Dopo che venerdì scorso il quotidiano
Il Piccolo ha riportato i dati del rendiconto di gestione del Comune di M. (il mio paesello) per il 2007, dai quali risulta che la gestione del teatro comunale è in disavanzo (circa 450mila euro: a fronte di 964.787 euro di spese, le entrate si sono fermate a 533.929 euro, per una copertura pari al 55%. Di solito il disavanzo sarebbe molto più contenuto: quest'anno hanno inciso sul consueto “rosso” gli ammortamenti dei mutui accesi per effettuare certi lavori di ristrutturazione dell'edificio), quella della galleria espositiva pure (tutte le mostre sono ad ingresso libero) e quelle del servizio Informagiovani e degli impianti sportivi invece anche, l'assessore al bilancio ha dichiarato di aver messo in atto una verifica complessiva dei conti dell'ente per
“tentare di effettuare maggiori economie”.
Com'era prevedibile, la destra locale (Forza Italia più Lega, essendo AN passata a miglior vita) non si è fatta sfuggire l'occasione per, come direbbero i giornalisti veri?
Insorgere? Ecco...
Secondo il coordinatore comunale di Forza Italia, Giuseppe N., spendere in cultura è uno spreco: casa, sicurezza (anzi, maiuscolo 'Sicurezza': come vuole lo
zeitgeist), offerta sanitaria (
sic), manutenzione delle strade, dovrebbero costituire le
“pietre miliari” della strategia amministrativa dell'ente locale. Altro che buttar via soldi in cultura!
Per il maschio Alfa della Lega Nord de noantri, invece, la cultura
“seriamente gestita” è importante. Peccato, quindi, che chi governa (chi ha governato?) la città di M. faccia del clientelismo:
“A incidere veramente sui bilanci è la cultura quale bacino di voti elettorali. Eliminati questi approcci e iniziative discutibili sul piano qualitativo, il comparto ne guadagnerebbe in termini di livello delle programmazioni e delle attività culturali, ma anche sotto il profilo dell'equilibrio finanziario”. Ovviamente non si dice chi siano (siano stati?) i vituperatissimi
clientes, gli amici degli amici. Non si fanno nomi, manco uno. Il boss leghista – solitamente assai facondo, ma per l'occasione alquanto sibillino - dice che sta ancora attendendo una risposta dal vecchio assessore alla Cultura del comune di M., dimessosi nell'ottobre scorso (che poi sarei io...),
“circa il rendiconto delle spese in ordine alle manifestazioni culturali”. E termina in gloria, sfolgorante in soglio:
“Finora si spendevano soldi anche per iniziative dubbie e poi si batteva cassa. Ma ora la musica è cambiata” (in effetti s'ode, in sottofondo,
La cavalcata delle Walkirie).
Eh... E' dura.
La Destra della mia città non conosce (o forse non sa riconoscere) quella legge economica che si chiama
“febbre da costi” e che vuole che nella sanità ed in alcuni particolari settori dove non sono possibili, per ragioni strutturali, grandi incrementi di produttività, i costi siano destinati nel tempo a crescere più del PIL e dell'inflazione.

E' stato
William Baumol, un grande economista americano, ad aver parlato per primo della febbre da costi (che per questo motivo viene chiamata anche
“malattia di Baumol”).
La scoperta di Baumol partì casualmente (come spesso accade, per le grandi scoperte. Colombo doveva saperne qualcosa. Sto parlando naturalmente di Cristoforo, non del tenente: lo dico per quei leghisti che, eventualmente, potrebbero trovarsi a leggere quello che scrivo), partì casualmente, dicevo, da un'analisi sui costi delle prestazioni artistiche dal vivo con la ovvia constatazione che un quartetto di Mozart della durata di mezz'ora, eseguito nel XVIII secolo, richiedeva un tempo di arpeggio assolutamente uguale a quello odierno: e tutto ciò senza che si sia verificato neppure un minimo incremento di produttività mentre, in quasi tutti i settori, questa nel frattempo è cresciuta in maniera esponenziale.
D'altro canto, però, i salari degli orchestrali hanno seguito quelli del resto dell'economia e possono essere corrisposti
se e solo se la società accetta di finanziare i concerti con un'aliquota della produttività accumulata in altri settori.
Questo stesso paradigma l'ingegnoso signor Baumol l'ha poi applicato a tutti quei settori dove il lavoro si identifica con la prestazione stessa e non può che parzialmente essere sostituito da macchine: in particolare, reggetevi forte, la sanità, la scuola, i servizi alla persona, il restauro. Tutte cose che dovrebbero (mi vien da ridere...) esser care alla Sinistra (vabbé: a quello che ne rimane, dai...)
Nella sanità, ad esempio, il progresso tecnico è volto NON a sostituire il lavoro, ma a supportarlo meglio (affinché possano essere conseguiti risultati terapeutici sempre più soddisfacenti,
ça va sans dire) e implica per forza di cose un aumento dei costi del servizio (eh, già: un aumento dei costi. Pensate un po' che orrore) dovuto alla continua ricerca di tecniche di avanguardia e all'introduzione di nuove possibilità di cura.
Occorre, quindi, che la società
sia disposta a riproporzionare la spesa collettiva a favore dei servizi sanitari.
Certo, non bisogna rinunciare a combattere sprechi ed inefficienza, ma rifiutarsi di seguire la Destra lungo la via del progressivo smantellamento della sanità pubblica, questo sì, questo bisogna farlo.
Però - ahi, ahi, ahi - si dà il caso che il Centrosinistra, in questo povero Paese, chissà perché, insegua spesso e volentieri la Destra in quelli che sono i
suoi territori di caccia. E' avvenuto di recente anche nella città (città si fa per dire) di M., con la ormai leggendaria
Questione Sicurezza. Si spera non avvenga ora con la Cultura, in nome delle altrettanto leggendarie
compatibilità di bilancio.
Bisognerebbe rispondere qualcosa, a 'sti signori, in effetti: magari non tanto a Forza Italia, che dei servizi culturali farebbe a meno volentieri - questa cosa, in ogni caso, l'ho sentita dire di recente, nel corso di una riunione di partito, pure allo stravagante Presidente della nostra provincia, uno del Centrosinistra (oddio! Sto male, sto male, per il tanto ridere!), uno del PD:
“Con l'aria che tira adesso cosa vuoi tagliare? La cultura, no?”. Anzi, non l'ha detto: l'ha asserito. Come al solito - magari non tanto a Forza Italia, dicevo, ma alla Lega sì.
Una cosa semplice. Che so?
Certi servizi non saranno MAI in equilibrio finanziario, perciò basta demagogia, basta cazzate. Basta, vero?