giovedì 10 luglio 2008

Parole celebri dalle mie parti (n.26)


"Non vi è eresia né filosofia tanto aborrita dalla Chiesa quanto l'essere umano."

(James Joyce)




P.S.
"La corte d'appello di Milano, prima sezione civile, accoglie il reclamo proposto dal signor Beppino Englaro (...) e l'istanza di autorizzazione a disporre l'interruzione del trattamento di sostegno vitale artificiale".
Queste parole significano che Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente da 16 anni 5 mesi e 22 giorni, può finalmente essere lasciata andare.
I giudici indicano le disposizioni a cui dovranno attenersi i medici nell'attuare il decreto: smetteranno di nutrire e di somministrare antibiotici; dovranno continuare comunque a somministrare sedativi a questa ragazza sfortunata che si trova "immersa nella non-vita" (parole del suo coraggioso padre) dal 18 gennaio 1992; dovranno mantenere fino alla fine "un adeguato e dignitoso accudimento accompagnatorio della persona".
Ha detto Beppino Englaro: "Perdere una figlia è tragico, ma purtroppo succede. E questo è umano. Ma vedere la violenza terapeutica, una figlia invasa da mani altrui, costretta a stare in un letto quando ogni cura è inutile, quando sta immersa in una non-morte, in una non-vita, e lei non l'avrebbe mai voluto, ecco, era ed è inumano. (...) Eluana non avrebbe mai fatto male a nessuno. Perché continuare a far del male a lei, a quello che restava di lei?".
Il Vaticano ha già bollato la sentenza come "gravissima".
La curiosissima Destra italiana - libertina, certo, ma pure perdutamente papista - è (come si dice?) insorta e, come un sol uomo, parla (urla...) di "una decisione abnorme, un pericolosissimo precedente".
La mia sensazione è la povera famiglia Englaro non abbia ancora finito di penare.

mercoledì 9 luglio 2008

Errata corrige: è QUESTA, la migliore del mese



La cartella stampa distribuita dalla Casa Bianca ai giornalisti al seguito di Bush al G8 in Giappone conteneva un profilo del Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi.
E il Bokassa del Viagra non ne usciva mica tanto bene. Eh, no.
Giudicate voi: “Il premier italiano Silvio Berlusconi è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per la corruzione e i vizi dei suoi governi (...) un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media, che è considerato da molti un dilettante in politica e ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui mezzi di comunicazione italiani”.
Tutto ciò ha creato un caso diplomatico, sapete? Risolto con una nota di scuse a Berlusconi e all'Italia.
La Casa Bianca innanzitutto ha spiegato di aver preso la biografia su Internet, dall'Encyclopedia of World Biography.
Poi uno dei portavoce di Bush ha diffuso una lettera formale in cui la presidenza americana si scusa per “il linguaggio insultante nei confronti del premier Berlusconi e del popolo italiano”: i sentimenti espressi nella biografia “non rappresentano le vedute del presidente Bush, del governo americano e degli americani. Ci scusiamo con l'Italia e con il primo ministro per questo errore davvero sfortunato. Bush ha per Berlusconi e per gli italiani la più grande stima”.
Bene. Io trovo sia effettivamente una vergogna che l'Italia sia stata definita “un paese conosciuto per la corruzione e i vizi dei suoi governi”. Ma come è stato possibile? Ma chi gliel'ha passata, 'sta bufala?
E pure Silvio nostro, dai: trattato così... La maggioranza dei miei connazionali l'ha votato, no? Saran mica tutti coglioni o stronzi? Del tutto inaccettabile, perdiana!
Com'era quella? Right or wrong, my country, nevvero?



P.S.
E per fortuna che nella biografia taroccata del toro (torello...) da monta più amato dalle italiche genti non compariva la storia del pranzo di nozze del figlio di Recep Tayyip Erdogan, il premier turco. Per fortuna, perché sennò ci sarebbe stato veramente da incazzarsi di brutto, con 'sti americani.
La conoscete, no? Quella di quando Silvio Berlusconi, testimone dello sposo e sbarazzino come al solito, fa arrivare alla sposa, la diciassettenne Reyyan Uzer, un piatto coperto da un tovagliolo e quindi grida forte, in modo da attirare l'attenzione di tutti gli invitati: “Scopri, bella tosa! Scopri un po'!”. La giovane obbedisce docilmente, sorridendo fiduciosa alla sollecitazione dello sceltissimo ospite e... Che ti trova, sotto al tovagliolo? Due belle patate a guarnire un grossissimo cetriolone!
Beh, ve lo dico io: sarà pure verosimile, questa storia (Silvio nostro, si sa, è di indole giocosa), ma è apocrifa, capito?
Berlusconi è uno che ormai pensa e agisce sempre da statista, e uno statista certe cose, beh, non se le può proprio concedere.

martedì 8 luglio 2008

Parole celebri dalle mie parti (n.25)


"Avere opinioni idealistiche sulla propria nazione è pericoloso e malsano, visto che basta un attimo di lucidità per provare rapidi e cocenti disincanti. Gli altri paesi esistono perciò per dare spazio all'idealismo: rappresentano una forma di Arcadia."

(Julian Barnes)

lunedì 7 luglio 2008

Ammerecani de Cansassìti



Su La Stampa del 1 luglio Claudio Gorlier ha scritto qualcosa sull'angliano.
"Per conto mio, il primato dell'angliano si trova nel “precarity day” organizzato a suo tempo a Napoli dall'ex onorevole Caruso, perché il termine in inglese non esiste, e quindi si tratta di una felice contaminazione. La Lega, dopo la sua vittoria elettorale, rappresenta una “golden share”, e dopo un'attenta ricerca ho scoperto che si tratta di una quota di maggioranza. Mi è costata maggior fatica la decifrazione di “due diligence”, necessaria per affrontare la crisi di Alitalia. Pare si tratti di un'attenta verifica, di un'indagine preventiva. Si tratta di spiegare alla gente l'efficacia di certe scelte. Lo chiarisce in televisione il senatore Castelli: ci vuole una “moral suasion”. Ora si serve di questa espressione anche il Presidente della Repubblica. Ecco, allora, la necessità incalzante di una “class action”. Credo di capire, ma ancora esito, che sia una specie di risarcimento".
Capito che cos'è, 'sto angliano?
"L'uso ormai inarrestabile di parole inglesi, spesso di matrice americana, nel linguaggio quotidiano, particolarmente quello politico o giornalistico", ma anche l'invenzione di parole inglesi che in inglese non esistono, una cosa alla Nando Moriconi (e ce lo meritiamo tutto, Alberto Sordi, a questo punto. Ma proprio tutto quanto).


A Gorlier non sfugge il lato comico della questione. Che, tanto per cambiare, sta dalle parti del povero Partito Democratico - ovvero del mio (...) povero partito - e nella selva oscura della sinistra italiana.
"In effetti, sembra che il centrosinistra e la sinistra pratichino largamente l'angliano. La sede centrale a Roma del partito democratico si chiama il “loft”. E' in programma a Torino una manifestazione di rilancio della sinistra arcobaleno, tesa a riconquistare la classe operaia. Dovrebbe chiamarsi, prevedibilmente “pride”, termine sicuramente corrente alla Fiat Mirafiori. Niente da stupire. Prima di congedarsi, il ministro Ferrero ha regalato ai colleghi un calendario popolare, e spiritosamente lo ha intitolato “Very invisible people”. Gli invisibili conoscono tutti l'inglese".
Il 12 gennaio pubblicai un testo di Sciascia del 1965, dedicato alla “questione della lingua”: cosa sta accadendo alla lingua italiana, si chiedeva Sciascia al giro di boa degli anni Sessanta (anzi, già che ci siamo, dei Sixties)? Decisi di iniziare quel post con una citazione di De Maistre, quella canaglia di un reazionario: “ogni degradazione individuale o nazionale è immediatamente annunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale del linguaggio”.
Il punto, secondo me, è proprio questo (anzi, è proprio this).


Gorlier nota pure che il nostro è "forse l'unico governo al mondo a chiamare correntemente in inglese un ministero. E' il “welfare”, e mi incuriosirebbe tentare una verifica parallela della sua pronuncia, poniamo, a Reggio Calabria e a Bergamo".
E a parte la verifica della pronuncia tra i calabresi di Reggio e gli impavidi celti de sura e de sota, per quanto riguarda il “welfare”, secondo me, la questione è un pochino più complessa.
Scrivevo il 10 ottobre dello scorso anno: "ma quanti sono gli italiani che lo conoscono davvero, il significato della parola "welfare"? Non sarebbe meglio dire, in italiano appunto, "stato sociale"? Che c'è? Non lo vogliamo dire perché siamo consapevoli che il nostro, più che uno stato sociale, è soprattutto uno stato assistenziale? Siamo così sorvegliati, nell'uso della lingua italiana? O ci vergogniamo, per caso? L'ultima è domanda retorica: in Italia non si vergogna mai un cazzo di nessuno. Perciò, mi sa, diciamo "welfare" perché siamo degli ipocriti".
E dopo essermi autocitato mi dirigo verso il Pantheon per farmi tumulare.

domenica 6 luglio 2008

Lo zio Willie




Ho da poco finito di leggere Conversazioni con zio Willie, di Robin Maugham.
Lo zio Willie del titolo è uno scrittore che amo molto, William Somerset Maugham. Il nipote, Robin, tra le altre cose, firmò nel 1948 il bellissimo Il servo (portato al cinema da Joseph Losey nel 1963).
Da qualche anno Adelphi sta editando le opere migliori di William Somerset Maugham, un tempo molto vendute (anche nel nostro Paese) e poi molto dimenticate. Del tutto ingiustamente, a mio modesto parere.
Il mondo di cui scriveva Somerset Maugham non esiste più.
E' un mondo di cui certi suoi critici inglesi, chiamiamoli progressisti e chissà se ci capiremo, si sono vergognati un bel po': Somerset Maugham è stato uno dei cantori più intonati dell'alta borghesia e dell'aristocrazia del suo Paese - a cui apparteneva per nascita e di cui condivideva riti e miti, lingua e immaginario - ai tempi in cui l'Impero britannico stava vivendo il crepuscolo della sua storia secolare. Per dirla col poeta, Maugham raccontò della vita ruvida e concreta del buon mercante inteso alla moneta, degli amministratori coloniali, delle grandi piantagioni in Asia (soprattutto tra il Borneo e la Malesia), dei missionari, dei ricconi londinesi che svernavano in Costa Azzurra, tra una festa e l'altra, degli agenti segreti come il signor Ashenden.

Un mondo, ma di più, un ordine, che lo scrittore giudicava con ironia e distacco ma di cui non mise mai in dubbio la legittimità. Ecco perché, per anni, è stato giudicato poco meno che un reazionario (qualcuno ricorda ancora cosa significhi, questa parola?), ben che andasse un frivolo (William Somerset Maugham era uno snob incredibile, altro che il sottoscritto...) di scarsissima coscienza critica per tacere di quella politica. Troppo angusti i suoi orizzonti, troppo poco seria la sua dimensione morale.
Quindi i suoi libri sono stati per anni terribilmente fuori moda. Colpiti da una condanna politica, prima che estetica, sono finiti nel dimenticatoio con la gloria dell'Impero britannico (where the sun never set: don't forget...). Dell'imperialismo dobbiamo vergognarci e basta, ladies and gentlemen. E, già che ci siamo, rimuoviamo pure Somerset Maugham: è così imbarazzante...
Questo nel Regno Unito, e per anni. Da altre parti, beh... E' andata più o meno allo stesso modo.
Oddio, a tanti libri è capitato lo stesso, e per i motivi più diversi. Mica solo a quelli dello zio Willie, dunque.
Ma il tempo spesso (mica sempre, però...) è galantuomo.
Perché è una cazzata, diciamocelo, pensare di emendarsi dalle colpe di un passato imbarazzante attraverso la rimozione dell'opera di uno scrittore (e di Rudyard Kipling ne vogliamo parlare?). E poi l'Impero britannico, piaccia o non piaccia, fu un'impresa immane e sovente eroica a cui lavorarono intere generazioni di inglesi: esploratori, soldati, missionari, scienziati, politici, funzionari di vario livello, cacciatori, avventurieri, criminali e pure qualche scrittore. E fu il retroterra di tutto quanto accadde nel Regno Unito (e quindi nel mondo) tra la seconda metà del Settecento e la prima metà del Novecento. Nel bene e nel male. Per i colonizzatori e per i colonizzati, si intende.
E, detto ciò, Somerset Maugham è stato veramente un grande scrittore, alla fine. Anzi no, meglio: è stato uno straordinario artigiano della scrittura, fenomenale nella dimensione del racconto breve (leggetevi, se vi capita, Pioggia. Lo trovate accoppiato ad un'altra bella botta che si intitola Il reprobo) ma anche nel romanzo (e qui il mio preferito si chiama Acque morte).

La lettura di Conversazioni con zio Willie mi è stata utile, sapete.
Ho appreso delle cose di Somerset Maugham che non conoscevo.
Per esempio, ignoravo che “sulla vita di Willie l'influenza maggiore l'ebbe la balbuzie. A proposito della balbuzie del suo amico Arthur Bennett, Willie scrisse: “Pochi sapevano le umiliazioni cui essa lo esponeva... e la piccola esasperazione di avere sulle labbra una buona battuta, divertente o a proposito, e di non arrischiarsi a dirla per timore che la balbuzie la guastasse. Pochi sapevano la sensazione deprimente di essere ostacolato nel contatto con gli altri. Può darsi che senza la balbuzie, che lo costringeva all'introspezione, Arnold non sarebbe diventato uno scrittore”.
E' probabile che se si fosse liberato dalla balbuzie Willie non sarebbe stato un agnostico; è quasi certo che senza la balbuzie non sarebbe stato uno scrittore; probabilmente avrebbe fatto l'avvocato, come i suoi fratelli. La balbuzie lo rese riservato, lo costrinse a rimanere uno spettatore, fece di lui quell'osservatore distaccato della vita che divenne la prima persona singolare dei suoi libri. La balbuzie rese la sua prosa vigorosa, vivace e concisa, sciolti e efficaci i dialoghi dei suoi lavori teatrali. Forse è a quell'impedimento che Willie dovette la sua fama”.
Nei suoi primi racconti Somerset Maugham tendeva a far uso di una narrazione impersonale o in terza persona (in cui spettava ad uno dei personaggi scoprire qualcosa di decisivo su un altro personaggio), ma col tempo perfezionò la sua tecnica per arrivare a proporre un narratore che non era un vero personaggio del racconto, ma solo un testimone: qualcuno che veniva a sapere da uno dei personaggi la storia di un tale che aveva compiuto un'impresa fuori dal comune.

E non sapevo poi di Gerald Haxton, che Somerset Maugham conobbe durante la Grande Guerra (dove faceva l'interprete per la Croce Rossa) e che fu per anni il suo compagno.
Haxton raccontò a Robin Maugham che suo zio “era un ottimo interprete, ma la timidezza e la balbuzie gli rendevano difficile trattare con i soldati. Non riusciva a parlare con loro”.
E anche nei racconti e nei romanzi, va detto, la simpatia dello scrittore è (sembra) limitata ai personaggi della sua classe sociale: con i personaggi popolari si trova (appare) sempre un po' a disagio.
Il giorno che si incontrarono Haxton gli disse: “Non sarai mai uno scrittore di fama mondiale se non sai entrare in contatto con la tua materia prima”, ovvero con la gente in carne e ossa.
Gerald Haxton voleva passarsela bene, aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui, che gli desse vitto e vestiti: “Ti sembrerà strano, ma se fossimo amici anch'io potrei dare a te quello che cerchi: se tu mi portassi nei tuoi viaggi sarei quello che pesca una persona interessante in una bettola e ti rimedia una storia da raccontare”.
Era perciò proprio Haxton, il grande amore di Somerset Maugham, che stava “al club fino a tardi in posti come Penang a far amicizia con piantatori e legulei. Li facevo sbronzare e loro mi raccontavano delle storie, come quella di La lettera, che ascoltai da un avvocato di Singapore e passai a Willie. E a parte questa ne scovai altre decine”.

Chissà se fu lui a scovare la storia di miss Thompson, la puttana di Pioggia...
Se posso permettermi un consiglio, leggetevi qualcosa di Maugham. I testi di cui ho parlato o il capolavoro qui sotto.
Se poi vi garbano le storie con personaggi che si comportano in modo imprevedibile, o che in una situazione difficile, pur non essendo affatto degli eroi, riescono a reagire in modo del tutto inaspettato, believe me: William Somerset Maugham è il vostro scrittore.

giovedì 3 luglio 2008

Parole celebri dalle mie parti (n.24)


"Una volta, quando un primo ministro britannico starnutiva, mezzo mondo si buscava il raffreddore. Oggi, quando il primo ministro britannico starnutisce, non c'è nemmeno qualcuno che gli dica salute!"

(Bernard Levin, un grandissimo giornalista inglese, 1976)

mercoledì 2 luglio 2008

Conservatori nel Sessantotto



Credo che il Regno Unito sia l'unico Paese al mondo dove si organizzano dei concorsi per premiare il villaggio più bello del reame. Oddio, adesso che ci penso, qualcosa del genere era venuta in mente pure al nanerottolo prepotente più amato dagli italiani, non ricordo più se nella campagna elettorale del 1994 o in quella del 1998. L'orrendo soldo di cacio aveva promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe provveduto ad organizzare un concorso tra le città italiane per stabilire quale fosse la più ridente (ridente come lui, ça va sans dire) ovvero la più ordinata e pulita, la più fiorita (fiori nelle aiuole dei parchi pubblici e fiori alle finestre delle case, signora mia). In linea con questa tenerissima puttanata, con la coerenza adamantina che l'ha sempre contraddistinto, quando ci fu il G8 a Genova il signor Berlusconi si preoccupò di far togliere quei fili da bucato carichi di panni stesi ad asciugare, ben in vista (troppo in vista) sui balconi di molti palazzi del centro storico del capoluogo ligure (e tra edificio ed edificio, sopra ai carruggi), da lui considerati profondamente antiestetici.
Ma basta col nano, dai.

Adesso vi voglio raccontare di una delle più belle canzoni pop che siano mai state scritte, nonché di una delle canzoni più meravigliosamente inglesi che siano mai state cantate.
Perché? E perché no?
Talkischeap, nevvero?
Nel fatidico Millenovecentosessantotto (fatidico per me, che modestamente ci nacqui, e fatidico per mezzo mondo, dalla Sorbona a Berkeley passando per l'infame notte di Tlatelolco), in quell'anno ormai famosissimo in cui un sacco di giovani realisti si misero a chiedere, e giustamente, l'impossibile, i Kinks cantavano una canzone (una delle loro più belle) in cui chiedevano all'onnipotente di salvare il villaggio verde. E non solo, non solo. “Dio salvi i piccoli negozi, le tazze cinesi e la verginità/ Noi siamo l'associazione che condanna i grattacieli/ Che Dio salvi le case stile Tudor, i tavoli antichi e i biliardi”.
Insomma, Ray Davies, nel Sessantotto (e son quarant'anni, ormai ve ne sarete accorti: nevvero?), se ne uscì con un disco profondamente (e deliziosamente) conservatore. Non semplicemente retro, no: proprio conservatore. D'altronde, preservation proprio “conservazione” vuol dire.


Davies, padre padrone dei Kinks, è sempre stato un anti-progressista, uno spregiatore convinto dell'epoca del trionfo della tecnica e della sua cultura (in 20th Century Man, una canzone di Muswell Hillbillies, anno domini 1971, canterà: “This is the age of machinery/ A mechanical nightmare” – l'età delle macchine, un incubo meccanico - “It's the age of insanity” - l'età della pazzia - “You keep all your smart modern writers/ Give me William Shakespeare/ You keep all your smart modern painters/ I'll take Rembrandt, Titian, Da Vinci and Gaisborough” - ma teneteveli pure, i vostri bravi scrittori moderni: a me date Shakespeare. E, già che ci siamo, tenetevi anche i vostri grandissimi pittori moderni: io prenderò Rembrandt, Tiziano, Da Vinci e Gainsborough. Capito il tipo?).
The Village Green Preservation Society è stato definito (da Giacomo Este) “un nostalgico peana all'Inghilterra che non c'è più ma che può ancora essere almeno vagheggiata” e c'è davvero poco da aggiungere.
La cosa che colpisce, e pure parecchio, è che Ray Davies, essendo nato nel 1944, non aveva certo potuto conoscere la signora Mopp (personaggio del programma radio BBC degli anni Quaranta ITMA – It's That Man Again), come dire, in tempo reale. La stessa cosa credo possa essere affermata per quel caposaldo del music hall britannico che fu l'Old Mother Riley di Arthur Lucan, (venne rappresentata fino al 1954).
Com'è che diceva Jerry Rubin, al tempo (un tempo parecchio rumoroso, via. In cui si asserivano un sacco di cose con un tono che non ammetteva repliche)? Non fidatevi di nessuno che abbia più di trent'anni? Ecco. Ray Davies, invece, rimpiangeva il passato di Albione, cantava di treni a vapore (Last of The Steam-Powered Trains) e di idilli bucolici (“it is heaven to be like a willow tree” in Sitting By The Riverside), dei romanzi di Conan Doyle e del Fu Manchu di Sax Rohmer, della George Cross (una delle massime onorificenze che possano essere conferite nei Paesi del Commonwealth) e di villaggi in mezzo al verde di qualche shire (manca la caccia alla volpe, lo so. L'afternoon tea, invece, era già stato celebrato dai Kinks. Un anno prima).
Beatamente lontano dallo spirito dei tempi e dalla pazza folla.
Fu una spassionata (e pure coraggiosa, direi) dichiarazione di poetica, il disco dei Kinks del 1968 (il loro capolavoro, secondo tic: Face to face e Something else by The Kinks permettendo): The Kinks are The Village Green Preservation Society. I Kinks SONO la Società per la Conservazione del Villaggio Verde. C'era poco da equivocare: conservatori nel Sessantotto.
Ma quant'è inglese, siore e siori, lo snobismo? Ma quanto?
The Village Green Preservation Society: un must se per quell'isola dove non c'è l'euro, si guida a sinistra e alle cinque in punto (così dicono...) si prende il tè, avete qualcosa che assomiglia a un debole.
Ci siamo capiti?

We are the Village Green Preservation Society
God save Donald Duck, Vaudeville and Variety
We are the Desperate Dan Appreciation Society
God save strawberry jam and all the different varieties
Preserving the old ways from being abused
Protecting the new ways for me and for you
What more can we do
We are the Draught Beer Preservation Society
God save Mrs. Mopp and good Old Mother Riley
We are the Custard Pie Appreciation Consortium
God save the George Cross and all those who were awarded them
We are the Sherlock Holmes English Speaking Vernacular
Help save Fu Manchu, Moriarty and Dracula
We are the Office Block Persecution Affinity
God save little shops, china cups and virginity
We are the Skyscraper Condemnation Affiliate
God save Tudor houses, antique tables and billiards
Preserving the old ways from being abused
Protecting the new ways for me and for you
What more can we do
God save the village green.

P.S.

Se volete approfondire, http://www.eng-villages.co.uk/

martedì 1 luglio 2008

Siamo appena al primo di luglio e già alla migliore del mese?


"E' sacrosanto essere duri, ferrei, verso tutto ciò che è illegale e clandestino."
Andrea Ronchi, ministro per le Politiche Comunitarie, in visita ieri al Centro di prima accoglienza di Lampedusa, dixit.



P.S.
Tra l'altro, ha ragione mia moglie: 'sto povero disgraziato assomiglia ad uno dei Pooh. Quale, fate un po' voi.