martedì 10 febbraio 2009

La difendiamo tutta? (ovvero, un promemoria e qualche dubbio)

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
(Art. 7 della Costituzione repubblicana)


Il lavoro dell'Assemblea Costituente fu condizionato pesantemente dalle ingerenze vaticane. Il papato voleva (fortissimamente, voleva...) che il Concordato firmato nel 1929 tra santa (?) romana chiesa e Benito Mussolini fosse incluso, senza modifiche e ritocchi di sorta, nella Costituzione della Repubblica italiana. Il Concordato, lo ricordo, tra le altre cose proclamava il cattolicesimo religione ufficiale dello Stato e rendeva obbligatoria l'educazione religiosa nelle scuole. Fino all'ultimo i comunisti (e come loro tutti i partiti laici) si opposero a questa richiesta. Ma il 24 marzo 1947 Palmiro Togliatti convocò il gruppo parlamentare del suo partito e spiegò che i comunisti avrebbero dovuto difendere il Concordato per rafforzare la pax religiosa nel Paese e mantenere aperto il dialogo con i cattolici. Tutti i comunisti, ad eccezione di Teresa Noce, fecero quello che chiedeva il loro capo e votarono a favore dell'articolo 7. Di tutto ciò avevo già scritto, poco più di un anno fa.
A quel vecchio post (http://tic-talkischeap.blogspot.com/2008/01/ricominciamo.html) ho deciso di aggiungere qualcosa.
Così scrisse Piero Calamandrei («Il Ponte», anno III, n. 4, aprile 1947 ): “(...) se debbo giudicare dalle chiare apparenze, quali nel giorno della votazione poterono esser valutate da tutti gli osservatori presenti nell'aula, ho l'impressione che la improvvisa decisione dei comunisti di votare a favore dell'art. 7 sia stata una sorpresa anche per i democristiani: e non una gradita sorpresa. Da diversi deputati cattolici, che ho ragione di ritener sinceri, mi fu assicurato che essi prima del discorso di Togliatti erano convinti che l'art. 7 sarebbe passato con pochi voti, coi soli voti dei democristiani e delle destre, e che i comunisti avrebbero votato contro: e di tale opinione rimasero fino a quando quel discorso arrivò alla inaspettata perorazione.No, il voto favorevole dato dai comunisti alla formula confessionale proposta dai cattolici è stato un dono senza contrattazione e talmente gratuito, che i cattolici non solo non avevano fatto nulla per procurarselo, ma avevano fatto tutto quanto era in loro per liberarsene. Essi speravano di poter riuscire a portare alla vittoria il loro articolo colle sole loro schiere, colle milizie della fede, senza ricorrere ad impure alleanze contaminatrici (pensate alla umiliazione che avrebbe provato Goffredo Buglione se per liberare il Santo Sepolcro avesse dovuto farsi dare una mano da un esercito di saraceni...). In tale speranza essi avevano cercato di chiudere il varco, a cominciar dalle discussioni preparatorie, ad ogni tentativo di soluzioni intermedie. E nonostante questo, all'ultimo momento, i comunisti hanno voluto a tutti i costi regalare ai cattolici quel contributo di voti che questi avevano fatto di tutto per respingere, ed hanno ottenuto così che i cattolici non possano più sventolare di fronte agli elettori il vanto di essere riusciti a salvare la religione con le loro sole forze...Si è pensato che in questo reciproco atteggiamento dei due partiti molto abbian giuocato considerazioni di carattere elettorale.Togliatti nel suo discorso volle metter su questo punto le mani avanti; e dichiarò che nella decisione di votare a favore dell'art. 7 il calcolo elettorale non entrava per nulla. Ma questa frase suscitò, nell'aula, una di quelle reazioni clamorose di incredulità che nello stile dei resoconti parlamentari possono essere qualificate, secondo i casi, come «"mormorii"», o come «"rumori"» o anche come «"ilarità"».In realtà tutta l'attività dell'assemblea costituente è stata ed è inquinata da questi struggenti patemi d'animo, collettivi ed individuali che si chiamano nel gergo politico le «preoccupazioni elettoralistiche». E' stato detto, con una frase che ha fatto fortuna, che una costituzione per essere buona «dovrebbe essere presbite», cioè guardar lontano, verso il remoto avvenire; ma la nostra costituzione purtroppo, rischia di nascere miope, se non cieca addirittura, come le talpe. Gran parte di coloro che la preparano non vedono molto al di là del proprio naso: e la punta del naso è, per molti uomini politici, segnata dalla data delle prossime elezioni.
Ora non si può escludere che proprio questa miopia sia stata una delle cause determinanti del voto sull'art. 7. I democristiani assaporavano già quale irresistibile argomento di propaganda avrebbe potuto essere nella prossima campagna elettorale il vanto di essersi trovati soli a difendere la religione contro i nemici coalizzati di essa e specialmente contro i comunisti. Tutti ricordano con quale abilità e con quale fortuna nelle elezioni del 2 giugno i democristiani si servirono a proprio vantaggio di questo argomento: è quindi verosimile che essi abbiano adottato sull'art. 7 un atteggiamento intransigente proprio per costringere le sinistre, e specialmente i comunisti, a votar contro, e ad attirarsi così la taccia compromettente di nemici della Chiesa.Ma i comunisti (questa potrebbe essere una spiegazione) hanno capito il gioco e l'hanno sventato: votando a favore dell'art. 7 hanno spezzato in mano dei democristiani l'arma più potente che questi stavano affilando contro di loro per la prossima lotta elettorale. Questa è stata del resto la spiegazione che un deputato comunista mi ha dato, sia pure in tono scherzoso, del loro voltafaccia:
- Abbiamo voluto evitare che nella prossima campagna elettorale i democristiani ci possano rappresentare come anticlericali...
- Ma non temete che così qualcuno possa combattervi come alleati dei clericali?
- Certo questo accadrà. Ma saranno voti che andranno ai socialisti".

Stava parlando, quell'anonimo deputato comunista, delle elezioni dell'aprile '48, quelle che consegnarono alla DC un'egemonia quasi cinquantennale dopo una vittoria schiacciante.
Grande scuola, quella togliattiana, eh?
La stessa che ha frequentato, con molto profitto, il mio vecchio amico D'Alema. Ci si imparava il realismo, a quella scuola: il realismo prima di tutto, il realismo sopra tutto, il realismo alla facciaccia di qualsiasi principio (eh, si: bastava adoperare l'aggettivo 'astratto' e i principi, come per magia, si potevano pure fumare nelle pipe). Giusto un esempio, visto che cade a fagiolo: nel testo citato, Calamandrei rilevava pure l'opinione espressa da Palmiro Togliatti in un articolo - comparso sull'«Unità» del 2 aprile 1947 - dedicato agli Azionisti (che furono fermamente contrari al recepimento dei Patti Lateranensi nella Carta costituzionale): “la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani»” consisteva, secondo l'intelligentissimo segretario del PCI, “nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un'azione politica»”.
Ora, sul serio: non ce l'ho coi comunisti. Quanto segue, ad esempio, l'ha detto un comunista: “Il concordato è il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale. Nel mondo moderno, cosa significa la situazione creata in uno Stato dalle stipulazioni concordatarie? Significa il riconoscimento pubblico a una casta di cittadini di determinati privilegi politici. La forma non è più quella medievale, ma la sostanza è la stessa”. Suona un po' diverso da Togliatti, no? Infatti è Gramsci.

E non ce l'ho nemmeno coi realisti, in fondo.
Ecco, il mio problema (ammesso e non concesso che sia un problema) è che mi stanno pesantemente sul cazzo quelli che Parigi val bene qualsiasi messa (e qui vengono in mente le parole con cui Benedetto Croce respinse i Patti Lateranensi: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono le fossero mancati o le mancassero”).
E pure quelli che si imbucano alle beatificazioni degli amici di Francisco Franco e di Augusto Pinochet.

P.S.
Comunque, siamo sicuri che proprio tutta tutta tutta la Costituzione repubblicana sia da difendere lancia in resta (pure l'art. 7, intendo)? Siamo sicuri?
Vabbuò, comunque: difendiamola (ma, per quanto mi riguarda, solamente perché i suoi nemici li disprezzo per davvero). Comunque, voi ricordatevelo sempre: “L'articolo sette, Togliatti ce lo dette, - disse il marito alla moglie, - e guai a chi ce lo toglie”. Così Mino Maccari: canaglia...

P.P.S.
Per onestà. Un grande storico, Giorgio Candeloro - pur ritenendo che i Patti Lateranensi siano stati introdotti nella nostra Costituzione in aperto contrasto con parecchi dei suoi articoli (vedi ad esempio quello che sanciva l'uguaglianza di fronte alla legge indipendentemente dal sesso, dalla lingua e dalla religione) – ha difeso l'operato di Togliatti sostenendo che l'art. 7 sarebbe stato comunque approvato (anche se, si presume, solo per cinque voti) e che la decisione del Migliore “contribuì ad evitare che la lotta politica... assumesse il carattere di guerra religiosa e degenerasse in forme di tale asprezza da rendere impossibile il permanere del regime democratico” (da Storia dell'Italia moderna, vol. XI, Milano 1986, pp. 127-129).
Opinioni (a me suonano un po' come divinazioni, ma insomma...): vedete voi che farne.
Opinioni che non cambiano in niente, però, ciò che penso di quelli che, siccome Parigi sembra valer bene una messa, eccoli che si imbucano, lesti lesti, alla beatificazione di Escrivà de Balaguer...

11 commenti:

Zimisce ha detto...

bel post, bell'analisi. il realismo a volte può essere un utile metodo d'analisi, quello che critico nella maggior parte dei realisti è l'essere praticamente sempre realisti tattici, mai strategici. ovvero non portano mai fino in fondo il loro ragionamento quando questo rischia di mettere in discussione lo stato di cose vigente. per fare un discorso attuale, si credevano realisti quei cazzoni che hanno invaso l'iraq per il petrolio e il controllo del medio oriente, è più realista il loro successore che parla di nuova politica energetica.

il realismo della scuola togliatti poi, non è che l'applicazione nostrana della tecnica del più grande realista del XX secolo, lo zio giuseppe. vista com'è finita l'unione sovietica anche e soprattutto per l'onda lunga del baffone, non stupisce che da noi l'ultimo epigono di togliatti sia il baffino.

luciano ha detto...

Ottimo post. Uno di quei pezzi che (si sia d'accordo o meno) nobilitano i blog come liberissimo spazio di documentazione e di confronto.
Alle tue osservazioni, aggiungo un elemento: volenti o nolenti (io appartengo ai nolenti), i papisti fanno e faranno parte dello scenario italiano, perchè siamo (purtroppo) l'unico paese al mondo ad avere il Vaticano in casa. Il problema più grave è un altro: che il fronte laico è debole e spesso subalterno ai voleri delle gerarchie ecclesiastiche. Inoltre, i cosiddetti "cattolici del dissenso" contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni e si comportano esattamente come facevano certi comunisti negli anni Cinquanta e Sessanta: "i crimini di Stalin? I Gulag? L'invasione della Cecoslovacchia? Il totalitarismo sovietico? Sì, certo tutto vero, però noi restiamo fedeli alla linea abbracciati all'Urss e al PCUS". Incapaci di vedere che esisteva una sinistra diversa. Così come questi cattolici der dissenzo sono incapaci e timorosi di vedere che esistono altre chiese cristiane, diverse da quella cattolica.

yodosky ha detto...

Adesso come adesso con questa opposizione (???) non andrei a cambiare nemmeno la Carta dei Servizi di Isogas, io.
Mettiamo che si decida di rivedere l'articolo 7. Su, andiamo: quanti i "pazzi" che vorrebbero andare verso una sua limitazione?

Ps. Forse c'entra, forse no. Ieri a Monfalcone fiaccolata per l'istituzione di via delle Foibe, organizzata dalla Lega Nazionale ma si immagina con quali infuenze. In prima linea, don Gilberto Dudine (parroco della parrocchia che sta a cinquanta metri in linea d'aria da casa nostra). Mi si riferisce che, vestito come don Camillo, cappellaccio nero e tonaca coordinata, a braccio destro teso salutava i camerati.

Adespoto ha detto...

Bel post, di quelli voluminosi e interessanti.
Punto di vista in buona parte condivisibile, la carta costituzionale non è la migliore possibile, ma nel contesto dato rappresenta un compromesso di buon livello, stanti anche 50 anni di giurisprudenza costituzionale che hanno acquisito progressivamente punti di vista liberali anche sulla questione del cattolicesimo.

Sull'articolo 7 mantengo un punto di vista pragmatico, mi sono riletto i lavori preparatori descritti da Falzone, nella discussione fu chiaro che il concordato veniva sì ri-approvato ma non gli si dava forza di legge costituzionale. Citando Dossetti nella sua risposta a Pajetta "Queste norme (parla del concordato ndA) non entrano affatto nella costituzione."
In quel momento storico era difficile sostenere che la lotta politica nell'aula si dovesse concentrare sulla validità o meno delle norme concordatarie.

Ma vale la pena di considerare il dibattito su altri articoli:
Nell'art.8, ad esempio il 1° comma stabilisce l'eguale libertà di TUTTE le confessioni religiose, all'articolo 19 è stabilita per tutti la libertà di culto e propaganda dello stesso.
Ultimo esempio: all'articolo 29 fu cassato il termine "indissolubile" dopo la parola "matrimonio" (per fortuna...). Si riuscì a rinvenire una maggioranza di soli 3 voti in quel caso... Altrimenti per inserire il divorzio si sarebbe dovuto agire attraverso revisione costituzionale.
Nel bilancio di un cinquantennio mi pare che gli accenti liberali ci fossero ed abbiano permesso l'evoluzione del paese, la discussione di grandi temi civili etc etc.

Certo, il cattolicesimo resta la religione prevalente, ma non si combatte il papismo con leggi vessatorie impossibili da attuare. La religione cattolica era (ed è) una variabile non ignorabile nel panorama della costituente italiana... I numeri contano.

Insomma la carta costituzionale fu un compromesso dell'epoca, la cui lettura si è poi evoluta con l'evolversi della società italiana (a questo serve la giurisprudenza). Oggi siamo in grado di immaginare un compromesso migliore di quello? Credo di no, ogni revisione della carta sarebbe peggiorativa.

Adespoto ha detto...

@Yod: Dell'Istria, alla fine l'abbiamo chiamata "Dell'Istria".

(Non puoi vederla, ma ho un'espressione tra il rassegnato e l'addolorato mentre immagino la qualità degli slogan e delle dissertazioni emerse durante la fiaccolata che hai descritto)...

yodosky ha detto...

Accidenti, è stato un lapsus micidiale.... Me ne sono accorta solo dopo.
Però, con una simpatica ironia potevate chiamarla "Via dAll'Istria".
Tarattattattarratta... (la solita simpatica musichetta d'avanspettacolo).

Comunque le mie fonti mi confermano che sì, era uno spettacolo abbastanza pietoso.

tic. ha detto...

Il cattolicesimo "resta la religione prevalente, ma non si combatte il papismo con leggi vessatorie impossibili da attuare. La religione cattolica era (ed è) una variabile non ignorabile nel panorama della costituente italiana... I numeri contano".

Lo so anch'io, lo so anch'io. Ma il punto non è questo.
Il punto è che io posso senz'altro capire che un papista si inginocchi davanti a un pulpito. Non capisco però come sia stato possibile, in questi anni, sentire da gente di sinistra cose come "il crocefisso non è simbolo di appartenenza religiosa ma un segno di pace accettabile da tutti, credenti e non". Lo disse una dirigente del mio vecchio partito, i DS.
Il cui ultimo segretario confessò in tv di essere cattolico (come se questo fosse un dato da considerare politicamente rilevante).

Non sto parlando di roba che al povero Pd è venuta dalla democristianissima Margherita: siano baciapile di nuovo conio alla Rutelli, o scoutini storici alla Castagnetti.
Mi riferisco a gente soi disant 'di sinistra'.

Il PCI non ha mai saputo che farsene, di certe battaglie: le ha sempre considerate roba d'elite. Roba da sinistra borghese. Roba lontana dal vero sentire del popolo italiano.
Il popolo italiano, intanto...

tic


P.S.
Sulla Costituzione repubblicana, poi, ci sarebbe molto da dire.
Ma non è questo il punto, appunto.

Giulia ha detto...

Anch'io ho trovato la tua analisi un ottimo e interessante spunto di riflessione.
Tra le varie morali della favola secondo me c'è un fatto assoluto: l'Italia è una nazione esperta in materia di imbucati.
Poi c'è una considerazione: la Costituzione non è perfetta, ma il problema è che è piuttosto buona, e trovare un governo super partes ma pro-popolo che la possa modificare in meglio è praticamente impossibile.
Altra questione: occorre vedere cosa intendiamo per sinistra. Se intendiamo per sinistra i comunisti vecchio stampo, è abbastanza ovvio che non abbiano fede cattolica. Più moderati e centristi diventano i sinistrorsi della politica e più si apre il margine di variabilità. I catto-comunisti sono mutazioni deformi e figli illegittimi del comunismo; i cattolici di centro-sinistra non dovrebbero avere la possibilità di essere annoverati nelle fila delle sinistre, perchè fanno capo prima alla legge di dio e poi a quella degli uomini.
Ma, alla fine dei discorsi, ci ritroviamo di nuovo al punto di partenza: siamo (o meglio: sono)italiani, dunque imbucati. Quanto piacciono quelle poltrone in parlamento, quanto piacciono...

Seconda morale della favola: tira più un pelucco di poltrona che un carro di buoi.

Anonimo ha detto...

Qui lo dico ma allo stesso tempo non posso averne certezza assoluta (non riesco a trovare informazioni più precise purtroppo) un paio di giorni fa un giornale di berlino ha, diciamo, "invitato" i cattolici a non ascoltare questo papa..credo che la diatriba dell'olocausto abbia lasciato il segno. Aimè non riesco a ricordare il giornale e quindi non ho potuto leggere per intero la notizia..
Comunque diciamo che sta perdendo consensi in patria

Firmato

Una sorella che fornisce aggiornamenti dall'estero

Adespoto ha detto...

@Tic: Se giustamente ti chiedi quale sia il limite del sacrificio tattico raggiungibile per legittimarsi come partito con ambizioni dirigenti...
Bè, basta dire che il Piddì rischia di dover lasciare il PSE in termini di collocazione europea. Non mi pare un sacrificio tattico piccolo, in confronto dire delle palle gigantesche sul significato del crocifisso o del santino di san Paolo mi pare una cosa tranquillissima.
Sulle beatificazioni di dubbio gusto non dico nulla, perchè quello è un tema su cui sono ancora irritabile...

alessandro perrone ha detto...

Purtroppo mi tocca sempre la parte dell'inquadrato...però, senza un'analisi del contesto storico del tempo, le scelte del PCI e di Togliatti rischiano di non essere capite.
Sul clima insurrezionale e la possibilità di continuare la lotta armata anche in Italia a fronte del drammatico fallimento del tentativo greco, penso non ci sia molto d'aggiungere.
In un clima di guerra fredda, le decisioni del PCI dovevano tenere presente di tutti gli aspetti e le compatibilità nazionali ed internazionali ed anche quelle meno evidenti, ma assolutamente politiche e pur sempre reali, come il fatto che parte rilevante il proletariato italiano, industriale, ma soprattutto rurale era ancora molto legato alla chiesa, quindi la rottura con il cattolicesimo, avrebbe interrotto l'azione di spostamento che il PCI stava facendo verso questo pezzo della società in senso progressista.
Inoltre nel PCI anche malgrado la contrapposizione più dura con la DC, ha sempre prevalso l'idea dell'unità antifascista, quale ultima risorsa di reciproca legittimazione e rispetto tra due forze antagoniste.
Si può dire che il PCI fino all'ultimo è stato condizionato, non a torto, dal pericolo fascista insito nella società italiana, su tale pericolo ha sviluppato parte rilevante della propria azione e spesso ha messo, forse a torto, in secondo piano la necessità dell'alternativa di governo. Sulla Costituzione e la difesa della sua "progressività" non ho molto d'aggiungere da quello che ha scritto Adespoto.