domenica 15 agosto 2010

The future's so bright I gotta wear shades


E insomma arriva Montezemolo il quale, a brutto muso, da imprenditore - pensate un po', da imprenditore! - fa presente all'imprenditore Berlusconi che “in politica, come nell'imprenditoria, contano i risultati”: il Berlusconi, sedici anni or sono, non era sceso in campo spergiurando che la sua esperienza di imprenditore - pensate un po', di imprenditore! - sarebbe stata utilissima agli italiani? Bene: quali sono i risultati del cimento, a tutt'oggi? Eh? Zero. Nisba. Alcunché. Un vero fallimento, insomma, secondo l'imprenditore - pensate un po', un imprenditore! - Montezemolo.
E il Pd gli dice bravo, Montezemolo! Bravo! Siamo tutti d'accordo con te, ci mancherebbe altro.
Forse era troppo sperare di sentire dai dirigenti del famoso partito riformista (un partito che, pensate un po', ha finalmente messo assieme e fatto convivere sotto uno stesso tetto storie e culture le più diverse: la grande tradizione del cattolicesimo democratico con quella del socialismo democratico, Moro e Berlinguer, Batman e il Joker, Zio Paperone e Rockerduck, Ricky Albertosi e Comunardo Niccolai) uno straccio di riflessione (oserei dire culturale, ma non so se si può...) sulla natura giocoforza autocratica della figura dell'imprenditore e sul fatto che le regole di una democrazia e quelle di un'impresa non sono nemmeno lontane parenti.
Una cosa così, ma anche detta in maniera più semplice, come no...
Magari messa giù in forma dubitativa, tipo, che so? “Ma siamo sicuri che l'enorme prestigio sociale (starei per dire culturale) di cui ha goduto e gode, nel nostro Paese, la figura dell'imprenditore, diciamo da una ventina d'anni a questa parte, abbia fatto bene, alla società italiana?”. O, con un taglio giusto un po' più hardcore: “Ma siamo sicuri che lo spirito della libera intrapresa prestato alla politica, più che risolverli, non li abbia invece complicati di brutto, i problemi del nostro povero Paese?”.
Mi sarei accontentato volentieri, sapete? Sono un tipo tranquillo, io: non avrei preteso dal partito a cui sono iscritto niente di più.
Ma mi rendo conto: il partito a cui sono iscritto certe cose non può mica dirle. Eh.
Come la mettiamo, infatti, con i magnifici capitani d'impresa che, in omaggio allo Zeitgeist di questi anni terribili, abbiamo candidato pure noantri de (centro)sinistra?
E non sto pensando al figlio di Colaninno e a Massimo Calearo, che sono solo folklore veltroniano e non possono quindi esser presi seriamente in considerazione, ma ad un Riccardo Illy piccolo a piacere.
Ma lo sapete che tipino era, Illy? Lo sapete come si comportava con i suoi interlocutori, di quale disprezzo era capace nei confronti dei suoi compagni di strada rei tutti quanti di essere meno intelligenti, meno pratici, meno concreti, meno determinati, in una parola sola: meno imprenditori di lui? Lo sapete?
No, il Pd certe cose proprio non può dirle. I famosi moderati non capirebbero.


P.S.
“Ma siamo sicuri che passare da quello stronzo di Berlusconi, di professione imprenditore, a quel gagà di Montezemolo, di professione imprenditore, rappresenti un progresso, per l'Italia?”.
Troppo diretta, come domanda, vero?

3 commenti:

ivan crico ha detto...

Commento da (piccolissimo) "imprenditore", non avendo mai lavorato sotto padrone ed avendo (quasi un miracolo, visti i tempi!) una ditta mia da quindici anni ormai. Ciò che dici è sacrosanto. La maggior parte dei cosiddetti "grandi imprenditori" che ci sono in giro, complice un sistema che difende i più forti a svantaggio dei piccoli, hanno accumulato le loro ricchezze in questi ultimi decenni - più che per la loro intelligenza - grazie allo sfruttamento della manodopera (italiana ed estera), tangenti ad amministratori corrotti e fondi statali gestiti in modo scandaloso (vedi ditte emigrate da un giorno all'altro in Romania o Serbia dopo aver beneficiato di milioni donati da noi contribuenti). Inoltre, cosa di cui solo da poco tempo la pubblica opinione è informata, le grandi fortune sono spesso la diretta conseguenza di tasse non pagate e trasformate, in modo del tutto "legale", in ville, possedimenti, auto di lusso, yacht grazie alla creazione di società e finanziarie intestate a prestanome. Vi sono, ovviamente, anche imprenditori onesti e rispettosi di chi lavora per loro ma si tratta, sia chiaro, di una minoranza. In Italia, purtroppo, c'è poco spazio per chi lavora seriamente. Gli imprenditori seri dovrebbero essere chiamati a collaborare, piuttosto, per dare suggerimenti utili per migliorare quella parte della pubblica amministrazione che dovrebbe occuparsi dello sviluppo della nostra economia: per la sanità, la costruzione di strade o altri aspetti della vita pubblica, secondo me, è molto meglio affidarsi a bravi tecnici imparziali capaci di mettere insieme esigenze collettive e risorse disponibili. Per cui, da piccolissimo imprenditore, concordo: gli imprenditori devono produrre ricchezza e posti di lavoro, questo è più che sufficiente, agendo all'interno di un sistema capace di controllarli e anche aiutarli quando l'aiuto va a beneficio, seppure in forma indiretta, di tutta la comunità. Poi non darei tutto questo credito a chi, fautore del "made in Italy", vendeva a cifre stratosferiche magliette della Ferrari prodotte per quattro lire in Cina. O No?

Manfredi ha detto...

in effetti se il dopo berlusconi sarà un governo targato confindustria ne vedremo delle brutte. Già ora ci sono le prove generali con quanto sta accadendo alla Fiat.

Anonimo ha detto...

Togliere la parola "imprenditore" e sostituirla con "politico", togliere IIly e mettere D'alema....
Se il gagà diventa presidente del consiglio "l'imprenditore" diventa ministro delle infrastrutture con il beneplacito del "politico" vicepresidente del consiglio o ministro degli esteri...
Ballard