Babel' rispose: «Sì, al NKVD. Quando arrestano qualcuno gli danno carta e penna e gli dicono: "Scrivi!"».
domenica 5 febbraio 2012
C'era una volta Stalin
Babel' rispose: «Sì, al NKVD. Quando arrestano qualcuno gli danno carta e penna e gli dicono: "Scrivi!"».
domenica 6 novembre 2011
Idee
Ecco, secondo me qui bisognerebbe essere molto ma molto precisi: cosa intendiamo, quando parliamo di idee?

In breve, quando Einstein capitò per la prima volta a Parigi, una signora che apparteneva all’alta società della capitale francese ebbe l'indubbio onore di ospitare sia lui che Valéry nel proprio salotto. Com'è, come non è, la grande dame in questione sistemò lo scienziato e il poeta in modo che la loro conversazione potesse essere udita da tutti i presenti.
Paul Valéry - che diceva spesso di esser lui più interessato al processo della creazione artistica che al prodotto finale della medesima - provvide subito a porre ad Einstein una domanda precisa: “Come è che Lei lavora? E potrebbe raccontarci qualcosa del Suo modo di lavorare?”.
Ed Einstein: “Bene, non so… Esco di buon mattino e faccio una passeggiata” (l'uomo era uno che passeggiava volentieri, un po' come Kant).
“Davvero interessante”, replicò Valéry, ”E naturalmente Lei ha con sé un taccuino; e, allorché Lei ha un’idea, la scrive sul suo taccuino”.
Al che Einstein rispose: “No, non faccio questo”.
“Dunque Lei non fa così?”.
“Vede”, rispose Albert Einstein, “un’idea è veramente rara”.
Un’idea è veramente rara.
Albert Einstein dixit.
Einstein.
Guardate, al massimo io posso concedere che Matteo Renzi abbia delle opinioni. Anzi, meglio: posso concedere che Mattei Renzi condivida opinioni altrui. Come me. Come tanti. Come quasi tutti.
Ma idee, suvvia...
domenica 28 agosto 2011
Programmi troppo ambiziosi
Morte ai coglioni!
«Vaste programme, en effet», osservò De Gaulle.
sabato 30 luglio 2011
venerdì 24 giugno 2011
Il valore lavoro
Dialogo tra un vecchio minatore e JFK, candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
«È vero che suo padre è uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti?».
«Credo che sia vero».
«È vero che a lei non è mai mancato niente e che le hanno sempre dato tutto quello che voleva?».
«Temo proprio che abbia ragione».
«È vero che lei non ha mai lavorato con le sue mani?».
«È vero».
«Vuole allora che glielo dica? Ebbene, non si è perso niente!».
P.S.
Dedicata a tutti i laburisti che conosco.
martedì 21 giugno 2011
All work and no play...
domenica 15 maggio 2011
Grandi e piccini
mercoledì 31 marzo 2010
La politica e la gente
A mio parere è il miglior editoriale sulle pene del Pd (e annessi e connessi) che sia uscito da secoli a questa parte. Il bello è che lo si può leggere in vari modi. Come uno sberleffo alla pigrizia intellettuale (in certi casi pure fisica) dei gruppi dirigenti (vabbè...) di quel poco che resta della sinistra italiana, semplicemente; oppure come una critica, ferocissima, all'ideologia del gentismo che pure a sinistra di Silvio Berlusconi ha mietuto moltissime vittime.
A me ha ricordato un vecchio aneddoto.

Questa l'avevo già raccontata in un post del 4 dicembre 2007 (un cazzeggio su Ségolène Serracchiani. O su Debora Royal: non ricordo bene).
Valeva la penna di farlo nuovamente, secondo me.
En passant: Ugo La Malfa non ci sarebbe mai andato, a Sanremo.
giovedì 11 febbraio 2010
La comunella dei malvagi



lunedì 2 novembre 2009
L'operaio e lo zio Ho
Parla Franco Platania, “rivoluzionario in pensione”, operaio Fiat: «Ricordo durante un corteo interno, gridavamo il nome di Ho Chi Minh, dopo un po' venne un operaio a dirmi, va bene, io questo nome lo grido, ma si può sapere chi cazzo è?».

Un altra cosa bella l'ho trovata io, a pagina 19: «Gli anarchici spagnoli dopo la sconfitta della Repubblica fuggirono in Francia e lì continuarono a fare i falegnami, in dignitoso e appartato silenzio. In Italia i rivoluzionari senza rivoluzione sono finiti nei talk show (...)».
mercoledì 26 agosto 2009
Sapete com'è...
"Un Kennedy non piange". Rose Fitzgerald Kennedy lo ricordava sempre, ai suoi figli.martedì 18 agosto 2009
Calzini bucati
Sono in molti a criticarmi, ultimamente: dicono che parlo troppe volte troppo male del famoso Partito democratico. Anzi, meglio: dicono che lo prendo troppe volte per il culo, il famoso Partito democratico. Non dovrei proprio, mi viene fatto presente: hai la tessera in tasca, ti pare il caso?Ad esempio, ieri son venuto a sapere che un paio d'anni fa il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, ha commissionato a Giovanni Allevi un “inno alle Marche”. Bene: ho riso fino alle lacrime. Cosa dovevo fare?
Però 'sto Gian Mario Spacca del famoso Partito democratico, benedetto uomo...
Quando presentò alla stampa la composizione di Allevi disse così: “L'inno ci mette in sintonia con le corde della nostra comunità”.
Come vuoi non ridere, davanti a una roba del genere?
Come vuoi non ridere quando leggi che Walter Veltroni ha di recente messo a punto una proposta di legge molto seria contro il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi?
Come vuoi non ridere se Paola Binetti afferma, tutta compunta, che l'uso del cilicio “ci costringe a riflettere sulla fatica del vivere, è il sacrificio della mamma che si sveglia di notte perché il bimbo piange”?
Come vuoi non ridere con Debora Serracchiani che, presa anche lei da sacro fervore, si mette a dar voti a destra e a manca?
Vabbé... Vi regalo un pezzettino di una vecchia intervista a Jacques Tati.
Devo alla mia tardiva vocazione di discolo la mia prima visione divertente dell'umanità.Fino a quando mi sono comportato bene, il mio banco si trovava in prima fila di fronte al professore.
Di lui non vedevo che due guance ben rasate e una cravatta impeccabile. Poi, un giorno, sono stato cacciato in un angolo e allora mi sono accorto che il mio insegnante aveva i buchi nelle calze, i pantaloni gualciti e si grattava di continuo i malleoli. Insomma ho cominciato a scoprire il mondo.
Sa cosa ricordo della guerra del '40? Un vecchio capitano che l'indomani della disfatta cercava di fuggire con una bicicletta senza catena.
Tati non lo sapeva, ma stava parlando pure di me. martedì 21 luglio 2009
Giovane di nuovo

Evidentemente ready to grow young again, come direbbe Bruce Springsteen, mi son sentito di nuovo, da qualche parte tra il cuore e il piloro, le sedici primavere che c'avevo quando l'ascoltai per la prima volta: correva l'anno Millenovecentottantaquattro e io ero un adolescente parecchio problematico e coglione innamorato perso di Raffaella, che non mi cagava manco di striscio, e del rock'n'roll, che invece mi contraccambiò da subito salvandomi così la vita e questa vi giuro che non è solo una citazione di Lou Reed.
E insomma, sixteen once again, il voster semper voster tic, e la cosa non dovrebbe stupirvi manco per ipotesi datosi che il rock'n'roll ha smesso da decenni di essere la musica di chi è giovane per diventare la musica di chi vuole sentircisi, giovane: almeno una volta ogni tanto...
Il titolo del capolavoro in questione (perché di capolavoro trattasi, forse si sarà intuìto...) suona un po' scaramantico e un po' gettiamo il cuore oltre l'ostacolo, alla garibaldina. Ehm, alla yankee...


Che, se ci pensate, è proprio un grande titolo, per the difficult third album: un sacco di gente è lì, pronta a massacrarti – mò vediamo se è un bluff, 'sto Petty, vediamo - e tu invece avanti, avanti, avanti, fanculo the torpedoes, perché sai che è con questo disco che te la giochi tutta.
Bé, a trent'anni di distanza dalla sua uscita 'sta roba suona ancora da dio. Non è invecchiata manco per niente, capite? Un classico assoluto del Rock americano che inizia con un inno, Refugee, e finisce con la più bella canzone che John Fogerty non ha mai scritto, Louisiana Rain. In mezzo, brani power pop definitivi (Century City e What are you doin' in my life?), springsteenismi assortiti (Even the losers e Don't do me like that – e d'altra parte Darkness on the Edge of Town, ovvero la definizione del canone del Boss rocker, era uscito solo l'anno prima) e il solito Byrds-touch (Here comes my girl) che del prelibatissimo bouquet Petty è, fin dagli inizi, uno degli elementi costitutivi.
Che altro?
Ah, sì: gli Heartbreakers... Una band da favola, a cominciare da quell'immenso stilista delle tastiere che si chiama Benmont Tench.
E poi la produzione, la migliore di sempre per Jimmy Iovine: un suono muscolare, raffinatissimo ma per niente laccato.
La pianto qui epperò potrei continuare per ore, a parlarvi della musica di Tom Petty.
La volete sapere una cosa? A quarant'anni, quasi quarantuno ormai, posso dire che aveva proprio ragione, il vecchio Bob Seger: rock'n'roll never forgets.
Il rock'n'roll non si dimentica mai.
Ostia, se è vero.
Tra l'altro, li ho visti dal vivo a Verona un giorno di settembre del 1987, Tom Petty and the Heartbreakers: accompagnavano Bob Dylan, il tour era il Temples in Flames. Al basso c'era il povero Howie Epstein che aveva preso il posto di Ron Blair, titolare in Damn the Torpedoes!
Erano una vera e propria macchina da guerra, e non sto esagerando: ricordo che eseguirono una cover di Shout! degli Isley Brothers, prima che Dylan arrivasse sul palco: la fecero durare una decina di minuti.
Venne giù l'Arena...

sabato 18 luglio 2009
Coraggio!
A un certo punto l'autore, parlando del grande storico marxista Erich Hobsbawm, ricorda ciò che un veterano comunista spiegò un giorno al giovane Jorge Semprùn, a Buchenwald.
«Mais c'est quoi, la dialectique?»
«C'est l'art et la manière de toujours retomber su ses pattes, mon vieux!», gli venne risposto.
La dialettica è l'arte e la tecnica di cadere sempre in piedi...
Erano tosti, i comunisti, mica robetta.
Ci ho pensato molto, tra ieri e oggi, a quanto erano tosti.
L'altro giorno il sindaco di Bari, Michele Emiliano, se n'è uscito dicendo che "dobbiamo finalmente avere il coraggio di dire che il Pd è un partito fraternamente anticomunista".
giovedì 9 luglio 2009
Ormai solo un Dio ci può salvare
Il Tar del Veneto ha sospeso l'ordinanza con cui il sindaco di Venezia, il famoso filosofo Massimo Cacciari, aveva vietato, per motivi di ordine pubblico, l'Erotica Tour Millennium, fiera del sesso hard che vanta la presenza di grandissime artiste del porno all'italiana (Milly D'Abbraccio, Sofia Gucci, Vittoria Risi ed Elena Grimaldi: non so se rendo...) e attrazioni piccanti (direbbe il nostro Papi della Patria) come «big tetton».Alla notizia il famoso filosofo ha reagito così: “Rispetteremo la sentenza, che altro posso fare? Se il Tar ha detto che si può fare, la faranno. Bisogna proprio avere il cervello all'ammasso per perdere il tempo su queste cose”.
Vedere quest'uomo barbuto e cogitabondo - abituato piuttosto a cimentarsi con Sein und Zeit o con le glosse al pensiero politico di Francesco Rutelli - colpito e affondato da «big tetton» riporta alla mente quello che accadde a Theodor Wiesengrund Adorno il 13 febbraio 1968, quando «il grande filosofo fu messo alla berlina da un centinaio di femministe che, provocatoriamente discinte, canzonandolo con lo “sceeeeemo” rituale, lo sottoposero a un corale abbraccio dei loro seni nudi” (devo a mia moglie E. questa magnifica suggestione tratta da Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti di Giuseppe Carlo Marino).
E il povero professor Cacciari è stato pure svillaneggiato da (ma poteva mancare, visto il contesto?) Tinto Brass: «Mi fa piacere che il Tar abbia rimosso questo divieto che era solo figlio dell'ipocrisia tipica di tutti i poteri, di qualsiasi colore politico siano. Anche perché Venezia è una città-alcova, l'umida vulva d'Europa, come l'aveva chiamata Apollinaire».Adesso potrei mettermi a maramaldeggiare alla grande, credetemi, sulla Geworfenheit (gettatezza) del famoso filosofo Massimo Cacciari in un mondo terribile, davvero tragico, dove Tinto Brass ti spernacchia proprio mentre le grandi attrici Valentine Demy e Sofia Gucci ti invitano, in quanto sindaco, a uno show (ma chiamiamolo heideggerianamente Ereignis, evento) che, come ha scritto il Comune di Venezia nell'ordinanza di divieto, potrebbe attivare “meccanismi di rimozione dei freni inibitori in capo agli intervenuti, dando luogo a conseguenti comportamenti inurbani”.
Potrei, ma non lo farò...
Pubblico invece un sonetto di Giorgio Baffo. E anche lui, dite un po': poteva mancare, visto il contesto?
Mona, cossa mai xestu, che ti ha tanta
forza, e vertù de far tirar i cazzi,
che ti fa deventar i savi pazzi,
e i coraggiosi in ti se perde, e incanta.
Quei, che d'esser gran teste se millanta,
per ti deventa tanti visdecazzi,
ti fa che i vecchi fazza de regazzi,
e che fazza peccai la zente santa.
Ti ti è quella, che fa che sti avaroni
deventa generosi in tu'un momento,
e che volta bandiera i buzzaroni;
per ti el più desperà torna contento,
per ti se perde onor, robba, e cogioni.
Mona, mo cossa mai gastu là drento?
sabato 30 maggio 2009
Come tutti gli altri
Il primo: “Caro Serra, eccetera eccetera... Leggo che in una fabbrica del Veneto un consiglio di fabbrica si è accordato con il datore di lavoro (sa Dio per quale piatto di lenticchie) per il licenziamento, in caso di difficoltà legata alla crisi in atto, prioritariamente dei lavoratori stranieri. (...) Sono portato a credere ad una almeno delle balle della destra di governo: molti operai credono e votano per essa”.
Il secondo: “Caro Michele Serra, dopo il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, scopriamo un nuovo epigono di Karl Marx: il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei! Questi, durante la trasmissione Annozero, ha redarguito l'operaio napoletano cassintegrato che contestava la delocalizzazione all'estero della produzione Fiat, spiegandogli che da un punto di vista etico, che sia cinese o americano non fa differenza: sono tutti uguali di fronte al rischio di perdere il lavoro. Ha poi aggiunto: non facciamo la guerra tra i poveri. Straordinario! Un padrone che spiega agli operai l'importanza dell'unità d'azione del proletariato! A Napoli su una lapide del 1871 è scritto: «Il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa de' servi più che de' padroni». Penso che oggi sia più vero di allora”.
Michele Serra risponde: “Gli operai sono diventati di destra? Che fine ha fatto la solidarietà di classe? E il mito dell'internazionalismo? Queste due lettere inquadrano lo stesso (enorme) argomento con un certo scoramento. E anche con una certa malizia (vedi la conclusione del lettore XY: il servaggio è colpa dei servi più che dei padroni).
In realtà i sondaggi e gli studi sui flussi elettorali non dicono che «gli operai sono di destra». Dicono, semmai, che gli operai votano più o meno come gli altri gruppi sociali, con una leggera prevalenza della destra. Dicono, cioè, che la sinistra non è più, come fu, la principale casa politica dei salariati, il referente quasi naturale dei loro interessi e della loro identità sociale. E questa, certo, è una novità storica. Naturalmente si è liberi di pensare che alla base di questa novità ci sia una specie di scadimento politico culturale di una classe sociale fuorviata da una propaganda subdola, inciuchita dal conformismo televisivo, sbriciolata, in quanto classe, dalla globalizzazione e dalla crisi. Mi sembra, però, troppo comodo e soprattutto non verosimile. (...) Gli operai non sono mai stati «buoni» per natura, neppure nei più radicali libelli operaisti. Vero, piuttosto, che per oltre un secolo la percezione del proprio svantaggio sociale ha suscitato, negli operai, soprattutto voglia di rivalsa, e una colossale auto-organizzazione politica. Oggi la condizione di svantaggio produce, al contrario, soprattutto paura. E la paura è la materia prima della nuova destra, che sa come trasformarla in voti. Più facile dire a un operaio «ti proteggo io impedendo l'immigrazione» che suggerirgli vaghe tappe di un'emancipazione di classe molto remota. Più facile promettergli partecipazioni ai profitti piuttosto che chiedergli di ricominciare a lottare – come suo padre, come suo nonno - per una maggiore giustizia sociale”.
Serra conclude con una battuta: “fare la destra è più facile che fare la sinistra”.
In Italia, mi pare, stiamo vivendo uno di questi momenti: gli interessi privati (ma a volte andrebbero chiamati, più semplicemente, “i cazzi propri di ciascuno”) hanno travolto l'interesse pubblico ovunque e ad ogni livello, e penso che la sinistra ci metterà un sacco di anni ad uscire dall'angolo in cui è stata cacciata (o è andata a cacciarsi?).
John Dewey sosteneva essere cruciale, per il controllo dell'opinione pubblica, «la capacità di collegare il discorso pubblico con il discorso privato». Detto altrimenti, una politica vince quando le sue parole passano dai libri, o dagli editoriali, alle chiacchiere da bar.
In questo momento, nei bar, vince la destra. Anche se non paga quasi mai da bere.
Quanto agli operai, ha ragione Serra: dove sta scritto che dovrebbero essere “buoni per natura”?
Che cazzo è, un operaio, il buon selvaggio?
Mi sono ricordato di una vecchia intervista a Carlo Fruttero in cui lo scrittore raccontò di aver lavorato in una fabbrica, per un breve periodo.
«Che cos'è che le si rivelò?», gli chiesero.Rispose così: «Senza nessuno sforzo vidi e capii che questi proletari erano come le duchesse e i principi del castello di Passerano: ce n'erano di verbosi, di logorroici, di cupi, di tristi, di noiosi, di sognatori, di intelligenti, di onesti e di truffatori. Erano come tutti gli altri».
giovedì 2 aprile 2009
Isaac Stern, violinista
No, non voglio vendervi che lo conoscevo (che lo conosco...) come musicista, no... Io non so un tubo di concerti (e mi dispiace per chi non ha colto la citazione).
Di lui ricordavo giusto che ai tempi della Guerra del Golfo, nel '91, si ritrovò a suonare Bach a Gerusalemme nel pieno di un attacco missilistico iracheno: non volle fermarsi, alla facciaccia delle sirene d'allarme e dell'inquietudine serpeggiante in platea.
Un giorno gli chiesero come mai, nella Storia, fossero stati tanto numerosi i violinisti ebrei. Rispose così: “Sapete, era difficile scappare per l'Europa con un pianoforte sotto il braccio”.
sabato 20 dicembre 2008
Una parola che mi piace
Io conosco un sacco di persone che fanno politica. E penso che molte di esse avrebbero fatto bene a rassegnare le dimissioni giusto un attimo prima di entrarci, in politica: per manifesta coglioneria, per ignoranza immedicabile (immedicabile in quanto orgogliosamente esibita, perché ritenuta un titolo di merito presso il popolo, o meglio presso la gente), per mancanza di senso del limite, di sobrietà, di discrezione e di umiltà. Solo che se non son buoni a dimettersi dopo aver (inevitabilmente...) combinato dei disastri, cazzo vuoi che si dimettano prima? Quindi, ma che mi arrabbio a fare, ostia? Son proprio un fesso.
E insomma, si sta parlando molto di dimissioni, in questi giorni.
Ieri Francesco Merlo, sulla solita Repubblica, in un editoriale (all'uopo intitolato Il paese senza dimissioni), ha ricordato il caso di De Gaulle, che si dimise per amor proprio: “andò via senza dare spiegazioni e perciò permise a Raymond Aron di scrivere: «E' un piacere ascoltare il silenzio di quest'uomo».
L'aneddoto lo conoscevo...
Mi viene in mente, adesso, una cosa che ha scritto Canetti: "La fierezza del rinunciare può essere stata molto grande, ma ogni cosa a cui si è rinunciato si vendica".sabato 8 novembre 2008
Mia moglie e Andrea De Carlo
giovedì 30 ottobre 2008
周恩來
Vera o falsa che sia, è troppo bella.









