pretaglia assortita. E la civiltà cristiana, e l'Italia come terra cristiana, e le radici cristiane del popolo italiano, e le radici cristiane dell'Occidente: musica per le orecchie di quel simpaticone di Ratzinger.
D'altronde, si capisce: son tutte cose decisamente più serie e importanti dell'affaire Noemi. E pure, diciamocelo, di tutti quegli immigrati "senza arte né parte" (così Berlusconi) che sono stati rispediti in Africa da Maroni con un bel calcio in culo.

“Alla Chiesa importa molto dei comportamenti privati, ma tra un devoto monogamo che contesta certe sue direttive ed uno sciupafemmine che le dà invece una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupafemmine”. Così il senatore Cossiga - uno che se ne intende non poco, di certi ambientini - qualche giorno fa.
Un pensiero affettuoso ai cattolici adulti...

venerdì 15 maggio 2009

Toghe rosse e disfattisti

Giancarlo Caselli ha scritto un libro, Le due guerre, perché L'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia (per i tipi di Melampo) in cui sostiene, tra le altre cose, che l'ultima sentenza di Cassazione su Giulio Andreotti (quella che ha stabilito che «i fatti risalenti a prima del 1980 sono provati e indicano una vera e propria partecipazione all'associazione mafiosa, anche se il reato è estinto per prescrizione») è stata come cancellata, nel nostro povero Paese (sempre tanto distratto, avrebbe detto Noventa).
E – occhio a questa, occhio - «anche la sinistra non è stata da meno. Una forza politica – scrive Caselli - che ha sempre fatto della “questione morale” un punto (apparentemente) fondante, non dico che della vicenda dovesse farne una bandiera, ma quanto meno discuterne. Invece l'ha a dir poco rimossa. Anna Finocchiaro, ad esempio, ha liquidato come “inutile perdita di tempo la discussione sulle vicissitudini giudiziarie del senatore Andreotti"».
Anna Finocchiaro sarebbe poi la stessa persona che “non esclude” di candidarsi, a ottobre, alla segreteria del famoso Partito democratico, come è andata a dire in giro un paio di giorni fa.
E insomma, secondo Caselli, il terrorismo fu «un fenomeno subalterno alla società» - e perciò venne sconfitto - «la mafia invece detta spesso i tempi e i modi. E lo fa attraverso un complesso sistema di rapporti e favori. Interessi reciproci con il mondo che alla mafia dovrebbe essere esterno e ostile».
La conclusione? «Il re, qualunque sia il re, non ama apparire nudo. Fra destra e sinistra vi sono differenze abissali, dietro cui c'è però un filo comune: la politica, senza distinzioni, vive di consenso. Se il consenso rischia di affievolirsi per le inchieste che disvelano “troppa” collusione con la mafia, ecco che la politica, tutta la politica, finisce più o meno consapevolmente per non accettarle più».
Tutta la politica...
L'altro giorno, da qualche parte, ho scritto che “di dire le cose da politico io non ho più voglia". Perciò un mio caro amico mi ha dato del disfattista: secondo lui qualcosa si può ancora fare, attraverso l'azione politica, contro lo schifìo che ci opprime.
Io da tempo sono affetto dalla sindrome di Cosimo Piovasco di Rondò, barone d'Ombrosa, il protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino, quello che si rifugiò sugli alberi per tenere alla debita distanza un mondo che non gli piaceva per niente: i frequentatori più fedeli del mio povero, patetico blogghe ormai lo sanno bene...
Il punto qui (qui in talkischeap, intendo), però, è che Cosimo “visse sugli alberi”, sì, ma “amò sempre la terra”: questo almeno sta scritto su una stele che lo ricorda, nella tomba di famiglia...
In un passo di una lettera spedita nel febbraio del 1926 Gaetano Salvemini, allora esule in Francia, così scriveva alla vedova di Giacomo Matteotti: «Io attraversai, fra il 1921 e il 1924, un periodo di stanchezza fisica e di depressione morale. Detestavo i fascisti, ma non avevo fiducia negli antifascisti. Me ne stavo fra i miei libri, risoluto a non rientrare più nella politica attiva. Ma quando Lui fu ucciso, io mi sentii in parte colpevole della Sua morte. Lui aveva fatto tutto il Suo dovere: e per questo era stato ucciso. Io non avevo fatto il mio dovere: e per questo mi avevano lasciato stare. Se tutti avessimo fatto il nostro dovere, l'Italia non sarebbe stata calpestata, disonorata da una banda di assassini. Allora presi la mia decisione. Dovevo ritornare ad occupare il mio posto nella battaglia. Ed ho fatto il possibile per attenuare in me il rimorso di non avere sempre fatto il mio dovere».
Ecco, io sarò pure un disfattista ma, dall'alto degli alberi, amo sempre la terra. E cercherò, in qualche modo, di fare sempre quello che ritengo essere il mio dovere di uomo e di cittadino responsabile...
Non riesco più a comprendere, ve lo confesso, ciò che vedo ogni giorno intorno a me - un'Italia cattiva, volgare, ignorantissima, violenta - ma non mi sono ancora rassegnato, no.

mercoledì 13 maggio 2009

Le grandi domande di tic (n.5)


Cazzo c'avrà mai da ridere, 'sto povero infelice?