lunedì 11 maggio 2009

Parole celebri dalle mie parti (n.60)


"Ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo."

(H. M. Enzensberger)

domenica 10 maggio 2009

Volan stracci e mortacci

Fra qualche giorno dovrebbe uscire Devi augurarti che la strada sia lunga, di Fausto Bertinotti (con Rina Gagliardi e Ritanna Armeni o forse Armani, visto l'argomento...).
La prima cosa che mi sento di dire è che sarebbe ora che 'sto fatuo citrullo la piantasse di citare i versi di Kavafis. Chi di gallina nasce convien che razzoli: uno come Fausto Bertinotti, per quanto mi riguarda, giusto dei libri di Sophie Kinsella può parlare.
Le anticipazioni della stampa raccontano di un giudizio ferocissimo su Romano Prodi: secondo l'ex presidente della Camera dei deputati il professore sarebbe infatti “il leader politico che in questi anni ha avuto la peggior parabola discendente”, un cattolico democratico, tecnocrate fin che vuoi ma comunque "contagiato dal dossettismo", trasformatosi, nel corso del tempo, in “uno spregiudicato uomo di potere”.
Secondo la portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, «le parole di Bertinotti sollecitano un'unica risposta. Quella che il presidente Prodi usa in casi come questi: “de mortuis nisi bonum”». Dei morti non si può che parlar bene.
Ve la ricordate, sì, la battuta di Flaiano su Cardarelli, “il più grande poeta morente”, di cui l'infausto Fausto si appropriò per liquidare da par suo l'esperienza del secondo ministero Prodi, lo scorso anno?
Perché il professore, vendicativo e cattivissimo come sempre, non se l'è mica dimenticata, sapete...
Una prece, dai.

venerdì 8 maggio 2009

In sintonia col popolo

Oggi la Repubblica pubblica una lettera del signor Franco Bertini a Corrado Augias.
“Caro dottor Augias, è con profonda tristezza che scopro di vivere in un paese che non mi piace, circondato da gente che non mi piace, volgare e suddita. Si dice in giro che non vi debbano più essere nemici, ma solo avversari con cui confrontarsi pur nella diversità di opinione. Ma per confrontarsi bisogna avere qualcosa da dirsi, usare un linguaggio comune. Mi chiedo: che cosa mi accomuna a questo signore che ci governa, ossessionato dal suo aspetto e dalla sua potenza sessuale, e con il popolo che lo segue adorante e plaudente? Vedo qualcosa di avvilente nelle private vicende di un anziano e facoltoso signore che finge di essere giovane e “in forma” circondandosi di ragazzine avvenenti e disponibili. E c'è qualcosa di così orribile in questo sciagurato paese che esulta per le avventure dell'anziano signore, solo perché è un potente e lo difende dalla moglie che protesta pubblicamente contro la sua indecorosa condotta. Mi sento estraneo e disgustato”.
Io queste cose non potrei mai dirle, vedete... perché ho in tasca la tessera del famoso Partito Democratico.

Ora, dovete sapere che qualche giorno fa un famoso giovane dirigente nazionale del famoso Partito Democratico, tal Enrico Letta (nipote di), ci ha ammoniti tutti: noi del piddì «siamo troppo snob, crediamo di essere migliori del Paese e questo è l’inizio della disfatta».
Io quindi, cari miei, non sono (non posso proprio essere) migliore di quegli italiani (e sono milioni di milioni, come le stelle di Negroni) che, letteralmente, idolatrano il Bokassa del Viagra, né posso permettermi di giudicarli male. Pena la disfatta. Se invece farò il bravo, se non sarò snob, ovvero se imparerò non dico a comprendere, ma almeno a rispettare la grandezza inattingibile di maestri di stile quali Silvio Berlusconi, Fabrizio Corona e Aida Yespica - sembra dirmi Letta (il nipote o lo zio?) - forse l'Italia imparerà ad amarmi, finalmente.
Non potrò certo essere io del piddì, dunque, a interpretare politicamente l'indignazione del signor Bertini: lo farà qualcun altro, o magari non lo farà nessuno e allora il signor Bertini, invece di andare a votare, se ne andrà al mare. Che dire? Buon pro gli faccia? Diciamolo, e non se ne parli più.

P.S.
Ben prima del famoso giovane dirigente nazionale Enrico Letta, dalle mie parti un altro Enrico ammoniva severamente noi del piddì: «Ma dove cavolo è scritto che il riformismo debba per forza essere guerra al popolo? Che cazzo di libri abbiamo letto per finire dall’altra parte del tavolo e assumere questo atteggiamento sprezzante verso l’umanità?» (15 giugno 2008).
Infatti la scarsa sintonia col popolo, voi capite, è innanzitutto un problema di cattive letture.

giovedì 7 maggio 2009

C'era una volta in America (di Sergio Leone)


- Noodles, cos'hai fatto in tutti questi anni?
- Sono andato a letto presto.

mercoledì 6 maggio 2009

Il Golem del sergente Michail

Ricordo molto bene la prima volta in cui sentii parlare del fucile mitragliatore Kalashnikov: era il 4 settembre del 1982. Il giorno prima avevo compiuto 14 anni e a Palermo era stato ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Erano stati degli Ak47, a sparare. Nel caso lo ignoriate, la lettera A indica il tipo di fucile, avtomat in russo. La K è l'iniziale del cognome del suo inventore: Kalashnikov. Le cifre 4 e 7, invece, si riferiscono all'anno in cui il giovane sergente dell'Armata Rossa Michail Kalashnikov presentò ai suoi superiori la propria stupefacente invenzione: un fucile in grado di produrre una potenza di fuoco terrificante, pari a 650 colpi al minuto. L'Ak47 si smontava in meno di un minuto e si poteva pulire rapidamente, praticamente in ogni condizione climatica. In più, non si inceppava mai: una macchina di morte “miracolosamente resistente, astutamente semplice ed efficace in maniera devastante” che era destinata a rivoluzionare l'uso delle armi nel campo di battaglia e nei successivi cinquant'anni avrebbe cambiato il mondo. Come scrive Michael Hodges in Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un'arma senza frontiere (Marco Tropea Editore), l'Ak47 “avrebbe difeso il potere della Russia comunista e sconfitto il potere dell'America capitalista”. Sarebbe diventato “l'espressione della rivoluzione internazionale, eppure il suo primo impiego sulla scena internazionale sarebbe stato per soffocare la rivoluzione in Ungheria nel 1956”.
Un icona mondiale dello scannamento, insomma, definita dal suo stesso creatore un Golem, come la creatura animata dal rabbino Loew a Praga di cui si racconta in una leggenda ebraica: quel fucile - riconobbe Michail Kalashnikov, nel frattempo divenuto generale - “era uscito dall'orbita dei suoi artefici e aveva acquisito forza propria”.
Attualmente al mondo sono in uso settanta milioni di Ak47, stando alle stime - e sono stime prudenti - delle Nazioni Unite: potremmo scorgerne uno “tra le mani di un soldato delle forze governative irachene oppure di un ribelle, di un mujaheddin afghano, di un guerrigliero colombiano, di un combattente palestinese o di un soldato bambino africano”.
Hodges segue il fucile da Iževsk, città natale del suo inventore, al Vietnam che fece entrare l'arma, imbracciata dai vietcong, nel vortice della mitologia rivoluzionaria novecentesca; dalle strade di fuoco di Ramallah al Sudan della guerra civile degli anni Ottanta; dal confine tra Pakistan e Afghanistan alla Cecenia ribelle al potere di Mosca; dall'Iraq a New Orleans prima e dopo Katrina.
Scrittura rapida, da giornalista cazzuto.
Un paio di storie: nel 1982 gli israeliani invadono il Libano, prendono gli Ak47 ai palestinesi e li mettono in mostra, come trofei, in un parco pubblico vicino a Tel Aviv, “in mezzo ai chioschi dei gelatai e alle luci dei proiettori, in modo che le famiglie potevano passeggiare in mezzo ai kalashnikov ed essere certe che finalmente i terroristi erano stati sconfitti. Poi, dopo la mostra nel parco, gli israeliani diedero i kalashnikov alla Cia e la Cia li imbarcò su navi container e li spedì in Pakistan. In Pakistan furono messi in casse caricate su muli, dopodiché i pakistani li mandarono al di là dei monti, ai mujaheddin dell'Afghanistan, per combattere contro i russi. Il primo kalashnikov che tenne in mano Bin Laden era un fucile palestinese che gli avevano dato gli americani, ai quali era stato fornito dagli israeliani”
I kalashnikov riuscirono a cambiare persino il panorama afghano: “in seguito ai primi, riusciti attacchi dei mujaheddin contro i convogli militari, i russi sfoltirono la vegetazione lungo un raggio di trecento metri (corrispondenti all'effettiva potenza di fuoco di un Ak 47) su entrambi i lati di tutte le strade principali, sradicando alberi e arbusti con carri armati e bulldozer o cospargendoli di defoglianti. Era l'ammissione pubblica e umiliante della vulnerabilità sovietica nei confronti di quello che fino a quel momento avevano considerato il loro fucile”. Un Golem, appunto.
Il primo prodotto davvero globale "che risponde a una propria logica di diffusione fluttuando liberamente fra culture e paesi che potrebbero reclamarlo come proprio, dalla Russia che lo ha progettato alla Cina che ne ha avviato una massiccia produzione in serie”: un fenomeno totalmente internazionale che galleggia su “un'ondata di morte e denaro”.

martedì 5 maggio 2009

Al calduccio sotto le mie copertine (n.1)

Lloyd Cole and the Commotions, Rattlesnakes, 1984.

She takes me down to the basement to look at her slides/ of her family life, pretty weird at times/ at the age of ten she looked like Greta Garbo/ and i loved her then, but how was she to know that.
When she smiles my way/ my eyes go out in vain/ she's got perfect skin.

lunedì 4 maggio 2009

Audrey Hepburn

Oggi Audrey Hepburn avrebbe compiuto ottant'anni. Lo ricordava ieri la Repubblica, tra le altre cose con una commovente lettera dei suoi figli, Sean H. Ferrer e Luca Dotti.
“Spesso ci chiedono com'era essere figli di una star, e spesso restano delusi e perplessi alla nostra risposta: «Non ne abbiamo proprio idea». Era la nostra mamma, una mamma come tutte le altre. Ascoltava meravigliata le nostre storie di tutti i giorni, ci dava qualche consiglio e ci raccontava un po' della sua vita. Veniva a prenderci a scuola, organizzava le nostre feste, amava passeggiare con i suoi cani e andare al mercato, chiacchierava con i nostri amici, e proprio attraverso loro abbiamo imparato che qualcosa di straordinariamente normale regnava a casa nostra: «Hollywood restava fuori dalla porta».
Audrey Hepburn se ne andò il 20 gennaio del 1993, dopo una lunga malattia.
Voglio ricordarla con una battuta di Vacanze romane: "Quello di cui il mondo ha bisogno è che si torni alla dolcezza e al senso morale", diceva la principessa Anna a Joe Bradley/Gregory Peck.
Era perfettamente credibile, Audrey Hepburn, donna dolcissima, di fortissimo senso morale, quando pronunciava quelle parole.Perché era una vera principessa, lei... non una Lady D. qualsiasi.

sabato 2 maggio 2009

Black metal

Ma perché 'sto tizio è sempre così serio e incazzato?
Altro che portoghese: non sembra uno che suona in una band norvegese di black metal?
Eddài... Alleni una squadra di calcio. Ti occupi di CALCIO, non so se rendo.
Calcio... Ovvero, una roba che dovrebbe far divertire el pueblo una volta alla settimana e morta là.
Quindi rilassati un po', bimbino, ché non c'è niente di serio...