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lunedì 31 maggio 2010

Parlo ancora di Argentina (chi mi conosce un po' sa bene che...)

Ne ha parlato pure Repubblica di sabato scorso, lo so, ma nel caso vi fosse sfuggito ecco a voi, su talkischeap, L'eredità del colonnello di Carlos Trillo e Lucas Varela: una storia sconvolgente sulla follia Argentina degli anni Settanta (la dittatura militare, detta anche Processo di Riorganizzazione Nazionale, e trentamila scomparsi) e sui suoi frutti marci.
Carlos Trillo - uno tra i più grandi scrittori di fumetti di sempre – nella prefazione al libro ricorda quello che disse nel 1976, subito dopo il golpe, il generale Ibérico Saint-Jean, governatore militare della provincia di Buenos Aires: «Prima uccideremo tutti i sovversivi, poi uccideremo i loro collaboratori, poi i simpatizzanti, poi gli indifferenti e infine i timidi». I militari argentini di allora, annota l'autore, erano fatti così: avrebbero ucciso quasi tutti. In nome del patriottismo, in nome dei valori cristiani (e quanti cappellani cattolici a benedire gli assassini, alcuni anche a torturare di persona...), in nome dell'ordine borghese.

Il ripugnante Elio Guastavino, protagonista de L'Eredità del colonnello (ma il titolo originale, molto significativamente, è El Sindrome Guastavino), è il figlio bacatissimo di un torturatore, uno di quei mostri che tra il 1976 e il 1983 pensavano a se stessi come agli eroi della patria Argentina in guerra contro il comunismo e la cosiddetta “sovversione apolide”.
È come se Trillo si fosse chiesto cosa potesse essere rimasto, oggigiorno, nell'anima del suo Paese, dei veleni inoculati dai Videla, dai Massera, dagli Agosti durante i sette anni di infamia e vergogna del loro potere criminale.
La risposta è uno squallore indicibile, libero di dispiegarsi, finalmente, oltre ogni ipocrisia perbenista, e di mostrarsi e di farsi annusare per quello che è ed è stato: follia e merda.

venerdì 25 dicembre 2009

In edicola

caro tizio che schiaccia sempre il bottone per chiamare l'ascensore quando chiaramente sta già arrivando.

dunque, io me ne sto lì ad aspettare l'ascensore dopo aver schiacciato il bottone e arrivi tu e lo schiacci ancora, anche se la spia è già accesa. bé?

mi vedi che me ne sto lì ad aspettare. pensi che io non ho niente di meglio da fare che guardare un ascensore? pensi che sono un idiota? che non so come funziona un ascensore? che sono un campagnolo che deve ancora scoprire l'elettricità?

il fatto che la spia sia accesa non ti fa pensare che qualcuno ha già schiacciato il bottone? e che probabilmente è la persona che sta lì ad aspettare?

evidentemente sei un narcisista che pensa che tutti siano più scemi di lui o sei un cretino convinto che se si schiaccia un bottone due volte l'ascensore arriva più in fretta.

oppure – terza possibilità – sei solo uno stronzo. in ogni caso, non mi stupirei se uno di questi giorni ti capitasse di precipitare nella tromba dell'ascensore.

non voglio dire nulla di preciso ma, se fossi in te, rivedrei completamente il mio galateo da ascensore.
cordialmente, mr. wiggles


Mr Wiggles colpisce ancora di Neil Swaab. Fusi orari 2009, 96 pagine, 8,50 euro.

Se lo lasciate in edicola, o sciagurati, vedo e prevedo che vi trasformerete rapidamente in Rocco Buttiglione. O in sua sorella Angela.

sabato 5 settembre 2009

Manu Larcenet, poeta

“I fatti, quando sono diventati irrimediabili, mi lasciano indifferente”.
Così il Duca di York nel Riccardo III di Shakespeare e ditemi voi se queste parole non potrebbero andar bene in esergo a qualche libro di storia dell'Italia contemporanea o magari sulla pietra tombale di una nazione che, nell'indifferenza dei più, ha smesso da tempo di esistere come nazione...
Una via d'uscita da 'sta palude di menzogne, chiacchiere, frasi fatte, luoghi comuni, futilità e cazzate non si riesce proprio a intravvederla. Per quanto mi riguarda, è inutile sperare nella politica in generale e nella politica della Sinistra in particolare: non dico che sia ormai inutile, dico che in questo momento è inutile. Forse, se e quando la serietà e l'umiltà torneranno ad essere considerate delle qualità, a sinistra, e non delle prove a carico, magari, ecco...


La vera disperazione pone questioni così cruciali che non riesce ad adattarsi a nessuna ideologia...
La truffa ideologica è quella di voler convincere la gente che esiste una verità. La realtà, allora, non conta più se non nella misura in cui può conformarsi a quella verità.
Eppure la povertà o le metastasi, per esempio, sono abissalmente indifferenti al Dow Jones o alla linea di un partito...
Qualcuno di certo obietterà che lo sono altrettanto alla poesia, e invece si sbaglia.
Svincolata da ogni logica, la poesia è l'unico modo libero che abbiamo per cogliere quello che davvero conta.
Depardon, Brassens, Miyazaki, Bonnard, Jarmusch, Sempé, Tom Waits, Cézanne, i Monthy Python, Monet...
...Brel, Desproges, Paul Klee, Cartier-Bresson, Bruce Springsteen, Céline, Harvey Keitel, Baudelaire, Van Gogh...
...la poesia ripaga di tutto.


Ho appena finito di leggere il secondo, e conclusivo, volume de Lo scontro quotidiano, di Manu Larcenet (Coconino Press), e mi permetto di consigliarvelo se siete tra coloro i quali pensano che la poesia sia l'unica bussola che abbiamo per orientarci in questo mondo di carogne e dementi.
Non lo so se ho amato così tanto questa storia perché (un po') assomiglio a Marco, il protagonista, o perché Marco - con le sue convinzioni e le sue contraddizioni, con le sue paure e le sue passioni, in una parola, con la sua umanità – assomiglia (più di un po') ad alcune persone che amo molto.
So però che Manu Larcenet – ex squatter a Parigi, ex skinhead ma di quelli rossi, attualmente disegnatore di fumetti al cui lavoro la psicanalisi è indispensabile, “perché disegnare è un processo spossante, che ti toglie energie e ti sottrae la vita stessa. Il dolore quotidiano che riaffiora sulla carta” - Manu Larcenet, dicevo, è un poeta di quelli veri.

Ma forse ho amato così tanto questa storia (in apparenza, ma solo in apparenza, molto francese) perché Marco è nato, come me, in una città che ospita un cantiere navale (o in un cantiere navale che ospita una città: dalle mie parti non si è mai capito bene, dalle sue non so), solo che il cantiere della città di Marco alla fine l'hanno chiuso e al suo posto, come dice l'operaio Pablo, “...di sicuro faranno una roba alla moda... ...una stazione balneare... un villaggio turistico... uno stadio olimpico... uno space mountain! Un Disneyland!! ...comunque sia, non una roba per noi”, poveri operai che votano per Le Pen perché la Sinistra non c'è più (“a me, trentacinque anni di militanza m'hanno ridotto in poltiglia le idee! Non è un bel paradosso?”) e se c'è fa proprio pena e allora finisce che “la verità è che il primo che passa e che mi dice che le cose possono cambiare, beh, io voto per lui”. Il primo che passa, povera Sinistra... poveri noi.
E insomma, Le combat ordinaire parla di un sacco di cose importanti che nella borsa valori di questo nostro tempo infame rappresentano poco o niente: la dignità del lavoro, la responsabilità di ognuno di noi per il modo in cui le cose vanno (o non vanno) nel mondo, la cultura, l'arte.
È un libro (due, via...) tanto serio da far ridere, tanto buffo da far male (questa non è mia, ma è come se lo fosse), sempre commovente e mai retorico.
Vi pare poco, per 34 miseri euri (17 + 17)?

martedì 14 aprile 2009

Attilio Micheluzzi dal Tanganyka al Khyber

E, tanto per restare in Istria, è uscito da poco (ho appena finito di leggere) il primo volume di una serie dedicata a un grande del fumetto italiano del Novecento, Attilio Micheluzzi.
Si intitola Dal Tanganyka al Khyber e raccoglie due storie bellissime, L'uomo del Tanganyka e L'uomo del Khyber, apparse rispettivamente nell'ottobre del 1978 e nel febbraio del 1980 nella storica collana Un uomo un'avventura, prodotta dalle edizioni Cepim (il solito Sergio Bonelli: qui io lo propongo per la carica di senatore a vita, voi mettete un po' in giro la voce: vedi mai che...).
Un uomo un'avventura è un pezzo del mio immaginario personale: è stato su quei bellissimi volumi cartonati formato 24 per 31,5 che ho imparato ad amare veramente il fumetto. Fu grazie a quel progetto editoriale che conobbi Dino Battaglia e Sergio Toppi, Milo Manara (L'uomo delle nevi, una delle sue storie migliori) e un Guido Crepax immenso, quello de L'uomo di Harlem (secondo qualcuno il suo vero capolavoro). E infine, tornando a bomba, il Micheluzzi de L'uomo del Tanganyka, che ieri ho avuto il piacere di rileggere dopo una trentina d'anni.
La storia di Reginald Winkie, L'uomo del Khyber, invece non la conoscevo punto. È il solito Attilio Micheluzzi: estremo rigore nella documentazione storica (siamo in Afghanistan nel 1879), formidabili rimandi a letteratura (qui Rudyard Kipling) e cinema, tratto raffinatissimo e sintassi della tavola come sempre molto personale. Lettura caldamente raccomandata se per voi Il grande gioco, di Peter Hopkirk, è un libro di culto (per me, decisamente, lo è).
E l'Istria? Che c'entra l'Istria con questo maestro dell'avventura e delle nuvole parlanti, direte voi?
C'entra, c'entra: il nostro era nato a Umago, nel 1930.
In una vecchia intervista a Orient Express del maggio '84 gli chiesero di Napoli, la città in cui viveva (e in cui morì, nel 1990): perché non compariva mai nelle sue storie? “Perchè per parlare di Napoli – rispose – bisogna essere napoletani e io non lo sono. Sono un istriano, mezzo slavo, che vive qui per ragioni familiari. Tutto qua”.
Nella bella prefazione a Dal Tanganyka al Khyber, Sergio Brancato ha scritto che “dall'odierna Tanzania alle montagne dell'Afghanistan, guerre di ieri e di oggi si rimandano l'un l'altra all'interno di una coscienza sofferta, quella di un uomo nato negli anni più aspri del Ventesimo secolo e destinato a vivere in bilico tra differenti età della storia e geografie tra loro irriducibili. Micheluzzi era istriano, cresciuto sulla soglia tra due mondi...”.

domenica 21 dicembre 2008

Ritrarre la memoria

“When I was eighteen, Uncle Sam told me he’d like me to put on a uniform and go off to fight a guy by the name of Adolf. So I did.”
La più bella storia a fumetti che ho letto quest'anno (e una delle più belle che io abbia mai letto) è (il primo volume de) La guerra di Alan di Emmanuel Guibert.
Si tratta innanzitutto della storia di un amicizia: quella tra l'autore e Alan Ingram Cope.
Nella prefazione Guibert ne ha parlato così: “Quando ho incontrato Alan COPE aveva sessantanove anni e io trenta. Non sapevamo che avremmo avuto solo cinque anni per essere amici, ma ci siamo comportati come se lo avessimo saputo. Come diceva Alan, non abbiamo perso tempo. Siamo stati molto insieme. Ci siamo scritti e telefonati centinaia di volte. Ci siamo coperti di libri, disegni, cassette. Abbiamo fatto giardinaggio. Abbiamo cucinato. Siamo andati in bicicletta. Abbiamo suonato il piano. Fatto compere”.
Per Alan era importante raccontare, per Emmanuel ascoltare.
“Raccontava la sua vita. Aveva una memoria docilissima che lo portava dove voleva lui. Lo portava in California, la California della sua infanzia e della sua adolescenza. In Europa, durante la guerra. Ovunque fosse stato e avesse vissuto. (...) Quello che mi parlava era un vero scrittore. Lo ascoltavo e lo guardavo con rispetto. Anche dopo aver spento e riposto il registratore, sulla strada di casa, rivedevo quell'uomo tutto raggiante del suo passato ed ero felice di potergli stare accanto”.
Emmanuel Guibert, disegnatore di fumetti, decise un giorno di ritrarre la memoria di Alan Cope (uno che del disegno aveva un'altissima opinione. E che amava i fumetti...). E lo fece: a volte illustrando i ricordi del vecchio così fedelmente che entrambi ne rimanevano turbati, altre volte deformandoli. In entrambi i casi, Cope “era felicissimo. E fiero”. Perciò, per il suo racconto da vero scrittore, scelse solo “momenti veri, non interpretati, colti per quel che hanno di autentico”.
La guerra di Alan è un memoir grafico straordinario. In questo primo volume (uscito In Francia nel 2000, otto mesi dopo la morte del vecchio) si racconta dell'addestramento militare di Alan negli Stati Uniti, a Fort Knox prima e a Fort Benning poi, tra il 1943 e il 1945. Negli altri due volumi (che Coconino Press pubblicherà. Presto, si spera) sarà della sua guerra in Europa che si racconterà.
Non so se può dirvi qualcosa, ma il lavoro di Emmanuel Guibert a me ha ricordato, in qualche modo, Band of Brothers, quella bellissima serie televisiva in dieci puntate prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks e ispirata da un lavoro di Stephen Ambrose, Band of Brothers: E Company, 506th Regiment, 101st Airborne from Normandy to Hitler's Eagle's Nest, del 1992. La conoscete? Forse si trova ancora in giro, per 80 euro (o su di lì), in un cofanetto con 6 dvd.
Un pezzo di storia della tivù, e non solo di quella americana. Accattàtevelo, s'il vous plait.
Nella sua prefazione al testo Guibert (autore che è particolarmente incline a misurarsi con la storia: fin dal suo debutto, Brune, del 1992) ci tiene però a precisare che quella de La guerre de Alan non è assolutamente una ricostruzione storica: “Mi documento poco. Cerco essenzialmente le immagini che il suo racconto ha suscitato in me quando l'ho ascoltato per la prima volta. Sono state quelle immagini a farmi venire voglia di lavorare”.
E ne è uscito un vero capolavoro, sapete? Delicato (come il disegno, sospeso tra ligne claire e realismo) e commovente, volutamente antiepico. Il primo volume comincia il giorno in cui venne bombardata Pearl Harbor (Mi ricordo le espressioni stupefatte, sconvolte. Quanto a me, non avevo la minima idea di cosa fosse PEARL HARBOR) e finisce con lo sbarco di Alan in una Le Havre completamente distrutta dai bombardamenti (Il sergente ci faceva fermare spesso per prendere fiato. E' stato durante una di quelle soste che STANLEY, il tipo che era di fianco a me, mi ha detto: “Ehi, Cope, ce ne ricorderemo di questo 19 febbraio!”. “E' il 19 febbraio?”. “Sì”. “E' il mio compleanno. Ho vent'anni”).
Vent'anni.
“Alan è nato in California nel 1925. Io sono cresciuto nel sud della Francia negli anni Settanta. Le nostre palme sono simili. Ovviamente io non ho fatto la guerra, ma il mio bisnonno è stato nello Chemin des Dames, mio nonnno Dunkerque, mio padre in Algeria. La guerra non è mai lontana da nessuno”.

lunedì 4 agosto 2008

Andrea si è perso e non sa tornare

Numero speciale di XL dedicato a Pazienza, in omaggio con la Repubblica (si vede che XL, solo soletto, vende pochino).

Torna fuori, qualche volta, la definizione di Andrea Pazienza come rockstar del fumetto. E' una suggestione che dobbiamo tutta a lui e non a qualche critico particolarmente immaginifico: una volta la mise in bocca a Colasanti (e adesso non sto a spiegarvi chi sia, 'sto Colasanti. Se lo sapete, bene. Sennò, arrangiatevi) che stava sfogliando un numero di Frigidèr davanti ad un'edicola.
Nell'aprile del 2005, nella mia città (vabbé, città... Insomma), si tenne una mostra dedicata a Pazienza. Il titolo, ça va sans dire, era il seguente: Andrea Pazienza - Segni e memorie per una Rockstar.
L'assessore alla cultura allora regnante era tal Stefano Piredda...
In concomitanza dell'evento (dovete sapere che 'evento' è una parola molto usata dagli assessori alla cultura, in Italia) venne edito un bel volume, impreziosito anche da alcuni inediti del Paz, ma concepito soprattutto come raccolta di omaggi da parte di un sacco e una sporta di autori contemporanei che risposero all'appello dell'incredibile associazione culturale di appassionati del fumetto denominata ARTeFUMETTO (sodalizio che - da qualche tempo - collaborava con l'Assessorato alla Cultura della città di M. Anzi, che pensava e realizzava una cifra di cose per l'Assessorato in questione, al quale poi non restava altro che metterci sopra qualche soldino. Cose che possono capitare, in effetti, alle incredibili associazioni culturali di appassionati del fumetto se appena appena un assessore alla cultura che ama leggere i fumetti attraversa loro la strada. Che culo, eh?), autori contemporanei risposero all'appello, dicevo, e contribuirono all'impresa con disegni o scritti originali, ispirati a ricordi personali (quelli che l'avevano conosciuto, Andrea) e ad impressioni personali, e più in generale a brividi e batticuori, a fuochi d'artificio e d'artiglieria pesante: testimonianze tutte di un amore implacabile per l'arte immensa del grandissimo disegnatore (e narratore, ostia. E narratore!).

Ci si misero in tre, sul volume - gli incredibili Fabio Doria, Roberto Franco e Mauro Paronitti - e il risultato fu eccellente: parteciparono, tra gli altri, Davide Toffolo, Roberto Baldazzini, Davide Fabbri, Mario Alberti, Vittorio Giardino, Luca Enoch, Giuseppe Palumbo, Sergio Staino, Jose Muñoz, Francesco Tullio-Altan, Giancarlo Alessandrini, Aleksandar Zograf, Bruno Brindisi, Nicola Mari, Miguel Angel Martin, Danijel Zezelj, Massimo Giacon, ecc... ecc.. ecc..., che produssero (brutto verbo, 'produssero': 'esplosero' va meglio. O magari 'baciarono') un disegno, e Renato Barone, Gianni Brunoro, Pablo Echaurren, Cinzia Leone, Daniele Brolli, Moreno Miorelli, che invece realizzarono (o concessero di ripubblicare, per l'occasione) degli scritti.

E insomma, all'inaugurazione della mostra vennero anche i fratelli di Andrea Pazienza, Michele e Mariella.
E la madre.
Le chiesi cosa le sembrasse, della mostra.
Mi rispose che la trovava molto bella, "ma sa, io non riesco a pensare ad Andrea come ad una rockstar. Andrea, per me, è il ragazzo che si addormentava sul treno e che poi telefonava a casa, da chissà quale stazione, perché lo venissimo a prendere".

martedì 4 marzo 2008

Di sogni, amore e razzi

Leggendo Pigrizia di Gilbert Hernandez mi sono ricordato de I fiori blu di Raymond Queneau...
Mai letto?
Mi permetto di consigliarvelo (trust in tic, trust in tic...). Se (pure voi) non avete la fortuna di poter leggere in francese (che sarebbe il massimo, per Queneau), poco male: per I fiori blu c'è la splendida (ormai classica, direi) traduzione di Italo Calvino disponibile.
Secondo un apologo cinese, Chuang-tzé sogna di essere una farfalla; ma come possiamo essere sicuri del fatto che non sia la farfalla a sognare di essere Chuang-tzé (che sogna di essere una farfalla)?
E nel romanzo di Queneau non si comprende se è il Duca d'Auge (un tizio che compare nella Storia - con la maiuscola - ogni 175 anni) che sogna di essere Cidrolin o Cidrolin (un ex carcerato mite e scioperatissimo che abita in un barcone ormeggiato sulla Senna e passa le sue giornate a bere pernod e a ridipingere una staccionata sulla quale, ogni notte, qualcuno scrive delle cose che qui non sarebbe bello ripetere) a sognare di essere il Duca d'Auge.
Così, in Pigrizia, alla fine, uno non capisce se ha assistito al sogno di Miguel Serra o a quello di Lita Garcia (o forse è stato Romeo a sognare entrambi?). Il racconto è narrato due volte, e la seconda volta gli avvenimenti sono completamente ribaltati e i personaggi assumono ruoli del tutto diversi.
Siamo in una cittadina della California meridionale, uno di quei posti dove gli adulti, scrive l'autore Gilbert Hernandez, “sentono di poter crescere i figli più piccoli in relativa pace e sicurezza”. Solo che poi non sanno vedere, “stentano ad accorgersi che i figli adolescenti soffriranno di noia e di una bassa autostima esistenziale talvolta in maniera estrema”. Figli come Joely Jones, studentessa modello che non aveva mai dato preoccupazioni a nessuno “fino al giorno in cui portò a scuola una pistola e cercò di uccidere il suo insegnante di economia domestica. In seguito Joely si impiccò in prigione”. Il povero Kevin Maynard, invece, saltò giù dal tetto della palestra della scuola “perché non era riuscito a entrare nella squadra di pallacanestro. Si ruppe l'osso del collo. Lasciò una breve lettera suicida appuntata al cadavere del cane di famiglia. Aveva ucciso il cane che aveva tanto amato”. E infine i due gemelli Luton, “che fecero un patto suicida tra fratello e sorella. Si schiantarono con la famigliare a cento all'ora contro la stazione polizia nell'ora di punta”.
Miguel e Lita (Miguel o Lita?) per sfuggire alla depressione e al senso di impotenza decidono (si: decidono) di entrare in coma, un coma che è trasparente metafora di “un'altra vita in un altro mondo. Altrettanto reale di quello in cui viviamo tutti”. E nel mondo del coma si può volare, maledizione: mica come qui.
A colpire (e commuovere: sinceramente) è la grazia con cui in Pigrizia vengono mescolati onirismo e realismo, finissime intuizioni psicologiche e magia, leggende e misteri, amore e rock'n'roll.
Sono anni (eh, si... Sta invecchiando, il tic) che Gilbert Hernandez e suo fratello Jaime (Los Hernandez Brothers!) occupano un posto d'onore nel mio immaginario.
Conobbi le loro tavole sulla vecchia (e benemerita) rivista Comic Art, che negli anni Ottanta (da cui - ma questo forse già l'ho scritto, da qualche parte – ce l'ho fatta, pensate un po', ad uscire vivo) pubblicava le storie del loro Love&Rockets: in modo un po' disordinato, a dire il vero.Io ci sono cresciuto, con Maggie, Hopey, Pipo, Maricela, Luba e quel loro mondo (post-moderno? Brrrrr... E sia! Ma sappiate che mi vergogno da morire, per averlo scritto) che, come ha scritto Carter Scholz, “ha veri supereroi, mostri, razzi, robot, mutanti e tutta quanta quella popolare spazzatura con cui siamo cresciuti”. E “proprio dietro l'orizzonte potrebbero esserci i Fantastici Quattro a combattere con il Dottor Destino, ma nella vignetta che abbiamo davanti, Maggie e Hopey sono preoccupate per i soldi o per la birra o per qualche non corrisposto amore o per qualche vendetta”. Un mondo del futuro che, allo stesso tempo, era la California dei MIEI anni Ottanta (e pure dei MIEI Novanta. E, forse, oltre...): quella del punk rock urlato a pieni polmoni, quella cantata dagli X (We're desperate...), dagli Adolescents (Kids of the Black Hole),dai Social Distortion (Telling them), dagli Youth Brigade, dai Black Flag, dai Descendents, dai... E mi vengono in mente pure (e non potete avere idea della nostalgia) quelle band di punk chicano (si, chicano: proprio come los hermanos Hernandez e quasi tutti i loro personaggi) che proprio da una tavola di Love & Rockets sembravano essere uscite, come i Plugz di Tito Larriva e Charlie Quintanao gli Zeros di Javier Escovedo, da Chula Vista: “the Mexican Ramones”, secondo qualche bello spirito.
La California filmata da Penelope Spheeris, o magari (e probabilmente è più calzante) quella che Alex Cox ha raccontato in Repo Man (chi se lo ricorda?).
I fratelli Hernandez sono dei talenti pazzeschi: due frullatori impazziti di suoni e visioni; due sociologi molto seri ma nient'affatto seriosi; due critici del costume attenti come pochi a quanto accade nel mondo giovanile, e sensibilissimi.
L'uno completa l'altro. Gilbert, che da giovane assomigliava un bel po' al tizio ritratto qui sotto, di se stesso parla in questo modo:
“Il mio stile è un più intenso di quello di Jaime, probabilmente perché la mia tecnica è più limitata di quella di mio fratello. Jaime ha un segno abbastanza delicato o naturale, e quando disegna una donna attraente non ha problemi... la si nota subito, è estremamente realistica. Io, invece, devo esagerare con il tratto per raggiungere lo stesso effetto e le mie storie sembrano più stilizzate. Il rovescio della medaglia è che se lui esagera un po' la vignetta diventa immediatamente umoristica, mentre io non corro questo rischio e posso essere estremo quanto voglio senza inficiare i temi della storia”.
Tutto vero, tutto vero.
Pigrizia è un bel modo per iniziare a fare la sua conoscenza. Poi fiondatevi su Love&Rockets, così conoscerete pure su hermano Jaime. E' cosa buona e giusta.

giovedì 27 dicembre 2007

Piccole città

La piccola città americana che si è inventato Daniel Clowes si chiama Ice Haven.Ice Haven, nell'idioma gentil suona come qualcosa del tipo 'rifugio ghiacciato', o magari 'porto ghiacciato'. Rifugio, comunque, mi pare funzioni meglio.
Nella nostra prima passeggiata per la città ci accompagna Random Wilder, un uomo che spera, col tempo, di essere celebrato come il sommo poeta di Ice Haven: “'Qui non fa poi così freddo come sembra', questo dicevano sempre quelli della generazione di mio padre per incoraggiare i visitatori riluttanti, quando ancora si parlava di espansione... Ma il nostro adorabile nome, 'rifugio ghiacciato', concepito per evocare fatati paesaggi invernali, richiamava alla mente solo cupezza e geloni”.
Daniel Clowes è nato nel Michigan (uno Stato americano molto ma molto freddo) quarantasei anni fa ed è diventato famoso con la serie a fumetti “Eightball”. E' un grandissimo disegnatore che è stato capace di conquistarsi un suo spazio ben al di là del mondo dei fumetti (o meglio, del mondo degli appassionati di fumetti). Ricordo alcune copertine di dischi da lui firmate. Ad esempio, queste due qui sotto. Le ho scelte giusto perché la musica dei Supersuckers e (soprattutto) quella dei Cheater Slicks mi garba(va)no assai. E ricordo anche l'animazione da lui realizzata per il videoclip di I don't wanna grow up versione Ramones (lo sapete che è di Tom Waits, nevvero?). Clowes, poi, pubblica regolarmente su riviste come Esquire, The New Yorker, Vogue, Time e Newsweek e dai suoi lavori a fumetti sono stati tratti due film di un certo successo: Ghost World, interpretato tra gli altri da Thora Birch, l'intrigante (per Kevin Spacey...) adolescente di American Beauty, e Art School Confidential. Un terzo film è attualmente in lavorazione.
Ice Haven (pubblicato in Italia da Coconino Press - http://www.coconinopress.com/) si colloca nella stessa tradizione letteraria (molto americana) di Our Town (in Italy “Piccola città”) di Thornton Wilder (e non credo proprio che il cognome del poeta frustrato Ransom sia Wilder per caso...). Clowes intreccia tra loro le vicende di alcuni dei suoi abitanti e le racconta con uno stile veramente molto particolare, da lui stesso definito come un blend di realismo fotografico e di astrazione tipicamente fumettistica, pieno zeppo di riferimenti agli anni Cinquanta. Alessio Trabacchini ha giustamente parlato, per Ghost World, della vera e propria ossessione di Clowes per quel decennio, “il sintomo più evidente del tentativo silenziosamente disperato di infondere personalità e consistenza, attraverso l’imitazione di un passato mitico, ai luoghi, alle persone, a se stessi”. Tutto questo vale pure per Ice Haven.
Clowes è un autore coltissimo, che racconta le sue storie imitando lo stile dei Peanuts o dei cartoons dei Flinstones mentre recupera dalla storia del ventesimo secolo americano la vicenda criminale, tetra e terribile, di Leopold e Loeb (gli assassini che cercavano il delitto perfetto...), per usarla come contraltare alla misteriosa scomparsa del suo piccolo, infelicissimo, David Goldberg.
Sono storie, magistralmente raccontate, di enormi solitudini, di frustrazioni, di amori infelici. Fa tanto, veramente tanto freddo, ad Ice Haven, insomma.
Ma io comunque vi consiglio di farci una passeggiata, magari in compagnia di Random Wilder (se riuscite a reggerlo, eh... E' logorroico più di me). Vi condurrà volentieri per i suoi marciapiedi, dove potreste imbattervi – e ve lo auguro con tutto il cuore – in Violet e Vida. Magari Wilder vi mostrerà anche il monumento (monumento naturale: siamo in America) più importante della città: una roccia, un “capolavoro d'erosione: nostro marchio e pietra miliare, noto agli indigeni come “il nostro amico” dopo che così lo battezzò il sindaco Earley nella campagna elettorale del 1916”.
Nella mia (piccola) città che si chiama Monfalcone il monumento più importante è la Rocca. Non è un monumento naturale, ma un fortilizio che ha molti secoli sulle spalle.
Negli ultimi giorni, da noi, si è parlato parecchio di presepi, sapete?
Alcuni genitori di bimbi in età da asilo hanno protestato (anzi hanno vibrantemente protestato. Anzi, no, meglio: hanno furiosamente protestato) perché nelle strutture educative frequentate dai loro piccoli mancavano i presepi. Una mamma, la signora S.S (no, non sta per Schutz Staffeln, che non crediate... Sono solo le iniziali di nome e cognome) ha (appunto) protestato infuriata (si, proprio infuriata: perché è così che lo si scrive, solitamente, sul quotidiano locale, monopolista dell'informazione nella mia beneamata città: “infuria la protesta dei cittadini”. La protesta è fatta così, d'altronde: prima esplode, poi dilaga, quindi infuria per un po' di tempo. Almeno fino al prossimo titolo del cazzo sul quotidiano locale monopolista eccetera eccetera) per stigmatizzare il mancato allestimento del presepe nell'asilo del figlio. E lo ha messo per iscritto. Sentite qua: ”Non è possibile che in uno Stato cattolico e libero come il nostro si possano permettere certe cose. E' una vergogna assoluta. Ho mandato mio figlio alla scuola materna, pur avendo la possibilità di tenerlo con me al mattino, proprio perché è giusto che impari a socializzare con gli altri bambini, ma soprattutto perché possa essere istruito e possa imparare tutto ciò che da me e solo con me non imparerebbe”. La signora infuriata ha qualche domanda da fare al Potere: “Cosa lo mando a fare a scuola? Se poi non ha la possibilità di fare la recita di Natale o se non ha la possibilità di imparare le canzoni tradizionali perché all'interno di questo asilo multi-etnico non si permette di parlare della nostra religione?”. Capito la signora , gente mia bella gente? Provo a riepilogare: “Non è possibile... In uno Stato cattolico... E' una vergogna assoluta... Cosa lo mando a fare a scuola? Asilo multi-etnico...”.
A chi si trovasse (chissà poi per quale motivo) a leggere questo post e non sapesse manco per sbaglio né cosa sia né dove si trovi Monfalcone e ignorasse pure cosa sia accaduto, negli ultimi tempi, a Monfalcone, dico solo che Monfalcone è una (piccola) città della Venezia Giulia che ospita da un secolo tondo tondo uno dei cantieri navali più grandi d'Europa. In questi anni sono arrivati a Monfalcone un sacco di immigrati a lavorare (in condizioni spesso, ehm... Come dire? Di merda? Ecco) nel cantiere navale alla costruzione delle navi da crociera più grandi del mondo (questa cosa la si sente dire spesso, dalle nostre parti, ma fra poco non sarà più tanto vera visto che parrebbe che Genova stia per farci il culo a strisce con la Genesis, una città galleggiante da 5.400 passeggeri battezzata da qualche simpaticone col nome di una delle band più invincibilmente pallose della storia del rock). Gli immigrati provengono principalmente dal Bangladesh (dove i più son, ahi ahi ahi ahi ahi, mussulmani), poi dall'Europa dell'est (e ci sono pure immigrati, generalmente disprezzatissimi, provenienti dal meridione d'Italia. Ma di questi adesso non parliamo). Alcuni di questi disgraziati, perché tali sono (perché tale è sempre chi lascia la propria terra sfigatissima in cerca di lavoro per approdare in Italia, terra invece fortunatissima: tra le altre cose, anche per aver dato i natali a Mario Borghezio), si sono tirati dietro le famiglie. Ecco perché l'asilo frequentato dal bimbo della signora S.S. è “multi-etnico”.
Sulla questione è intervenuto (e come avrebbe potuto non?) il leader locale della Lega Nord, tal F.R., che, come scrive sul quotidiano locale la signorina T.C. (prossimo premio Pulitzer, sicuro come la morte), “ha presentato un'interrogazione al sindaco (omissis) per chiedergli di segnalare la situazione al Prefetto, sollecitando altresì il Provveditore agli studi, e di rivolgere un appello a dirigenti e insegnanti delle scuole cittadine 'affinché garantiscano ai bambini la possibilità di vivere un Natale senza assurde autocensure'”. Le ultime parole sono del boss leghista medesimo, che prosegue e sentite un po': ”Forse a causa di una eccessiva e nociva presenza di dirigenti e insegnanti atei o comunque privi della sensibilità nei confronti della cultura e delle tradizioni nazionali e locali di riferimento, sempre meno scuole materne ed elementari allestiscono un presepe e tanto meno ricordano con cenni storici l'evento della Natività (la parola 'natività', lui, la pronuncia in maiuscolo, n.d.r.). Numerosi genitori si lamentano di questa ingiustizia che i loro bambini sono costretti a subire da parte di chi vorrebbe trasformare il Natale in una indefinita e anomica festa del vuoto consumismo”. No, dico: avete avvertito, si, il sublime afflato di spiritualità? E vi è piaciuta quella sulla eccessiva e nociva presenza di dirigenti e insegnanti atei?
Lasciando perdere le risposte di quel Potere (di centro-sinistra) chiamato così perentoriamente in causa dalla signora S.S., la cosa per me più interessante (perché maggiormente istruttiva) della querelle monfalconese sui presepi sono state due lettere pubblicate dal quotidiano locale monopolista eccetera.
In una il signor L.P. scrive: “Per quanto si vede in giro, penso che al peggio non c'è ancora limite. Per il futuro dovremo aspettarci che i cultori del politicamente corretto pretendano di togliere gli alberi di Natale ed i Presepi, posti nelle piazze e negli angoli dei nostri paesi. Le croci sui tetti delle chiese dovranno essere mascherate, le campane imbavagliate per non recare disturbo. I capitelli in campagna bisognerà occultarli e adornarli di graffiti”. Ma chi sarebbero questi nostrani “cultori del politicamente corretto”? E il signor L.P. prontamente risponde: “Sono i comunisti, con e senza falce, sono i cattolici adulti, sono i no global, sono i disubbidienti, sono la sinistra anticapitalista, sono gli atei, speriamo di non aver dimenticato nessuno”. E speriamo davvero, povero signor L.P. Speriamo con Lei e per Lei che non ci sia rimasto nessuno a tramare nell'ombra (ma... E i massoni? Che cosa caspita staranno facendo i massoni in questo preciso momento?).
Poi c'è una lettera vergata di suo pugno dalla signora S.S., nientemeno. La mamma infuriata - polemicamente parlando - da cui siamo partiti, si sente “in dovere di chiarire e approfondire alcune cose”. La signora Gott mit uns tiene a precisare innanzitutto una cosa: “(...) la mia lamentela nulla ha a che vedere con alcun colore politico dal quale mi dissocio in assoluto come mi dissocio da qualunque idea razzista che potrebbe aver avuto il lettore leggendo l'articolo” (sta parlando, avrete inteso, proprio dell'articolo firmato sul quotidiano locale dal futuro premio Pulitzer, signorina T.C.).
E io dico fantastico! Siamo veramente al sublime. La signora Himmler è chiaramente una di quei moderati di cui van cianciando da secoli ormai Casini, Rutelli, Pezzotta, Ricotta e Triccaballacche. Massì, dai: i moderati, quelli che qui si lavora, signor mio, e non si parla di politica (perché questo e basta son sempre stati, on my opinion, i famosi moderati italiani. Solo che a casa mia noi malmostosi li chiamiamo qualunquisti e conformisti, questi famosi moderati, e non è precisamente un complimento). E perciò le ha dato tanto, ma tanto fastidio che la Lega Nord si sia buttata a pesce sulla sua protesta. Una protesta che, pensava lei, avrebbe dovuto bastare a se stessa. E si è anche preoccupata, la cara signora S.S., che non le si potessero muovere delle volgarissime accuse di razzismo. Perché qualcuno deve averle ben spiegato, chissà quando, che il razzismo è una cosa veramente brutta. Da lasciare volentieri ai Leghisti, che son gente che è messa lì apposta per sporcarsi le mani, per togliere le castagne dal fuoco ai moderati come la buona signora S.S. che è solo una povera mamma taaaaanto in ansia per il proprio pargolo, il quale ha diritto (in quanto bambino cristiano cattolico romano, par di capire) ad una corretta educazione. E non parlatele di fratellanza, che la signora (sicuramente) legge Libero o Il Giornale, quotidiani fatti su misura per i moderati come lei e come il signor L.P., e quindi le hanno insegnato da tempo a riconoscere il politically correct, hai visto mai che le capitasse di incontrarlo: “Pensate veramente che tutti siano interessati alla fratellanza e alla pace? Io ero presente alla festa della scuola con mio figlio, e nonostante i tagli fatti a favore delle etnie extracomunitarie, ho contato solamente tre (3) genitori extracomunitari. E tutti gli altri? Forse non sono così interessati ai nostri valori di fratellanza e di integrazione. Ma noi continuiamo pure a tagliarci fuori, così gli altri sorrideranno e noi piangeremo e forse dovremmo trasferirci tutti all'estero dove magari qualcuno farà qualcosa per i bambini italiani”.
Non so se anche a voi, a questo punto, ma a me è venuta in mente una (grandissima e) famosa battuta di quell'eccezionale umorista che è stato Beppe Viola: “Razzista io? Parla lei che è negro”.
E chiudo, finalmente, con una domanda: ma cosa abbiamo fatto di male, noi italiani, per meritarci questa Vandea miserabile?

domenica 16 dicembre 2007

Vita nei boschi

Fino a poco tempo fa di Charles Burns conoscevo solo la copertina di Brick by brick, disco (dimenticabile) di Iggy Pop del 1990.


O meglio, conoscevo la copertina di Brick by brick, disco (dimenticabile) di Iggy Pop del 1990, senza sapere che fosse opera di Charles Burns. Ora lo so.
Burns ha iniziato a scrivere (...disegnare) The black hole nel 1994. E' uscita da poco nel nostro Paese, per i tipi di Coconino Press, l'edizione definitiva di quest'opera, raccolta in un unico volume di 367 pagine che ho appena finito di leggere.
Alcune recensioni ne parlavano come di un capolavoro assoluto e volete sapere una cosa? Non esageravano neanche un po'.
Charles Burns è venuto al mondo negli anni Cinquanta ed è cresciuto a Seattle, figlio di uno scienziato che in gioventù sognava di fare il cartoonist. Perciò, racconta l'autore, ebbe la grandissima fortuna di poter leggersi i fumetti in santa pace, senza avere qualcuno appollaiato sulla spalla a blaterare qualcosa come: “Guarda che leggere i fumetti ti farà marcire il cervello”. Burns è disposto poi ad ammettere volentieri che il cervello gli andò a male comunque. Son parole sue, eh... Se non ci credete, ecco qua: “My father's a scientist who once wanted to be a cartoonist. So I was able to read comics without being told they were going to rot my mind. As a result my brain rotted...". Talk is cheap, si sa. Ma non si raccontano bugie, da 'ste parti.
Di Charles Burns e del suo tratto si cominciò a parlare alla metà degli anni Ottanta, quando il nostro divenne una delle firme di Raw, la rivista di Art Spigelman. Da quel momento in poi la sua strada fu tutta in discesa. Attualmente è un illustratore di punta, negli States: ad esempio per Time, The New Yorker e The New York Times Magazine. Nell'ambito del fumetto suoi sono i personaggi di El Borbah, Spookyland, Big Baby e The black hole.


The black hole è una storia visionaria, cupa e disturbante. Racconta di un'epidemia che, trasmettendosi sessualmente, colpisce gli adolescenti di una città della provincia americana causando delle mutazioni fisiche più o meno mostruose. Se avete pensato ad una (scopertissima, invero) metafora dell'AIDS, non avete sbagliato. E' lo stesso Burns ad ammetterlo: “Obviously, the direct AIDS metaphor is there - there have always been sexual diseases floating around, but now there's a killer”. Non credo ci sia bisogno di tradurre.
L'autore sa (ricorda) bene che nell'adolescenza è proprio il sesso - e l'incertezza sulla propria identità sessuale - a causare le maggiori ansie.
The black hole, però, è una storia ambientata alla metà degli anni Settanta (diciamo attorno al 1974, visto che ad un certo punto uno dei personaggi presenta Diamond Dogs di David Bowie come un album nuovo di pacca), non negli Ottanta dell'esplosione (anche - e c'è pure chi dice soprattutto - mediatica) dell'AIDS. Si svolge quindi proprio al tempo dell'adolescenza del suo autore. E forse è proprio per questo che Burns riesce – nonostante tutta la tensione suscitata dalla narrazione, con quel senso di minaccia sempre incombente reso splendidamente da un profondo nero di china, e nonostante il disagio e il dolore vissuti dai suoi personaggi – a trasmettere una nostalgia struggente per quell'età della vita in cui, quando si ama, si ama per davvero.
Quando i ragazzi sono colpiti dal virus, si rifugiano nei boschi.
Bene, la cosa che mi è più rimasta addosso di The black hole - oltre al modo che ha Burns di guardare ai corpi dei suoi personaggi: uno sguardo che ricorda, in più occasioni, quello, raggelato e raggelante, di David Cronenberg - è la rappresentazione dei boschi.

Che non sono certo l'eden di cui raccontava quell'esploratore solido e fiducioso della wilderness americana che fu Henry David Thoreau (conoscete – ricordate – Walden? "Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiarne tutto il midollo...". Parole che avete già sentito, vero? Forse in Dead Poets' Society – L'attimo fuggente di Weir?), ma luoghi pericolosi. Luoghi in cui camminare scalzi non si può proprio, perché si rischia di ferirsi la pianta del piede con qualche scoria della civiltà dei consumi.
No, nell'America di Burns non ci sono più le tribù degli indiani cattivi ad incombere sulle città dei pionieri, ma solo dei poveri mutanti, dei freaks emarginati.
Che però riescono, nonostante tutto, ad impazzire per amore.



mercoledì 28 novembre 2007

Parole parole parole



Comincio col dire che Joann Sfar è uno che ha studiato filosofia. E si vede.

Siamo nell'Algeria del primo Novecento. Mojroum, il gatto del rabbino Abraham, divora il pappagallo di casa e acquista il dono della parola. E siccome le prime parole che la bestiola pronuncia sono parole menzognere (“Dov'è il pappagallo, Moujroum?” - “Se n'è andato. Una commissione urgente. Ha detto di non aspettarlo per cena”) il pio rabbino teme che il gatto possa mettere in testa delle strane idee a sua figlia Zlabya (dice Abraham: “La parola serve a descrivere il mondo, non a contraffarlo, diavolo”). Quindi le proibisce di frequentarlo. Secondo il rabbino, Mojroum, per poter restare accanto a Zlabya (che il gatto adora), deve avere un'istruzione religiosa che lo trasformi in un buon ebreo perché un buon ebreo non mente. Mojroum gli risponde che lui è solo un gatto "e per giunta, non so bene se sono un gatto ebreo o no. Il rabbino mi dice che sono senz'altro ebreo, poiché i miei padroni sono ebrei. Io gli dico che non sono circonciso. Lui mi dice che i gatti non vengono circoncisi”. Abraham vuole che il gatto studi il Talmud, la Torah, la, Mishnah e la Gemara. Ma Mojroum, decisamente, non è un buon cliente: è un gatto molto impertinente e polemico che se proprio dovrà essere ebreo, dice, dovrà avere il suo Bar-Mitzvah. Anzi, lo esige, il suo Bar-Mitzvah. Comincia così un'avventura che più esilarante non la si sarebbe potuta immaginare, perché il rabbino lo vorrà domandare al suo maestro, al suo rabbino, se per i gatti che parlano lo si possa celebrare, il Bar-Mitzvah. E quando andrà a chiederglielo si porterà dietro Mojroum, che non resisterà all'impulso di interloquire con il vecchio religioso. La disputa ad un certo punto verterà sulla differenza tra un gatto e un umano: Mojroum domanda quale sia. “Lui mi risponde che Dio ha fatto l'uomo a sua immagine. Io gli chiedo di mostrarmi un'immagine di Dio. Lui mi dice che Dio è una parola. Io dico al rabbino del rabbino che se l'uomo è simile a Dio perché sa parlare, io sono simile all'uomo”. Il gatto ama molto, molto poco, lo si capisce, chi professa certezze assolute.
Joan Sfar ha dichiarato in un'intervista di non poter accettare “lo sforzo di sistematizzazione che contraddistingue la tradizione del pensiero occidentale”. Sa bene, il nostro (non ve l'ho già detto che ha studiato filosofia?), che ogni grande sintesi, ogni totalità, comprime le dissonanze del mondo, e anche le sue benemerite diversità, nella compatta, e sempre fittizia, armonia della forma e del significato.
Sfar, ebreo per metà sefardita e per metà ashkenazita, è saldamente inserito in quella tradizione ebraica consapevole che, come dice il buon rabbino Abraham, “il logos consiste di tesi, antitesi, sintesi. Mentre il giudaismo è fatto di tesi, antitesi, antitesi, antitesi”. Il rabbino sa che il pensiero occidentale “mette dei nomi sulle cose, delle etichette, come per dire queste cose fanno parte del mio sistema, le ho capite”. E sa anche che “il tempo di nominare una cosa e lei è già cambiata, e il nome che le è stato dato ha già smesso di definirla con esattezza, e ci si ritrova in bocca delle parole vuote”.
Questo pure il gatto parlante non lo ignora, perché sa cosa significa vivere libero. E libero, tra le altre cose, di non dover per forza cercare dei significati ai fenomeni (visti gli studi compiuti dall'autore, la parola "fenomeni" deve intendersi come un omaggio) dell'esistenza. E ne è ancor più consapevole dopo aver cominciato a parlare. Nella bella postfazione al lavoro di Sfar, Emilio Varrà nota che la parola è in fondo “la prima forma di definizione del trascorrere della vita; (...) portatrice di divisioni e distinzioni. La prima ad apparire è quella tra verità e menzogna: ogni cosa detta ubbidisce necessariamente a una di queste due sfere, e come tale è giudicata”. La parola si mostra, nel libro, come motivo di contrasto, se non come tragedia (perché tale è, per il gatto, la sua forzata separazione dalla amatissima figlia del rabbino).

Non so se son riuscito a render bene l'idea, ma solo nella prima delle tre storie comprese ne Il gatto del rabbino (Rizzoli) c'è tutta questa complessità. Resa graficamente da un segno che può apparire povero, quasi tirato via (ma così non è) e da una grammatica della tavola semplice ed estremamente lineare. Un grande autore, dunque. E, per la cronaca, il gatto disegnato esiste davvero: si chiama Imhotep e proviene dalla Thailandia. E' questo qui sotto, in braccio al suo padrone, Joann Sfar.
Lettura consigliatissima a chi ama i gatti.