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martedì 4 gennaio 2011

Arieccomi!

La prima lettura del 2011?

I Racconti di fantasmi di Montague Rhodes James: grazie a MareMagnum (conoscete? È un sito fantastico se volete recuperare libri rari e fuori catalogo) sono riuscito a trovare il volume di 520 pagine - uscito nel 1989, a cura del povero Malcolm Skey, per i tipi di Theoria – che li raccoglie tutti, ma proprio tutti.
MRJ (si firmava così), nato nel 1862 e morto nel 1936, era davvero un bel tipo: gran medievista, paleografo, archeologo, poliglotta di quelli stupefacenti - imparò da solo l'italiano, il tedesco, l'etiopico, il danese (tradusse pure Hans Christian Andersen), lo svedese, il copto, l'ebraico, il siriaco – e scrittore quasi a tempo perso di rabbrividenti (ma sul serio!) ghost stories.

L'uomo aveva l'abitudine di leggere i suoi racconti agli amici che andavano a trovarlo sotto Natale: «la sera prestabilita il gruppo si ritrovava ad aspettare a lungo finché, di solito verso le undici, “Monty” non appariva con l'inchiostro ancora umido sull'ultimo foglio. Tutti i lumi meno uno venivano spenti; e si dava inizio alla lettura del racconto».
E insomma queste sere di gennaio, per quanto mi riguarda, sono piene di case infestate, antichissimi sortilegi, streghe vendicative, tesori custoditi da demoni ferocissimi, camere d'albergo che non esistono ma poi invece sì, quadri che si animano, figure incappucciate nascoste nel buio, folate di vento che sembrano urla, cupi presagi e maledizioni inesorabili.
Fuori dalla mia finestra, immancabili, le brume della campagna inglese; sotto al mio letto, un'orribile creatura in attesa...

Urge ristampa, perdiana!

martedì 28 dicembre 2010

Le fonti di Maurizio Belpietro

«Ebbene, sì. Lo confesso. Sono stato io, Willard Pogrebin, un tempo così mite e promettente, a sparare al presidente degli Stati Uniti. Fortuna ha voluto, però, che un tale tra la folla intervenisse a torcermi la mano che impugnava la Luger deviando il colpo, sicché la pallottola, dopo aver rimbalzato contro un'insegna metallica, andò a conficcarsi in una mortadella, nell'Emporio Insaccati Himmelstein. Dopo una lieve colluttazione, durante la quale diversi poliziotti fecero un nodo alla marinara con il mio gargarozzo, venni immobilizzato e mi portarono a razzo in osservazione al neuro-deliri.»

Ieri Maurizio Belpietro, il direttore del famoso quotidiano Libero, ha scritto che ci sarebbe in agenda, per la prossima primavera, un finto attentato al Presidente della Camera dei deputati, onorevole Gianfranco Fini, in occasione di una visita istituzionale di quest'ultimo in Puglia, lasciando in qualche modo intendere che sarebbe stato proprio il diretto interessato ad averlo commissionato, per 200mila ricchi euro, ad un manovale della criminalità locale.
Fini avrebbe ordito tutta 'sta machiavellica trama per poi far ricadere la colpa del proprio ferimento (lieve, ovviamente...) sul Presidente del Consiglio Berlusconi, condizionando in tal modo l'esito delle prossime elezioni politiche (che il direttore Belpietro prevede, dunque, molto vicine). L'attentatore prezzolato si sarebbe volentieri prestato ad accusare il falso mandante, ça va sans dire.
Oggi Fini ha querelato Belpietro.
A me tutto ciò ha ricordato una storiellina di Woody Allen, Tempi duri e scellerati. La trovate su Effetti collaterali, vedi mai desideraste leggervela.

Vi si racconta di un tizio pagato dal presidente degli Stati Uniti Gerald Ford (ve lo ricordate? Era il vice di Nixon e diventò presidente subentrandogli quando Tricky Dick fu costretto a dimettersi sull'ondata di piena delle rivelazioni dello scandalo Watergate. Secondo Lyndon Johnson, Ford era talmente dotato, sul piano intellettuale, da non riuscire a masticare del chewing-gum e a scorreggiare nello stesso momento) un tizio pagato da Gerald Ford, dicevo, per «tirargli, di tanto in tanto, una revolverata, badando bene di mancare il bersaglio. Questo, disse, gli avrebbe dato modo di comportarsi eroicamente e sarebbe servito a distogliere l'attenzione della gente dalla vere questioni importanti...».

lunedì 6 dicembre 2010

Una lettura consigliatissima (e una recensione, forse...)

"Silvio Berlusconi è un grande comunicatore."

"Umberto Bossi è un animale politico dal fiuto straordinario."

"D'Alema, a sinistra, è il più intelligente."

domenica 27 giugno 2010

Tic e la sua solita America

Dite quello che volete ma finire un grande libro ed iniziarne subito un altro che promette di essere altrettanto grande è una delle emozioni più grandi che ad un uomo sia dato di provare.
Ho appena finito di leggere Così giovane, bello e coraggioso, un romanzo di Leif Enger che mi avevano detto bello ma non pensavo così bello.
Di che parla? Di una frontiera dell'anima che bisogna raggiungere costi quello che costi, potrei dirvi, ma forse non è molto chiaro, nevvero?
E allora vi dico che parla del mio West e che ci sono barche da costruire e fiumi in cui navigare, cavalli da domare e cieli immensi, giovani cowboy belli, coraggiosi e innamorati che diventano fuorilegge per pura casualità e implacabili segugi che si mettono sulle loro tracce; eppoi ci sono scrittori in crisi di ispirazione e vecchi rapinatori di treni in cerca di redenzione, infallibili tiratrici alla Annie Oakley e spose amatissime abbandonate in Messico per colpa, più o meno, del Presidente Porfirio Díaz, immortali leggende (Butch Cassidy, Hole-in-the-Wall, l'agenzia Pinkerton, il generale Pancho Villa) e città incendiate, e praterie e deserti e orizzonti sconfinati e insomma l'America come vorrei che fosse sempre e che sempre amerò.
Leif Enger è uno straordinario cantastorie, un po' come Mark Twain, un po' come Townes Van Zandt (e mi dispiace un sacco per voi se non sapete chi è Townes Van Zandt).

«Quando ero piccolo ero convinto che mio nonno fosse un bisonte. Sembra stupido ma anche adesso mi suona giusto: era un agricoltore del North Dakota, giocava a baseball e aveva una testa grigia conficcata sulle spalle verso avanti. Aveva una presenza calma, irsuta e sicura di sé che a quattro anni associavo al bisonte. Non che ne avessi mai visti, però mia mamma ci aveva letto un libro di leggende native americane nelle quali era scritto che l'uomo era stato creato da un grande bisonte rosso che emergeva da un buco nel mondo. Il nonno era un uomo della terra e il nostro cognome, Enger, viene dalla parola scandinava che significa pascolo: dunque, probabilmente sono cresciuto con la convinzione che siamo in gran parte definiti dalla geografia. Gli spazi che conosco meglio, quelli che nutrono il mio spirito e dove amo ambientare le mie storie, sono luoghi grandi, aperti e facili da respirare, dove in un attimo ti puoi perdere» (intervista a Davide Sapienza, Il Mucchio Selvaggio, Anno XXXIII, n.665, Dicembre 2009).
Io mi sono perso nella voce di Enger, se vi può interessare, ed è stato un gran bel perdersi.

E non vi dico poi cosa cosa sono le prime pagine di Shoeless Joe, un romanzo dello scrittore canadese William Patrick Kinsella uscito nel 1982 e da poco tradotto in italiano per una casa editrice romana nata da poco, 66thand2nd. Non ve lo dico perché non sarebbe corretto: sono arrivato solo a pagina 74 e per finirlo di pagine me ne mancano 221, ma insomma, credetemi, non riesco a staccarmene.
Magari ne avrete sentito parlare, di questo libro, non fosse altro perché ne è stato tratto un film piuttosto famoso, Field of Dreams (in italiano L'uomo dei sogni), di Phil Alden Robinson, con Kevin Costner. Un lavoro del 1989 amatissimo da, arrrrrrrrrghhhhh!!!, Walter Veltroni e a 'sto punto ce n'è già abbastanza, in my humble opinion, per mandarmi più o meno serenamente a cagare, e vi capirei se lo faceste, intendiamoci, ma forse è il caso di resistere un momento.
Solo un momento, via: io non vi chiederei mai a cuor leggero di prendere sul serio l'immaginario veltroniano, e lo sapete... Quindi fidatevi, che non rischiate nulla. A Walter dal cuore puro, poi, è molto piaciuto il film, il libro non saprei dirvi.
Shoeless Joe è un romanzo che parla di sogni – c'è Robert Kennedy, in esergo (Certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perché? Io sogno cose che non sono mai esistite e dico: perché no?) - di baseball e dell'imprendibile J.D. Salinger (che nel film però non c'è).
Beh, dopo sole 74 pagine son qui che mi chiedo (e ho pure chiesto stamattina in Facebook al mio amico Luciano Comida) come mai a nessuno scrittore italiano, con tutto il patetico, penosissimo amore degli italiani per il calcio, è mai riuscito di scrivere un grande romanzo sullo sport più amato dalla nostra, ehm, nazione e gli americani, invece... E Kinsella, invece...
Diobono, un Omero del baseball! Believe me or not.
Quando arrivo a pagina 297 magari ne riparliamo.



P.S.
Sul serio, però: avete mai letto cosa ha scritto, per dire, Osvaldo Soriano, sul calcio? Bene: perché gli argentini sì e gli italiani no?

lunedì 30 novembre 2009

Un posto nel mio cuore

In qualche modo l'Argentina ce l'ho dentro, io.
Un po' (un po' tanto) sono stati gli scrittori - Julio Cortázar, Ernesto Sabato, Roberto Arlt, Osvaldo Soriano, Manuel Puig, Tomás Eloy Martinez, Rodolfo Walsh, Adolfo Bioy Casares e... sì, pure Borges, anche se qui forse non dovrei citarlo, non sta bene – un po' le madres e le abuelas di Plaza de Mayo, e i loro figli e nipoti: perché c'è un posto, nel mio cuore, che appartiene solo a loro, alle vittime di quella che il generale Jorge Videla - capo della Giunta militare che prese il potere a Buenos Aires nel 1976 autodefinendosi "Processo di Riorganizzazione Nazionale" – chiamò guerra sucia, la 'guerra sporca'.

«Non è stata una repressione come quella scatenata più o meno negli stessi anni in altri paesi latinoamericani, quella dell'Argentina tra il 1976 e il 1982. Diversa non soltanto per il numero enormemente superiore dei desaparecidos ma anche perché i 30 mila di questo paese (...) sono stati il risultato di un lavoro 'scientifico', progettato e applicato meticolosamente in ogni angolo del paese; secondo i capi di Buenos Aires i nemici da abbattere non erano soltanto i 'sovversivi' armati o disarmati: i militari avevano deciso di far fuori un'intera generazione, quella dei giovani e degli adolescenti che, se non erano attivisti politici, rappresentavano in ogni caso un campo inquinabile dalle idee politiche. Un generale fu allora esplicito in pubblico: “Liquideremo prima i militanti, poi i loro simpatizzanti, infine gli indifferenti”».
Così scrisse un grande giornalista che purtroppo non c'è più, Joaquin Sokolowicz, e mi è già capitato di usare le sue parole la volta che ho parlato de Il ministero dei casi speciali, un grande romanzo di Nathan Englander sull'Argentina ai tempi della guerra sporca: i grupos de tareas che sequestravano i militanti, i simpatizzanti e pure gli indifferenti (quasi tutti finirono inghiottiti dal Leviatano); le Ford Falcon verdi che giravano per le strade, sorta di simbolo itinerante del terrore e della violenza della repressione; i luoghi di detenzione degli scomparsi - posti come la Escuela de Mecanica de la Armada - e la tortura; i voli della morte - di cui ha raccontato, in uno splendido, straziante libro, un altro grande giornalista, Horacio Verbitsky - con i quali gli assassini si sbarazzavano dei corpi dei desaparecidos gettandoli drogati dagli aerei nell'oceano.

In un'intervista a Roberto Carnero la scrittrice Elsa Osorio ha ricordato quegli anni di grande paura: «Anche chi, come me, non aveva nulla a che fare con la resistenza armata, ma aveva soltanto la colpa di essere uno studente universitario, non poteva uscire di casa tranquillo. Da un momento all’altro potevano prenderti e sbatterti in prigione. Magari solo perché avevi partecipato a una manifestazione per chiedere l’abbassamento del prezzo dei biglietti dell’autobus. Era un clima di terrore. Chiunque non era conforme poteva essere una vittima. Anni dopo avremmo conosciuto nei dettagli quanto di orrendo il regime militare aveva messo in pratica, ma già allora non si poteva non sapere, non era facile girarsi dall’altra parte».
Nella scrittura di Elsa Osorio centrali sono il ricordo di quegli anni infami e il proposito di «mantenere viva la memoria» delle perdite irreparabili e delle offese subite.
Forse chi mi sta leggendo già conosce I vent'anni di Luz, un suo romanzo meritatamente celebrato.
In libreria, adesso, potete trovare una raccolta di tredici racconti, Sette notti d'insonnia.

Alcuni sono sul serio magistrali, credetemi: non è da tutti saper evocare una tragedia, personale e collettiva, semplicemente con dei puntini di sospensione (accade in Le lettere di Juan, verificate) né immaginare storie come Pianto o Sette notti d'insonnia, dove il presente riesce a prendersi le sue belle rivincite sul passato e sul terrore, oppure - la più toccante di tutte, per me - Il film di Mónica, dove l'Argentina e ciò che è stato, visti da Barcellona, non sono altro che “un mucchietto di miseria” che qualcuno odia ferocemente e qualcun altro, invece, non riesce a smettere di amare nonostante tutto, in un ribaltamento di prospettiva e di senso davvero fulminante.
Mi permetto di consigliarvela, insomma, la lettura di Elsa Osorio.
Tra l'altro, e per tornare un po' da dove sono partito, per amare (e capire, o almeno per provare a capire) l'Argentina e gli argentini, essere italiani aiuta non poco, secondo me.

lunedì 12 ottobre 2009

Di autobiografie e guru

Di questo libro molti di voi immagino abbiano già sentito parlare. Dopo essermelo letto mi sento di consigliarne la lettura. Autobiografia di una repubblica. Le radici dell'Italia attuale è uno di quei testi che aiutano a mettere in fila le cose belle e quelle brutte della nostra storia di italiani e a comprenderne il senso: noi eravamo quello, poi è successo questo e siamo diventati 'sta roba qua sotto.

“Dove affonda le sue radici l'Italia di oggi? Viviamo ancora in una fase di transizione, dopo il tracollo istituzionale e politico dei primi anni novanta, o si è delineato sotto i nostri occhi un approdo non effimero della vicenda repubblicana? Dove cercare le ragioni e le cause di esso: in un eterno «carattere nazionale» o nel confliggere - nel corso dell'Italia repubblicana e con una forte eredità nel fascismo – di modi diversi di «essere italiani»?”
Ovvero, sopravviverà il berlusconismo al suo papi fondatore?
Secondo Crainz, sì: e sarà molto duro liberarsene.
Così vi ho raccontato la fine del libro. Ma voi siate saggi: leggetelo ugualmente.

Se avete già avuto modo di apprezzare, in passato, qualche testo di Crainz, questo suo ultimo lavoro non vi deluderà. Si tratta di uno storico che sa leggere l'Italia contemporanea anche attraverso la lente della letteratura e delle canzoni, riuscendo quasi sempre a colpire e ad affascinare per l'intelligenza dello sguardo: in questo senso mi ricorda molto Silvio Lanaro (molto citato in Autobiografia di una repubblica, e non sarà mica un caso, nevvero?).
Non è, il nostro, un tifoso dell'ideologia dell'eterno «carattere nazionale» come ipotesi da cui partire per spiegare il disastro odierno, e lo dice da subito: si mostra perfettamente consapevole della difficoltà di sottrarsi al fascino del testo più citato nelle interpretazioni di lungo periodo della nostra storia nazionale - e cioè il Discorso sopra lo stato presente del costume degl'italiani, di Giacomo Leopardi - “senza considerare, naturalmente, le evocazioni della nostra congenita propensione al «particulare» o le multiformi argomentazioni di una antica e consolidata pubblicistica portata a insistere sui nostri tratti eterni”; è perfettamente consapevole della difficoltà di sottrarsi al fascino di certe sirene ( e che sirene!), dicevo, ma ci riesce secondo me in modo egregio e lo fa cercando semplicemente di restare ai nudi fatti.
Senza alcuna ipoteca ideologica di partenza, prova quindi a collegarli, 'sti fatti, e lascia che siano loro a parlarci: dal crollo del Fascismo alla nascita della Repubblica e alla ricostruzione del secondo dopoguerra; dal boom economico agli anni di piombo passando per il fatidico Sessantotto; dagli stupidissimi e davvero esiziali anni Ottanta del Craxismo trionfante su su fino a Tangentopoli e all'avvento di Berlusconi, Guido Crainz delinea la storia di una progressiva devastazione antropologica, di una bancarotta morale, di un disastro culturale, povera la Repubblica italiana, poveri noi.
La pagina più agghiacciante per il vostro affezionatissimo?
No contest: a un certo punto Crainz ricorda un'omelia di Eugenio Scalfari (in la Repubblica, 15 dicembre 1987). Sentite un po'.
L'uomo di successo che si è fatto da solo; il «clan» che ha creato sin dagli inizi e che per lui è una specie di famiglia allargata e rassicurante; il carisma animalesco e ben tangibile (...); la sua ostentata ignoranza (...) per tutto ciò che è complicato e che va al di là dei sentimenti elementari, delle intuizioni primarie, del diritto di natura (...); a dirla in breve, si tratta di una mistura sapiente tra la forza della televisione e la democrazia plebiscitaria, che capita in una fase di smarrimento massimo della società e di assenza pressoché completa di ogni principio e autorità.
Scalfari stava parlando di 'sta roba qua sotto: voi che vi credevate?

Celentano farà scuola. Ha messo in moto un meccanismo, ha reso visibile il fascino ipnotico della televisione, ha dimostrato che una massa cospicua di italiani è inerme, disponibile alla suggestione di un guru attrezzato per la bisogna, stufa e arcistufa dei farisei di sempre e dei sepolcri imbiancati. Qualcuno prima o poi perfezionerà l'esperienza, la volgerà a un fine mirato e politico.

Non male il barbone, eh? L'argomento dell'editoriale in questione - Il nostro Guru del sabato sera - era Fantastico, spettacolo prodotto dalla Televisione di stato.
Bene: ora collegate un po' i fatti...

mercoledì 5 agosto 2009

And after this our exile

Come dite, voi?
Che non ve ne potrebbe fregare di meno della storia di una famiglia middle class di Long Island di ascendenza irlandese (e quindi di religione cattolica romana) attraverso trent'anni, o giù di lì, di Storia americana?
Sicuri?

Dopo tutto questo, di Alice McDermott, è il più bel romanzo che ho letto quest'anno.
Di cosa parla? Di genitori e figli, di fratelli e sorelle, di preti e suore, di educazioni cattoliche e aborto, della Seconda Guerra Mondiale e del Vietnam, di adolescenza e vecchiaia, di solitudine e follia, di casette suburbane e della Grande Città, di alcolismo e disperazione, di amicizie che salvano la vita e di poveri amanti... E pure di voi, se pensate che una famiglia possa essere - a volerla dire con Bob Dylan - “a shelter from the storm”, un riparo dalla tempesta (devo questa suggestione dylaniana a un'intervista all'autrice).
E, per carità, lo so che qui in Italia la famiglia è molto spesso una disgrazia assoluta (non eravamo, secondo Edward C. Banfield, la terra del “familismo amorale”? Non lo siamo ancora?), una gabbia opprimente e oppressiva, il munitissimo fortino dove si sono asserragliati i più acerrimi nemici della società e dello spirito civico: lo so.
Ma alla famiglia Keane finirà per appartenere anche la povera Pauline, psicotica e alcolizzata, che verrà adottata, quindi scelta (e curata. E salvata....) da John e Mary ma soprattutto da Clare, la loro figlia minore, perché - a volerla dire con Bruce Springsteen - “the ties that bind”, i legami che uniscono (devo questa suggestione springsteeniana a me stesso e basta), sono quelli dell'amore e non quelli del sangue.
E, con Springsteen, termino: ho pensato alle sue elegie per la povera gente (e alla sua etica) praticamente sempre, mentre leggevo Dopo tutto questo. A una canzone di Nebraska, in particolare: quella che chiude il disco, Reason to believe.
Ed è con una ragione per credere, per sperare, che si conclude anche il magnifico romanzo di Alice McDermott. Che vi auguro di leggere, ça va sans dire.

At the end of every hard earned day people find some reason to believe.

sabato 18 luglio 2009

Coraggio!

Sto leggendo un libro molto bello, L'età dell'oblio. Sulle rimozioni del '900, di Tony Judt.
A un certo punto l'autore, parlando del grande storico marxista Erich Hobsbawm, ricorda ciò che un veterano comunista spiegò un giorno al giovane Jorge Semprùn, a Buchenwald.

«Mais c'est quoi, la dialectique?», chiese Semprùn.
«C'est l'art et la manière de toujours retomber su ses pattes, mon vieux!», gli venne risposto.
La dialettica è l'arte e la tecnica di cadere sempre in piedi...
Erano tosti, i comunisti, mica robetta.
Ci ho pensato molto, tra ieri e oggi, a quanto erano tosti.

L'altro giorno il sindaco di Bari, Michele Emiliano, se n'è uscito dicendo che "dobbiamo finalmente avere il coraggio di dire che il Pd è un partito fraternamente anticomunista".
E ci vuole CORAGGIO per dirla, 'na roba del genere, sì?
Ora, che in Puglia, poveracci, siano rimasti ai tempi di quel meraviglioso democratico che è stato Vito Lattanzio posso anche capirlo, ma insomma...
A dirsi anticomunisti a comunismo morto e sepolto ci vuole... CORAGGIO?

mercoledì 17 giugno 2009

Il mondo a testa in giù

Mi son parecchio divertito, negli ultimi giorni, con le Novelle da un minuto di István Örkény, scrittore ungherese (1912 - 1979) che doveva essere decisamente un bel tipo. Mi permetto di consigliarvene la lettura, se siete di quelli a cui piace guardare il mondo a testa in giù (“Le gambe degli uomini si agitano nell'aria, i calzoni scivolano giù e le ragazze, oh le ragazze, come si danno da fare per tener ferme le gonne! Là c'è un auto: con le quattro ruote all'insù sembra un cane che voglia farsi grattare la pancia. Un crisantemo: pare un misirizzi, lo stelo sottile oscilla nel cielo mentre si tiene in equilibrio sulla corolla. Un treno rapido fila rombando sul suo fumaiolo”).
Secondo il loro autore, le novelle da un minuto offrono al lettore il vantaggio di fargli risparmiare del tempo “perché non pretendono un'attenzione che si prolunghi per settimane e mesi”. Possono esser lette nei tempi morti tra un'attività e un'altra, anzi meglio: sembrano quasi richiederla espressamente, una lettura disimpegnata, erratica, piluccante, “mentre l'uovo cuoce, mentre aspettiamo che il numero chiamato si liberi (se è occupato)... Possiamo leggerle stando seduti, in piedi, al vento e sotto la pioggia, o mentre viaggiamo su un autobus sovraffollato. Quasi tutte si possono leggere con piacere anche camminando!”. Un po' d'olio di macchina spruzzato sugli ingranaggi della vita di ogni giorno, insomma: utile a far scorrere meglio le sue parti meccaniche (che sono davvero tantissime) e a dare un qualche senso ai suoi molti (troppi...) automatismi. Tutto qua? Ma certo che no: come ha scritto Gianpiero Cavaglià, “le Novelle da un minuto, pur con il loro titolo nel segno dell'understatement, di fatto non sono soltanto storielle divertenti, buone a farci passare il tempo mentre aspettiamo il tram o cuoce il nostro uovo (come ci consiglia l'autore nelle Istruzioni per l'uso). Esse sono anche delle prospettive asimmetriche e inconsuete dischiuse su di una realtà quotidiana che, sebbene «molto ungherese», è immediatamente vicina alla nostra esperienza, grazie al registro stilistico di cui Örkény si serve: quello del comico, esasperato spesso fino al grottesco”.
Dei raccontini fulminanti (a me hanno ricordato qualcosa del grandissimo Peter Altenberg: conoscete?) capaci di farti ridere di gusto e giusto un attimo dopo di prenderti a calci negli stinchi, o magari nei denti. “E a questo punto - è ancora Cavaglià – non possiamo dimenticare che gli antenati di Örkény erano ebrei austriaci (sotto Giuseppe II presero il nome di Österreicher): per loro tramite egli appartiene quindi all'illustre famiglia dell'ebraismo assimilato ungherese e le Novelle da un minuto sono, anche, stranamente imparentate al motto di spirito...”.
Giusto per darvi un idea...


Pensieri in cantina


La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
«Micetto!» disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. «Come sei capitato qui, micettino?».
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente – lui che era stato scambiato per un micino – rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti – continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nato figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.


In memoria del dottor G.H.K.


«Hölderlin ist Ihnen unbekannt? (non conosce Hölderlin?)» chiese il dottor G.H.K. mentre stava scavando la fossa per la carogna del cavallo.
«Chi era?» chiese la guardia tedesca.
«Colui che ha scritto l'Iperione» spiegò il dottor G.H.K. Gli piaceva molto dare spiegazioni. «La più grande figura del romanticismo tedesco. E Heine, per esempio?».
«Chi sono costoro?» chiese la guardia.
«Poeti» disse il dottor G.H.K. «Non conosce il nome di Schiller?».
«Sì che lo conosco» disse la guardia tedesca.
«E Rilke?».
«Anche lui», disse la guardia e, diventando rosso come un peperone, abbatté con un colpo di pistola il dottor G.H.K.


mercoledì 6 maggio 2009

Il Golem del sergente Michail

Ricordo molto bene la prima volta in cui sentii parlare del fucile mitragliatore Kalashnikov: era il 4 settembre del 1982. Il giorno prima avevo compiuto 14 anni e a Palermo era stato ucciso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Erano stati degli Ak47, a sparare. Nel caso lo ignoriate, la lettera A indica il tipo di fucile, avtomat in russo. La K è l'iniziale del cognome del suo inventore: Kalashnikov. Le cifre 4 e 7, invece, si riferiscono all'anno in cui il giovane sergente dell'Armata Rossa Michail Kalashnikov presentò ai suoi superiori la propria stupefacente invenzione: un fucile in grado di produrre una potenza di fuoco terrificante, pari a 650 colpi al minuto. L'Ak47 si smontava in meno di un minuto e si poteva pulire rapidamente, praticamente in ogni condizione climatica. In più, non si inceppava mai: una macchina di morte “miracolosamente resistente, astutamente semplice ed efficace in maniera devastante” che era destinata a rivoluzionare l'uso delle armi nel campo di battaglia e nei successivi cinquant'anni avrebbe cambiato il mondo. Come scrive Michael Hodges in Kalashnikov, il fucile del popolo. Scenari di un'arma senza frontiere (Marco Tropea Editore), l'Ak47 “avrebbe difeso il potere della Russia comunista e sconfitto il potere dell'America capitalista”. Sarebbe diventato “l'espressione della rivoluzione internazionale, eppure il suo primo impiego sulla scena internazionale sarebbe stato per soffocare la rivoluzione in Ungheria nel 1956”.
Un icona mondiale dello scannamento, insomma, definita dal suo stesso creatore un Golem, come la creatura animata dal rabbino Loew a Praga di cui si racconta in una leggenda ebraica: quel fucile - riconobbe Michail Kalashnikov, nel frattempo divenuto generale - “era uscito dall'orbita dei suoi artefici e aveva acquisito forza propria”.
Attualmente al mondo sono in uso settanta milioni di Ak47, stando alle stime - e sono stime prudenti - delle Nazioni Unite: potremmo scorgerne uno “tra le mani di un soldato delle forze governative irachene oppure di un ribelle, di un mujaheddin afghano, di un guerrigliero colombiano, di un combattente palestinese o di un soldato bambino africano”.
Hodges segue il fucile da Iževsk, città natale del suo inventore, al Vietnam che fece entrare l'arma, imbracciata dai vietcong, nel vortice della mitologia rivoluzionaria novecentesca; dalle strade di fuoco di Ramallah al Sudan della guerra civile degli anni Ottanta; dal confine tra Pakistan e Afghanistan alla Cecenia ribelle al potere di Mosca; dall'Iraq a New Orleans prima e dopo Katrina.
Scrittura rapida, da giornalista cazzuto.
Un paio di storie: nel 1982 gli israeliani invadono il Libano, prendono gli Ak47 ai palestinesi e li mettono in mostra, come trofei, in un parco pubblico vicino a Tel Aviv, “in mezzo ai chioschi dei gelatai e alle luci dei proiettori, in modo che le famiglie potevano passeggiare in mezzo ai kalashnikov ed essere certe che finalmente i terroristi erano stati sconfitti. Poi, dopo la mostra nel parco, gli israeliani diedero i kalashnikov alla Cia e la Cia li imbarcò su navi container e li spedì in Pakistan. In Pakistan furono messi in casse caricate su muli, dopodiché i pakistani li mandarono al di là dei monti, ai mujaheddin dell'Afghanistan, per combattere contro i russi. Il primo kalashnikov che tenne in mano Bin Laden era un fucile palestinese che gli avevano dato gli americani, ai quali era stato fornito dagli israeliani”
I kalashnikov riuscirono a cambiare persino il panorama afghano: “in seguito ai primi, riusciti attacchi dei mujaheddin contro i convogli militari, i russi sfoltirono la vegetazione lungo un raggio di trecento metri (corrispondenti all'effettiva potenza di fuoco di un Ak 47) su entrambi i lati di tutte le strade principali, sradicando alberi e arbusti con carri armati e bulldozer o cospargendoli di defoglianti. Era l'ammissione pubblica e umiliante della vulnerabilità sovietica nei confronti di quello che fino a quel momento avevano considerato il loro fucile”. Un Golem, appunto.
Il primo prodotto davvero globale "che risponde a una propria logica di diffusione fluttuando liberamente fra culture e paesi che potrebbero reclamarlo come proprio, dalla Russia che lo ha progettato alla Cina che ne ha avviato una massiccia produzione in serie”: un fenomeno totalmente internazionale che galleggia su “un'ondata di morte e denaro”.

sabato 18 aprile 2009

Tempo di malafede

Un consiglio di lettura prima di andare a far la nanna (ché sono un po' stanchino, come direbbe Forrest Gump).
L'ambiguità, di Simona Argentieri (membro ordinario e didatta dell'Associazione Italiana di Psicoanalisi e dell'International Psycho-analytical Association) è un libriccino di poco più di cento pagine sulla malafede assunta come cifra peculiare del nostro tempo: un «atteggiamento mentale subdolo e sfuggente, difficile da definire», rilevato dapprima in alcuni pazienti e poi «anche nelle relazioni quotidiane, nella dimensione pubblica e in quella privata».
L'ipotesi dell'autrice, suggestiva assai, è che l'ambiguità e la malafede siano dei fenomeni psicologici - «al confine tra l'esperienza clinica e la vita, tra la patologia e l'etica» - che rivelano «minime falle del pensiero, piccole ma non per questo innocue, al tempo stesso sintomi di un disturbo cognitivo e segnali di una carenza morale».
Si parla, per capirci, di situazioni in cui il contrasto tra ciò che si proclama e ciò che si vive «non dipende da un sottile meccanismo difensivo psicologico; ma è la conseguenza di una precisa scelta conscia e consapevole di salvaguardare il proprio interesse contingente senza rinunciare a proporsi all'esterno come portatori di norme morali ideali».
E se in questo momento state pensando alle abituali fregnacce di un Berlusconi, o di un Casini, sappiate che siete sulla strada giusta.
«I casi per me più odiosi – scrive Argentieri - sono quelli di parlamentari che nell'arena politica si atteggiano a campioni della Chiesa cattolica in difesa dei sacri valori, alzando muraglie contro qualsiasi ipotesi di cambiamento che si discosti dal più stucchevole e fasullo modello di vita e di famiglia, mentre nella loro quotidiana realtà praticano ogni genere di trasgressioni e variazioni: devozioni e divorzi, separazioni e unioni con e senza la benedizione ecclesiastica, figli di prime, seconde e terze nozze... con in aggiunta la spudorata coesistenza di mogli e amanti. Banalità della vita quotidiana che mi lascerebbero in una relativa indifferenza se non fossero accompagnate non solo da genuflessioni e frequentazioni cardinalizie, ma anche da rumorose battaglie mediatiche a protezione dei “valori” tradizionali».
L'ambiguità
, di illuminazioni, ne offre parecchie.
Tanto per gradire, «l'ombra della malafede non risparmia neppure l'ambito della spiritualità e delle fedi religiose, che così spesso vengono chiamate in causa nelle discussioni di bioetica, per lo più in contrapposizione al pensiero laico, come se la spiritualità fosse un'esclusiva delle trascendenza.
Più volte, ad esempio, ho sentito proclamare del risorgere del “bisogno di religiosità” nella cultura occidentale moderna. Ma la mia impressione è che semmai in questa nostra epoca ci sia poco spazio per lo spirituale e molto per l'irrazionale; e non vorremo certo addebitare all'anelito trascendente tutte le forme spicciole di pensiero magico - dall'astrologia all'occultismo, alle diete balorde, alle terapie alternative del corpo e della mente - che caratterizzano le fastidiose mode cosiddette
new age» (il grande Chesterton, dal suo punto di vista, la diceva così: «Da quando gli uomini hanno smesso di credere in Dio non è che non credano più a niente; credono a tutto». Ma il concetto è lo stesso, no?).
E beccatevi pure questa: «vediamo d'altronde come l'estrema intolleranza coincida sempre con il senso esasperato del confine.
Così, nella
Muraglia e i libri, Borges ci ricorda che Shi Huangdi, l'imperatore della dinastia Qin, fu colui che nel 246 a.C., contro la minaccia de feroce popolo Xiongnu, fece erigere a Settentrione la “Grande Muraglia”. Un'opera colossale, estesa nel corso del tempo per monti, valli e deserti per oltre seimila chilometri, rafforzata poi con un doppio muro alto fino a dieci metri, che è divenuta nella fantasia universale il simbolo dell'iperbole della struttura difensiva.
Ma ha ragione Borges a sottolineare che non è casuale che sia questo stesso imperatore dell'antica Cina ad avere ordinato, al di qua del possente muro, il rogo di tutti i libri considerati ostili al suo potere».
Vi ho fatto venir voglia di leggerlo, 'sto testo? Sì?
I hope so, miei cari.
Per quanto mi riguarda, vedete, Simona Argentieri è riuscita a farmi pensare che forse c'è vita al di là del feroce contemptus mundi (patetico alquanto, lo so. E sicuramente viziato da malafede e ambiguità, mortacci mia) di cui sono capace: «In casi estremi, un individuo, quando si vede confrontato con eventi pubblici che sono di per sé scandalosi e traumatici, ma che se fossero riconosciuti come tali dalla coscienza lo farebbero sentire disperato e impotente, può reagire fingendo con se stesso di non capire, di non vedere e di credere che tutto ciò che accade sia “naturale”.
Solo così si può spiegare l'acquiescenza, la collusione, la complicità distratta di tante brave persone con una realtà politica infida, che riesce a stabilire un patto inconscio – solidissimo – di apparente consenso».
Farei male a disprezzare in massa gli elettori della Destra al potere, insomma: molti di loro sono infatti delle brave persone che semplicemente fingono di non capire e di non vedere lo schifo immane che legittimano col loro voto da untermenschen del cazzo: perché, se mai riuscissero a capire e vedere qualcosa, si ritroverebbero con la psiche fritta, poveracci.
Uhm... Mumble mumble...

domenica 1 febbraio 2009

Parte della storia



“Il membro del congresso Patrick Kennedy afferma che non c'è giorno in cui qualcuno non gli racconti la storia di dove si trovava quando uccisero suo zio Jack. Di quanto la gente sia ansiosa di ricordare le proprie storie, come se dopo tutti questi anni cerchino ancora di afferrarne il senso. Pur tuttavia egli afferma di capire l'importanza della mitologia, e il modo in cui le storie non si limitino a preservare i miti, ma aiutino a collegarli al mondo in generale. E che a volte è proprio il ri-raccontare quelle storie a creare uno scopo. Che il collocarsi al loro interno rende le cose leggermente meno insensate. Patrick Kennedy, che non sarebbe nato prima di altri quattro anni dall'esplosione di quei proiettili, è divenuto parte della storia” (Adam Braver, Dallas, 22 novembre 1963, pagg. 75-76).

Forse sta in questo passo la chiave di lettura di un romanzo che ho finito di leggere da pochi giorni e che mi è piaciuto davvero molto. In una recente intervista Adam Braver, l'autore, ha dichiarato di aver scritto un libro “about mythology, myth making, and memory”. E lo sappiamo: i Kennedy appartengono più al mito che alla Storia. Braver ha provato a collegare quel mito al mondo immaginando “what was going on off-stage, the private moments in the wings”: il dietro le quinte di quel 22 novembre 1963 a Dallas, insomma. Il fulcro della narrazione è la figura tragica di Jacqueline Bouvier Kennedy, Jackie.

Jackie che non vuole togliersi di dosso quel tailleur rosa di Chanel sporco del sangue del marito ("I want them to see what they have done to Jack"); Jackie che, per il bene del paese, dovrà presenziare, sull'Air Force One, al giuramento del nuovo Presidente, Lyndon Johnson, che la vuole al suo fianco (“- Se solo Johnson avesse fatto il suo lavoro, - dice O'Donnell, - tenendo sotto controllo il Texas come avrebbe dovuto fare, allora... Se solo avesse fatto quel che doveva fare. - Indegno, - dice lei. Una parola semplice, sprezzante”); Jackie che non vuole cedere perché “deve assolutamente restare aggrappata a Jack ancora un po'”; Jackie la First Lady, “il titolo cui ha cercato di resistere. Non voleva infilarsi nei panni di qualcun altro. Ma adesso il pensiero di non averceli più – di non essere la First Lady – sembra addirittura peggio. Come glieli avevano gettati addosso, adesso glieli sottraevano, con altrettanta facilità. Gli uomini di Johnson minimizzeranno il suo ruolo il più in fretta possibile. La vorranno vedere scomparire. Dileguarsi con un respiro in un freddo mattino.”; Jackie, che alla fine cede, solo per i figli (“Lo farò per i miei figli. E non mi cambio d'abito. Niente sfilate.”), perché sappiano che il loro padre non può andarsene tanto facilmente; Jackie che ci metterà un'eternità a percorrere un breve tragitto all'interno dell'aereo, dalla sua stanza da letto (sua e di Jack: ci sono ancora i suoi capelli, sul cuscino) alla suite presidenziale dove l'attende Johnson: lo fa con il corpo intorpidito, mentre le torna in mente un'espressione letta in un romanzo o sentita in un film, con passo spagnolo (“Quando un marinaio condannato, legato e imbavagliato, è costretto a camminare lungo un'asse sporgente dalla murata della nave finché il suo peso non lo fa precipitare in mare”). E' con passo spagnolo che Jackie si incammina verso la ragion di stato, con indosso quel tailleur di Chanel imbrattato di sangue.

Capito cos'ha combinato Adam Braver? C'è chi l'ha accusato di immoralità (Carolyn See sul Washington Post - Dallas: Still Too Fresh for Fiction): un conto è lavorare su Abraham Lincoln (e Braver l'ha pure fatto), un presidente assassinato un secolo e mezzo fa; altra cosa parlare di John F. Kennedy. Caroline, la figlia del Presidente e di Jacqueline Bouvier, è ancora viva: come si possono inventare ben due telefonate in cui Lyndon Johnson sembra flirtare con Jackie, vedova da pochi giorni, senza pensare a Caroline? Ma come si è potuto pensare di mettere le mani - è questa la domanda, alla fine - in quella che è memoria personale ancora dolorosa per moltissimi americani con lo scopo di ricavarne della fiction? Perché si sa: every American remembers where he or she was when the assassination occurred. But don't we all know that already?

Secondo me il voyeurismo di Braver (come potrebbe non esserci del voyeurismo, in un'opera come questa?) è ampiamente riscattato da una pietas dolentissima e dall'assenza più assoluta di qualsiasi retorica e sensazionalismo: “We always understand the assassination in terms of what it meant to the country and its sense of identity, but I really wondered about it at the most personal level (which perhaps in fact was a mirror for the country)”.
Ricercando questa rappresentazione at the most personal level, lo scrittore scende dal mondo dei Grandi (Jackie, Lyndon Johnson, Bobby Kennedy) giù giù fino ai ricordi e alle emozioni di Bobby Hargis, motociclista nel corteo presidenziale di quel giorno a Dallas (“Quando il Presidente Kennedy si drizzò a sedere nell'auto, il proiettile lo colpì in testa, il proiettile che lo uccise; e la testa come gli eplose, e io mi ritrovai tutto imbrattato di sangue e di cervello, una specie di acqua sanguinosa. Non era vero sangue”), di Abe Zapruder, che filmerà la morte di JFK con una cinepresa Bell&Howell 414 DP realizzando così la più famosa ripresa amatoriale della Storia, o di Vaughn Ferguson, responsabile della manutenzione della Lincoln Cosmopolitan su cui il Presidente andò incontro alla morte. E non sono, questi, gli unici private moments off-stage che Adam Braver ha immaginato (ma sembrano più veri del vero).
Ne è uscito un romanzo corale, caleidoscopico, di straordinaria forza e leggibilità. Caldamente consigliato dal vostro affezionatissimo tic.

mercoledì 26 novembre 2008

C'è chi può e chi non può


Il presidente della Conferenza episcopale spagnola, cardinale Antonio Maria Rouco Varela, dice che “a volte è necessario saper dimenticare”. Il suo bersaglio è Luis Rodrìguez Zapatero, colpevole di aver voluto riaprire vecchie ferite con quella legge sulla “Memoria storica” che promuove e favorisce la ricerca dei resti delle migliaia di desaparecidos del Franchismo e la rimozione di tutte le lapidi e i monumenti dedicati al Caudillo ancora presenti in Spagna (insieme al riconoscimento della nullità delle sentenze emanate dai tribunali della Spagna di Franco e al risarcimento delle vittime della dittatura).
La Conferenza episcopale la pensa in maniera opposta: scurdammoce o' passato, cari fratelli, perché solo così sarà possibile ottenere “un'autentica e sana purificazione della memoria”. E i giovani, ah, i giovani... Sono sempre al centro dei pensieri della Chiesa, i giovani. Che vanno liberati “dagli ostacoli del passato, senza gravarli dei vecchi litigi e rancori”. Zapatero è colpevole di ostacolare la riconciliazione nazionale: la sua politica scriteriata rischia di “dar adito a scontri che potrebbero finire per essere violenti”.
Che ne penso io? Mah, vediamo...
Innanzitutto, mi pare molto convincente quanto sostenuto dal filosofo israeliano Avishai Margalit, secondo cui “indugiare nel passato, per una democrazia, è irrazionale quanto piangere sul latte versato”. Un regime democratico, infatti, “non fonda la propria legittimità sul passato remoto, ma sulle elezioni presenti”.
E, sempre per parlare di israeliani, qui si può senz'altro ricordare che fu il governo presieduto da David Ben Gurion nel 1952 a siglare una pace definitiva con la Germania del cancelliere Adenauer, sfidando l'opposizione feroce della destra guidata da Menachem Begin: a soli sette anni dalla Shoah.
Tanti secoli fa uno storico greco che si chiamava Plutarco disse che la politica è quella tal cosa che serve a togliere all'odio il suo carattere eterno: in questo modo, nel discorso pubblico, il passato viene subordinato al presente. L'esatto contrario di quello che porta a fare l'idolatria della memoria, che invece subordina il presente al passato.
Evidentemente a Ben Gurion non importava nulla dell'idolatria della memoria e invece molto della politica.
Secondo Margalit, l'elaborazione della memoria (e dell'oblio) può avere un effetto benefico: vietare ai contemporanei di rivivere, sotto forma di rancore, le sofferenze inflitte ai loro antenati. Si ha il dovere di ricordare, ma non il dovere di odiare e una comunità non dovrebbe mai cercare nel passato la chiave del proprio futuro: se la memoria diventa un'ossessione, il rischio che si corre è quello di riproporre come attuali dei torti subiti da qualcuno nel passato.
Tutto molto bello, tutto molto giusto, tutto molto saggio, nevvero? Senonché io penso che il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, presidente della Conferenza episcopale spagnola, sia una spudoratissima faccia di bronzo. Ha avuto buon gioco a ricordarglielo il numero due del Psoe, José Blanco: “Mi sorprende che chi sta promuovendo canonizzazioni in relazione a persone di quell'epoca (quella della guerra civil, n.d.r.), ora faccia appello all'oblio e al perdono. Non si può cancellare la memoria del nostro paese e alcuni soffrono di amnesia in funzione del fatto che gli convenga o meno”.
A proposito delle canonizzazioni di cui parla Blanco, ricordo solo che il 28 ottobre 2007 c'erano circa 40.000 persone, in Piazza San Pietro, a seguire la cerimonia per la beatificazione di 498 'martiri' spagnoli uccisi negli anni 1934, 1936 e 1937. A presiedere il rito il cardinale Josè Saraiva Martins, delegato dal Papa, che celebrò il rito in castigliano. In Piazza San Pietro c'era anche una delegazione del governo spagnolo, guidata dal ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos accompagnato dall'ambasciatore di Madrid presso la Santa Sede, Francisco Vazquez, e dal direttore generale degli Affari religiosi, Mercedes Rico. Ancora, tra i presenti c'erano i rappresentanti di alcuni governi autonomi della Spagna, tra gli altri quello della Catalogna: 146 dei 'martiri', infatti, furono uccisi nell'arcidiocesi di Barcellona.
I "martiri" caduti durante la Guerra civile spagnola, disse allora il cardinale Saraiva Martins, si sono "comportati da buoni cristiani e hanno offerto la loro vita gridando: viva Cristo Re". Si trattava di preti, monache e religiose ma anche di laici. "Tutti - ha ricordato il Prefetto della Congregazione per le cause dei santi - sono chiamati alla santità, tutti senza eccezioni come ha dichiarato il Concilio Vaticano II".
Il cardinale, nel suo discorso, citò più volte l'altissimo magistero di Benedetto XVI e in particolare ricordò che "essere cristiani coerenti impone di non inibirsi di fronte al dovere di dare il proprio contributo al bene comune e di modellare la società sempre secondo giustizia, difendendo, in un dialogo forgiato dalla carità, le nostre convinzioni sulla dignità della persona, sulla vita dal concepimento fino alla morte naturale, sulla famiglia fondata sull'unione matrimoniale unica e indissolubile tra un uomo e una donna e sul dovere primario dei genitori all'educazione dei figli".
I nuovi beati spagnoli vennero ricordati successivamente anche dal Papa durante la celebrazione dell'Angelus: "I 498 martiri uccisi in Spagna negli anni Trenta del secolo scorso sono uomini e donne diversi per età, vocazione e condizione sociale, che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa", disse Benedetto XVI.
"La contemporanea iscrizione nell'albo dei beati di un così gran numero di martiri - sostenne ancora il Pontefice - dimostra che la suprema testimonianza del sangue non è un'eccezione riservata soltanto ad alcuni individui, ma un'eventualità realistica per l'intero Popolo cristiano".
Capite, 'sti signori, che bei tipini sono? Rimproverano Zapatero perché vuole ricordare la guerra civile e le vittime di Franco e però loro ricordano cosa gli pare, come gli pare, quanto gli pare e quando gli pare.
Una volta mi capitò di litigare con un sanfedista del cazzo (uno dei tanti cattolici sedicenti perseguitati nel nostro disgraziatissimo Paese) su 'sta storia delle beatificazioni a raffica di religiosi che ci lasciarono la pelle, poveracci, nella guerra civile spagnola. Ad un certo punto gli chiesi, a brutto muso, se sapeva per quale idea di Spagna avessero combattuto i franchisti. Per spiegarglielo feci qualche esempio, che adesso ripropongo a voi.
Trovate tutto in Paul Preston, La guerra civile spagnola. 1936-1938.



Millàn Astray, direttore della propaganda, incitava i suoi collaboratori a minacciare di morte i giornalisti stranieri. Uno dei suoi luogotenenti era Luis Bolìn, l'uomo che aveva contribuito a organizzare il volo di Franco dalle Isole Canarie al Marocco e che sarebbe in seguito diventato famoso per avere tentato con ogni mezzo di dimostrare che il bombardamento di Guernica era un'invenzione. Un altro era il famigerato capitano Gonzalo de Aguilera, conte di Alba y Yeltes, cui era affidato il compito di illustrare la posizione franchista agli ospiti stranieri. Peter Kemp, un inglese arruolatosi nell'esercito franchista, era convinto che il conte facesse più male che bene alla causa:


Per quanto fosse un amico leale, un critico impavido e un compagno stimolante, mi chiedo a volte se le sue qualità fossero davvero adatte al compito che gli era stato assegnato di presentare la causa nazionalista a importanti personalità straniere. A un distinto visitatore inglese aveva per esempio detto che il giorno in cui era scoppiata la guerra civile egli aveva allineato i braccianti della sua tenuta, ne aveva scelti sei e li aveva fucilati davanti agli altri. «Pour encourager les autres, ovviamente». Aveva idee originali sulle cause fondamentali della guerra civile. Secondo lui, la principale era stata l'introduzione del sistema fognario.

Il capitano Aguilera spiegò la sua teoria sui danni provocati dalle fognature a Charles Foltz, corrispondente della Associated Press, che così riferiva:

Le fogne sono state la causa di tutti i nostri mali. Le masse di questo paese non sono come le vostre in America e neppure come quelle britanniche. Sono bestie da soma. Non servono a nulla se non come schiavi e sono felici solo se usate come schiavi. Ma noi, le persone decenti, abbiamo commesso l'errore di dare loro case moderne nelle città dove abbiamo le nostre fabbriche. Queste città le abbiamo dotate di fognature, fognature che si estendono fino ai quartieri operai. Non soddisfatti dell'operato di Dio, noi ne ostacoliamo la volontà. La conseguenza è che il numero degli schiavi aumenta. Se non ci fossero fogne a Madrid, Barcellona e Bilbao, tutti questi capi dei rossi sarebbero morti in fasce invece di aizzare la plebaglia a spargere sangue spagnolo, di quello buono. Quando sarà finita la guerra, distruggeremo le fogne. Il miglior sistema di controllo delle nascite per la Spagna è quello voluto da Dio. Le fogne sono un lusso che va riservato a chi ne è degno, alla élite della Spagna, non alla schiatta degli schiavi.

A Peter Kemp il conte confidò che i nazionalisti avevano commesso un errore imperdonabile non fucilando tutti i lustrascarpe di Spagna. «Mio caro, è una cosa logica! Un tizio che si accovaccia sulle ginocchia per lucidarti le scarpe al caffè o per strada non può che essere comunista, e allora perché non fucilarlo su due piedi e non pensarci più? Che bisogno c'è del processo? Il mestiere che fa è la prova della sua colpevolezza.»


Ecco. Forse non tutti i franchisti combatterono per questa merda, ma moltissimi, tra i seguaci del Caudillo, senz'altro sì.
Non saprei dire come la pensasse il Cristo Re.
Di certo, essendo un re, Cristo non era repubblicano.