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domenica 5 febbraio 2012

C'era una volta Stalin


Un giorno domandarono a Isaak Babel' se riteneva che esistessero, da qualche parte, testi inediti importanti di autori russi suoi contemporanei.
Babel' rispose: «Sì, al NKVD. Quando arrestano qualcuno gli danno carta e penna e gli dicono: "Scrivi!"».

domenica 6 novembre 2011

Idee

Ieri un tizio che conosco, iscritto come me al famoso Partito Democratico, mi ha fatto gentilmente presente che dovrei imparare a rispettarle, le idee di Matteo Renzi, invece di irriderle come faccio ogni volta che posso: ma chi mi credo di essere? Ehh?
Ecco, secondo me qui bisognerebbe essere molto ma molto precisi: cosa intendiamo, quando parliamo di idee?


Una volta, nel corso di un convegno che aveva per oggetto la questione della creatività nella scienza, Jacques Monod raccontò una certa storiella, che presentò come veramente accaduta.
Riguardava il poeta Paul Valéry e Albert Einstein.
In breve, quando Einstein capitò per la prima volta a Parigi, una signora che apparteneva all’alta società della capitale francese ebbe l'indubbio onore di ospitare sia lui che Valéry nel proprio salotto. Com'è, come non è, la grande dame in questione sistemò lo scienziato e il poeta in modo che la loro conversazione potesse essere udita da tutti i presenti.
Paul Valéry - che diceva spesso di esser lui più interessato al processo della creazione artistica che al prodotto finale della medesima - provvide subito a porre ad Einstein una domanda precisa: “Come è che Lei lavora? E potrebbe raccontarci qualcosa del Suo modo di lavorare?”.
Ed Einstein: “Bene, non so… Esco di buon mattino e faccio una passeggiata” (l'uomo era uno che passeggiava volentieri, un po' come Kant).
“Davvero interessante”, replicò Valéry, ”E naturalmente Lei ha con sé un taccuino; e, allorché Lei ha un’idea, la scrive sul suo taccuino”.
Al che Einstein rispose: “No, non faccio questo”.
“Dunque Lei non fa così?”.
“Vede”, rispose Albert Einstein, “un’idea è veramente rara”.
Un’idea è veramente rara.
Albert Einstein dixit.
Einstein.


E io dovrei portar rispetto alle idee... di chi? Di Matteo Renzi, giusto?
Guardate, al massimo io posso concedere che Matteo Renzi abbia delle opinioni. Anzi, meglio: posso concedere che Mattei Renzi condivida opinioni altrui. Come me. Come tanti. Come quasi tutti.
Ma idee, suvvia...

domenica 28 agosto 2011

Programmi troppo ambiziosi


Si racconta che, ai margini di un comizio, un sostenitore di De Gaulle gli si fosse rivolto urlando: «Mon général, mort aux cons!».
Morte ai coglioni!
«Vaste programme, en effet», osservò De Gaulle.

sabato 30 luglio 2011

E dàteje er Nobbel!!!


Chiedono a Douglas Coupland: "Oggi cos'è tabù?".
Risposta: "Chiamare stupidi gli stupidi".

venerdì 24 giugno 2011

Il valore lavoro

Dialogo tra un vecchio minatore e JFK, candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America.



«È vero che suo padre è uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti?».

«Credo che sia vero».

«È vero che a lei non è mai mancato niente e che le hanno sempre dato tutto quello che voleva?».

«Temo proprio che abbia ragione».

«È vero che lei non ha mai lavorato con le sue mani?».

«È vero».

«Vuole allora che glielo dica? Ebbene, non si è perso niente!».



P.S.

Dedicata a tutti i laburisti che conosco.

martedì 21 giugno 2011

All work and no play...

Una volta Stephen King ha raccontato questa storia...


"Una sera in un albergo di Londra chiesi al concierge di trovarmi un angolo tranquillo dove lavorare e lui mi portò in uno studiolo dove c'era una vecchia scrivania. Ci lavorai freneticamente per tutta la notte e al mattino mi disse con un sorrisetto: era la scrivania sulla quale Rudyard Kipling morì di emorragia cerebrale, lavorando tutta la notte."


Com'era, com'era? All work and no play...

domenica 15 maggio 2011

Grandi e piccini



Isaac Bashevis Singer diceva di scrivere in primo luogo per i bambini perché "loro non pensano che la letteratura serva a cambiare il mondo. Solo gli adulti - precisava - hanno idee così infantili".

mercoledì 31 marzo 2010

La politica e la gente

Oggi, su Repubblica, Massimo Bucchi se n'è uscito così: «A sinistra qualcuno è convinto che sia la gente a dover rappresentare i partiti».
A mio parere è il miglior editoriale sulle pene del Pd (e annessi e connessi) che sia uscito da secoli a questa parte. Il bello è che lo si può leggere in vari modi. Come uno sberleffo alla pigrizia intellettuale (in certi casi pure fisica) dei gruppi dirigenti (vabbè...) di quel poco che resta della sinistra italiana, semplicemente; oppure come una critica, ferocissima, all'ideologia del gentismo che pure a sinistra di Silvio Berlusconi ha mietuto moltissime vittime.
A me ha ricordato un vecchio aneddoto.

Si racconta che un giorno un dirigente periferico del glorioso (da me venerato) Partito Repubblicano ebbe la pessima idea di farsi scappare davanti ad Ugo La Malfa una cosa del tipo: "Non abbiamo ancora deciso, sa? Dobbiamo sentire la base". E La Malfa, di rimando: "Tu alla base devi andare a dire, non sentirla. E se ti dà torto, ti dimetti: altrimenti che razza di politico sei?".
Questa l'avevo già raccontata in un post del 4 dicembre 2007 (un cazzeggio su Ségolène Serracchiani. O su Debora Royal: non ricordo bene).
Valeva la penna di farlo nuovamente, secondo me.
En passant: Ugo La Malfa non ci sarebbe mai andato, a Sanremo.

giovedì 11 febbraio 2010

La comunella dei malvagi

Alberto Cavallari - gran giornalista, uomo di straordinaria tempra morale – fu chiamato nel 1981 a dirigere il Corriere della Sera per restituire al quotidiano di via Solferino un immagine distrutta dallo scandalo P2 e, come scrisse lui stesso, “per trarlo dal fallimento economico”. Il suo predecessore, Franco Di Bella, uomo di Licio Gelli, si era dimesso nel mese di giugno di quell'anno.

Un compito da far tremar le vene e i polsi, quello assegnato a Cavallari: “Se non accetti sei un vigliacco”, gli aveva detto Sandro Pertini; due mesi dopo il suo commiato, nel giugno del 1984, Corrado Stajano gli chiese: “Hai avuto paura per la tua vita?”.
Nei suoi tre anni di direzione lo accusarono di tutto: di essere al soldo dei comunisti, di essere filocomunista, di essere troppo corrivo con i comunisti, di essere eccessivamente accomodante con i comunisti. Quindi di non essere fedele alla storica linea del Corriere (a buon intenditor...). Gli imputarono persino di prendere troppe lire per dirigere un quotidiano che, dopo lo scandalo (all'alba dei merdosissimi anni Ottanta, evidentemente, c'era ancora qualcuno, in Italia, disposto a scandalizzarsi per qualcosa), perdeva copie (ben 100.000 dal 1981 al 1983).
Il Grande Statista Bettino Craxi gli intentò persino un processo per un articolo sulla corruzione in cui Cavallari dichiarava di stare dalla parte dei carabinieri contro i ladri e si chiedeva come mai il PSI lo criticasse: problemi? E quali? Aveva forse un'opinione diversa dalla sua, il partito del Grande Statista?

E insomma Cavallari fu nocchiero in gran tempesta ma alla fine ci riuscì - scrisse Claudio Magris, che gli fu molto amico e molto caro - a condurre in porto, “come un capitano di Conrad, la sua nave sconquassata”: lasciò un Corriere libero e completamente risanato.
Sarà magari stato anche per il suo caratteraccio (dicono che fosse capace di incazzature omeriche), ma – è ancora Magris a raccontarlo – Cavallari “fu mal ripagato di quell'impresa ed ebbe la comprensibile ma sbagliata debolezza di soffrirne e di sentirsene quasi a disagio, come avrebbero invece dovuto sentirsi gli altri”.
Il poeta Biagio Marin, ringraziandolo per quello che aveva fatto per la libertà del giornalismo e dunque per l'Italia, ebbe a dirgli : «Come mai si meraviglia? Non ricorda quello che dice nostro cugino Platone? 'Là dove un uomo liberamente si pone, nasce spontanea la koinonìa kakòn, la comunella dei malvagi'».

P.S.
Di Cavallari da leggere assolutamente La fuga di Tolstoj. Io ce l'ho Garzanti (un vecchio elefante), credo l'abbia ristampato Einaudi.

lunedì 2 novembre 2009

L'operaio e lo zio Ho

Questa me l'ha segnalata mia moglie: l'ha trovata in un libro di Corrado Sannucci (giornalista sportivo del quotidiano la Repubblica), Lotta Continua - Gli uomini dopo, uscito per i tipi di Limina nel 1999.
Parla Franco Platania, “rivoluzionario in pensione”, operaio Fiat: «Ricordo durante un corteo interno, gridavamo il nome di Ho Chi Minh, dopo un po' venne un operaio a dirmi, va bene, io questo nome lo grido, ma si può sapere chi cazzo è?».




P.S.
Un altra cosa bella l'ho trovata io, a pagina 19: «Gli anarchici spagnoli dopo la sconfitta della Repubblica fuggirono in Francia e lì continuarono a fare i falegnami, in dignitoso e appartato silenzio. In Italia i rivoluzionari senza rivoluzione sono finiti nei talk show (...)».

mercoledì 26 agosto 2009

Sapete com'è...

"Un Kennedy non piange". Rose Fitzgerald Kennedy lo ricordava sempre, ai suoi figli.

martedì 18 agosto 2009

Calzini bucati

Sono in molti a criticarmi, ultimamente: dicono che parlo troppe volte troppo male del famoso Partito democratico. Anzi, meglio: dicono che lo prendo troppe volte per il culo, il famoso Partito democratico. Non dovrei proprio, mi viene fatto presente: hai la tessera in tasca, ti pare il caso?
E io lo so che hanno ragione. Lo so che non dovrei comportarmi come mi comporto. Lo so che non è serio. Ma è più forte di me.
Ad esempio, ieri son venuto a sapere che un paio d'anni fa il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, ha commissionato a Giovanni Allevi un “inno alle Marche”. Bene: ho riso fino alle lacrime. Cosa dovevo fare?
Non ho niente contro Allevi: a me sembra solo un Richard Clayderman de noantri, ma probabilmente sbaglio.
Però 'sto Gian Mario Spacca del famoso Partito democratico, benedetto uomo...
Quando presentò alla stampa la composizione di Allevi disse così: “L'inno ci mette in sintonia con le corde della nostra comunità”.
Come vuoi non ridere, davanti a una roba del genere?
Come vuoi non ridere quando leggi che Walter Veltroni ha di recente messo a punto una proposta di legge molto seria contro il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi?
Come vuoi non ridere se Paola Binetti afferma, tutta compunta, che l'uso del cilicio “ci costringe a riflettere sulla fatica del vivere, è il sacrificio della mamma che si sveglia di notte perché il bimbo piange”?
Come vuoi non ridere con Debora Serracchiani che, presa anche lei da sacro fervore, si mette a dar voti a destra e a manca?
Vabbé... Vi regalo un pezzettino di una vecchia intervista a Jacques Tati.
Devo alla mia tardiva vocazione di discolo la mia prima visione divertente dell'umanità.
Fino a quando mi sono comportato bene, il mio banco si trovava in prima fila di fronte al professore.
Di lui non vedevo che due guance ben rasate e una cravatta impeccabile. Poi, un giorno, sono stato cacciato in un angolo e allora mi sono accorto che il mio insegnante aveva i buchi nelle calze, i pantaloni gualciti e si grattava di continuo i malleoli. Insomma ho cominciato a scoprire il mondo.
Sa cosa ricordo della guerra del '40? Un vecchio capitano che l'indomani della disfatta cercava di fuggire con una bicicletta senza catena.
Tati non lo sapeva, ma stava parlando pure di me.
Tra l'altro, io ho spesso i calzini bucati.

martedì 21 luglio 2009

Giovane di nuovo

In questi giorni me so' sparato in circolo quel migliaio di volte un grandissimo disco di Tom Petty and the Heartbreakers, Damn the Torpedoes!, a.D. 1979.
Evidentemente ready to grow young again, come direbbe Bruce Springsteen, mi son sentito di nuovo, da qualche parte tra il cuore e il piloro, le sedici primavere che c'avevo quando l'ascoltai per la prima volta: correva l'anno Millenovecentottantaquattro e io ero un adolescente parecchio problematico e coglione innamorato perso di Raffaella, che non mi cagava manco di striscio, e del rock'n'roll, che invece mi contraccambiò da subito salvandomi così la vita e questa vi giuro che non è solo una citazione di Lou Reed.
E insomma, sixteen once again, il voster semper voster tic, e la cosa non dovrebbe stupirvi manco per ipotesi datosi che il rock'n'roll ha smesso da decenni di essere la musica di chi è giovane per diventare la musica di chi vuole sentircisi, giovane: almeno una volta ogni tanto...
Il titolo del capolavoro in questione (perché di capolavoro trattasi, forse si sarà intuìto...) suona un po' scaramantico e un po' gettiamo il cuore oltre l'ostacolo, alla garibaldina. Ehm, alla yankee...

Sono parole che l'ammiraglio David Glasgow Farragut pronunciò il 5 di agosto del 1864 nel corso della battaglia di Mobile Bay.
Mobile, Alabama, era l'ultimo grande porto della Confederazione sudista sul Golfo del Messico. La baia su cui sorge era allora piena di torpedoes, mine navali. Farragut ordinò un primo attacco. Quando l'USS Tecumseh incrociò una mina e colò a picco, le altre navi cominciarono a indietreggiare. Fu allora che, dal suo punto di osservazione sull'USS Hartford, David Glasgow Farragut berciò attraverso un megafono: “What's the trouble?”. Dall'USS Brooklyn gli risposero immediatamente: “Torpedoes!” e lui, di rimando: “Damn the torpedoes!”, al diavolo le mine, avanti a tutta forza!
I nordisti vinsero, ovviamente.

Damn the Torpedoes!
Che, se ci pensate, è proprio un grande titolo, per the difficult third album: un sacco di gente è lì, pronta a massacrarti – mò vediamo se è un bluff, 'sto Petty, vediamo - e tu invece avanti, avanti, avanti, fanculo the torpedoes, perché sai che è con questo disco che te la giochi tutta.
Bé, a trent'anni di distanza dalla sua uscita 'sta roba suona ancora da dio. Non è invecchiata manco per niente, capite? Un classico assoluto del Rock americano che inizia con un inno, Refugee, e finisce con la più bella canzone che John Fogerty non ha mai scritto, Louisiana Rain. In mezzo, brani power pop definitivi (Century City e What are you doin' in my life?), springsteenismi assortiti (Even the losers e Don't do me like that – e d'altra parte Darkness on the Edge of Town, ovvero la definizione del canone del Boss rocker, era uscito solo l'anno prima) e il solito Byrds-touch (Here comes my girl) che del prelibatissimo bouquet Petty è, fin dagli inizi, uno degli elementi costitutivi.
Che altro?
Ah, sì: gli Heartbreakers... Una band da favola, a cominciare da quell'immenso stilista delle tastiere che si chiama Benmont Tench.
E poi la produzione, la migliore di sempre per Jimmy Iovine: un suono muscolare, raffinatissimo ma per niente laccato.
La pianto qui epperò potrei continuare per ore, a parlarvi della musica di Tom Petty.
La volete sapere una cosa? A quarant'anni, quasi quarantuno ormai, posso dire che aveva proprio ragione, il vecchio Bob Seger: rock'n'roll never forgets.
Il rock'n'roll non si dimentica mai.
Ostia, se è vero.


P.S.
Tra l'altro, li ho visti dal vivo a Verona un giorno di settembre del 1987, Tom Petty and the Heartbreakers: accompagnavano Bob Dylan, il tour era il Temples in Flames. Al basso c'era il povero Howie Epstein che aveva preso il posto di Ron Blair, titolare in Damn the Torpedoes!
Erano una vera e propria macchina da guerra, e non sto esagerando: ricordo che eseguirono una cover di Shout! degli Isley Brothers, prima che Dylan arrivasse sul palco: la fecero durare una decina di minuti.
Venne giù l'Arena...

sabato 18 luglio 2009

Coraggio!

Sto leggendo un libro molto bello, L'età dell'oblio. Sulle rimozioni del '900, di Tony Judt.
A un certo punto l'autore, parlando del grande storico marxista Erich Hobsbawm, ricorda ciò che un veterano comunista spiegò un giorno al giovane Jorge Semprùn, a Buchenwald.

«Mais c'est quoi, la dialectique?», chiese Semprùn.
«C'est l'art et la manière de toujours retomber su ses pattes, mon vieux!», gli venne risposto.
La dialettica è l'arte e la tecnica di cadere sempre in piedi...
Erano tosti, i comunisti, mica robetta.
Ci ho pensato molto, tra ieri e oggi, a quanto erano tosti.

L'altro giorno il sindaco di Bari, Michele Emiliano, se n'è uscito dicendo che "dobbiamo finalmente avere il coraggio di dire che il Pd è un partito fraternamente anticomunista".
E ci vuole CORAGGIO per dirla, 'na roba del genere, sì?
Ora, che in Puglia, poveracci, siano rimasti ai tempi di quel meraviglioso democratico che è stato Vito Lattanzio posso anche capirlo, ma insomma...
A dirsi anticomunisti a comunismo morto e sepolto ci vuole... CORAGGIO?

giovedì 9 luglio 2009

Ormai solo un Dio ci può salvare

Il Tar del Veneto ha sospeso l'ordinanza con cui il sindaco di Venezia, il famoso filosofo Massimo Cacciari, aveva vietato, per motivi di ordine pubblico, l'Erotica Tour Millennium, fiera del sesso hard che vanta la presenza di grandissime artiste del porno all'italiana (Milly D'Abbraccio, Sofia Gucci, Vittoria Risi ed Elena Grimaldi: non so se rendo...) e attrazioni piccanti (direbbe il nostro Papi della Patria) come «big tetton».
Alla notizia il famoso filosofo ha reagito così: “Rispetteremo la sentenza, che altro posso fare? Se il Tar ha detto che si può fare, la faranno. Bisogna proprio avere il cervello all'ammasso per perdere il tempo su queste cose”.
Vedere quest'uomo barbuto e cogitabondo - abituato piuttosto a cimentarsi con Sein und Zeit o con le glosse al pensiero politico di Francesco Rutelli - colpito e affondato da «big tetton» riporta alla mente quello che accadde a Theodor Wiesengrund Adorno il 13 febbraio 1968, quando «il grande filosofo fu messo alla berlina da un centinaio di femministe che, provocatoriamente discinte, canzonandolo con lo “sceeeeemo” rituale, lo sottoposero a un corale abbraccio dei loro seni nudi” (devo a mia moglie E. questa magnifica suggestione tratta da Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti di Giuseppe Carlo Marino).
E il povero professor Cacciari è stato pure svillaneggiato da (ma poteva mancare, visto il contesto?) Tinto Brass: «Mi fa piacere che il Tar abbia rimosso questo divieto che era solo figlio dell'ipocrisia tipica di tutti i poteri, di qualsiasi colore politico siano. Anche perché Venezia è una città-alcova, l'umida vulva d'Europa, come l'aveva chiamata Apollinaire».
Adesso potrei mettermi a maramaldeggiare alla grande, credetemi, sulla Geworfenheit (gettatezza) del famoso filosofo Massimo Cacciari in un mondo terribile, davvero tragico, dove Tinto Brass ti spernacchia proprio mentre le grandi attrici Valentine Demy e Sofia Gucci ti invitano, in quanto sindaco, a uno show (ma chiamiamolo heideggerianamente Ereignis, evento) che, come ha scritto il Comune di Venezia nell'ordinanza di divieto, potrebbe attivare “meccanismi di rimozione dei freni inibitori in capo agli intervenuti, dando luogo a conseguenti comportamenti inurbani”.
Potrei, ma non lo farò...
Pubblico invece un sonetto di Giorgio Baffo. E anche lui, dite un po': poteva mancare, visto il contesto?


Mona, cossa mai xestu, che ti ha tanta
forza, e vertù de far tirar i cazzi,
che ti fa deventar i savi pazzi,
e i coraggiosi in ti se perde, e incanta.


Quei, che d'esser gran teste se millanta,
per ti deventa tanti visdecazzi,
ti fa che i vecchi fazza de regazzi,
e che fazza peccai la zente santa.


Ti ti è quella, che fa che sti avaroni
deventa generosi in tu'un momento,
e che volta bandiera i buzzaroni;


per ti el più desperà torna contento,
per ti se perde onor, robba, e cogioni.
Mona, mo cossa mai gastu là drento?

sabato 30 maggio 2009

Come tutti gli altri

Due lettori de la Repubblica scrivono a Michele Serra. Sembrano stupefatti.
Il primo: “Caro Serra, eccetera eccetera... Leggo che in una fabbrica del Veneto un consiglio di fabbrica si è accordato con il datore di lavoro (sa Dio per quale piatto di lenticchie) per il licenziamento, in caso di difficoltà legata alla crisi in atto, prioritariamente dei lavoratori stranieri. (...) Sono portato a credere ad una almeno delle balle della destra di governo: molti operai credono e votano per essa”.
Il secondo: “Caro Michele Serra, dopo il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, scopriamo un nuovo epigono di Karl Marx: il vicepresidente della Confindustria Alberto Bombassei! Questi, durante la trasmissione Annozero, ha redarguito l'operaio napoletano cassintegrato che contestava la delocalizzazione all'estero della produzione Fiat, spiegandogli che da un punto di vista etico, che sia cinese o americano non fa differenza: sono tutti uguali di fronte al rischio di perdere il lavoro. Ha poi aggiunto: non facciamo la guerra tra i poveri. Straordinario! Un padrone che spiega agli operai l'importanza dell'unità d'azione del proletariato! A Napoli su una lapide del 1871 è scritto: «Il servaggio è male volontario di popolo ed è colpa de' servi più che de' padroni». Penso che oggi sia più vero di allora”.

Michele Serra risponde: “Gli operai sono diventati di destra? Che fine ha fatto la solidarietà di classe? E il mito dell'internazionalismo? Queste due lettere inquadrano lo stesso (enorme) argomento con un certo scoramento. E anche con una certa malizia (vedi la conclusione del lettore XY: il servaggio è colpa dei servi più che dei padroni).
In realtà i sondaggi e gli studi sui flussi elettorali non dicono che «gli operai sono di destra». Dicono, semmai, che gli operai votano più o meno come gli altri gruppi sociali, con una leggera prevalenza della destra. Dicono, cioè, che la sinistra non è più, come fu, la principale casa politica dei salariati, il referente quasi naturale dei loro interessi e della loro identità sociale. E questa, certo, è una novità storica. Naturalmente si è liberi di pensare che alla base di questa novità ci sia una specie di scadimento politico culturale di una classe sociale fuorviata da una propaganda subdola, inciuchita dal conformismo televisivo, sbriciolata, in quanto classe, dalla globalizzazione e dalla crisi. Mi sembra, però, troppo comodo e soprattutto non verosimile. (...) Gli operai non sono mai stati «buoni» per natura, neppure nei più radicali libelli operaisti. Vero, piuttosto, che per oltre un secolo la percezione del proprio svantaggio sociale ha suscitato, negli operai, soprattutto voglia di rivalsa, e una colossale auto-organizzazione politica. Oggi la condizione di svantaggio produce, al contrario, soprattutto paura. E la paura è la materia prima della nuova destra, che sa come trasformarla in voti. Più facile dire a un operaio «ti proteggo io impedendo l'immigrazione» che suggerirgli vaghe tappe di un'emancipazione di classe molto remota. Più facile promettergli partecipazioni ai profitti piuttosto che chiedergli di ricominciare a lottare – come suo padre, come suo nonno - per una maggiore giustizia sociale”.
Serra conclude con una battuta: “fare la destra è più facile che fare la sinistra”.

E questo lo sappiamo bene... Almeno, io lo so bene. Da sempre: la destra è innanzitutto pancia, la sinistra dovrebbe essere (dovrebbe...) innanzitutto cervello. O meglio, logos. E ci sono dei momenti storici in cui per il logos è davvero durissima.
In Italia, mi pare, stiamo vivendo uno di questi momenti: gli interessi privati (ma a volte andrebbero chiamati, più semplicemente, “i cazzi propri di ciascuno”) hanno travolto l'interesse pubblico ovunque e ad ogni livello, e penso che la sinistra ci metterà un sacco di anni ad uscire dall'angolo in cui è stata cacciata (o è andata a cacciarsi?).
John Dewey sosteneva essere cruciale, per il controllo dell'opinione pubblica, «la capacità di collegare il discorso pubblico con il discorso privato». Detto altrimenti, una politica vince quando le sue parole passano dai libri, o dagli editoriali, alle chiacchiere da bar.
In questo momento, nei bar, vince la destra. Anche se non paga quasi mai da bere.
Quanto agli operai, ha ragione Serra: dove sta scritto che dovrebbero essere “buoni per natura”?
Che cazzo è, un operaio, il buon selvaggio?
Mi sono ricordato di una vecchia intervista a Carlo Fruttero in cui lo scrittore raccontò di aver lavorato in una fabbrica, per un breve periodo.
«Che cos'è che le si rivelò?», gli chiesero.
Rispose così: «Senza nessuno sforzo vidi e capii che questi proletari erano come le duchesse e i principi del castello di Passerano: ce n'erano di verbosi, di logorroici, di cupi, di tristi, di noiosi, di sognatori, di intelligenti, di onesti e di truffatori. Erano come tutti gli altri».

giovedì 2 aprile 2009

Isaac Stern, violinista

Il grande violinista Isaac Stern era decisamente un bel tipo.

No, non voglio vendervi che lo conoscevo (che lo conosco...) come musicista, no... Io non so un tubo di concerti (e mi dispiace per chi non ha colto la citazione).
Di lui ricordavo giusto che ai tempi della Guerra del Golfo, nel '91, si ritrovò a suonare Bach a Gerusalemme nel pieno di un attacco missilistico iracheno: non volle fermarsi, alla facciaccia delle sirene d'allarme e dell'inquietudine serpeggiante in platea.
Un giorno gli chiesero come mai, nella Storia, fossero stati tanto numerosi i violinisti ebrei. Rispose così: “Sapete, era difficile scappare per l'Europa con un pianoforte sotto il braccio”.

sabato 20 dicembre 2008

Una parola che mi piace

“In Campania il presidente della commissione Affari istituzionali (dell'Udeur, ndr) ha l'obbligo di dimora ed è parente di camorristi. Qualcuno gli ha mai chiesto le dimissioni? La verità è che in Campania la parola dimissioni è impronunciabile”. Così Massimo Brutti, ieri, alla direzione nazionale del famoso PD. E' di Antonio Bassolino (e ad Antonio Bassolino), ex mito della sinistra post comunista (ma post tutto, in realtà...), che Brutti parlava: è Bassolino (che non si vuole dimettere, manco per il ciufolo) il problema, per Massimo Brutti (e per W. V.).
Ma si sbaglia, il Brutti. Si sbaglia. Perché non solo in Campania la parola 'dimissioni' è ormai impronunciabile. Nel resto d'Italia è uguale e infatti non si dimette mai nessuno. Perché c'è un bel po' di gente, in giro, che si sente indispensabile? Può essere, può essere...

Io conosco un sacco di persone che fanno politica. E penso che molte di esse avrebbero fatto bene a rassegnare le dimissioni giusto un attimo prima di entrarci, in politica: per manifesta coglioneria, per ignoranza immedicabile (immedicabile in quanto orgogliosamente esibita, perché ritenuta un titolo di merito presso il popolo, o meglio presso la gente), per mancanza di senso del limite, di sobrietà, di discrezione e di umiltà. Solo che se non son buoni a dimettersi dopo aver (inevitabilmente...) combinato dei disastri, cazzo vuoi che si dimettano prima? Quindi, ma che mi arrabbio a fare, ostia? Son proprio un fesso.
E insomma, si sta parlando molto di dimissioni, in questi giorni.
Ieri Francesco Merlo, sulla solita Repubblica, in un editoriale (all'uopo intitolato Il paese senza dimissioni), ha ricordato il caso di De Gaulle, che si dimise per amor proprio: “andò via senza dare spiegazioni e perciò permise a Raymond Aron di scrivere: «E' un piacere ascoltare il silenzio di quest'uomo».

L'aneddoto lo conoscevo...



P.S.
Dimissione significa rinuncia: a una carica, a un ufficio, a un impiego. Mi viene in mente, adesso, una cosa che ha scritto Canetti: "La fierezza del rinunciare può essere stata molto grande, ma ogni cosa a cui si è rinunciato si vendica".
Ecco, magari quelli che non si dimettono (ma manco per il ciufolo...) tutto questo lo sanno benissimo (lo sanno istintivamente?) e se non si dimettono è solo perché hanno paura della vendetta di ogni cosa a cui potrebbero rinunciare dimettendosi.
Voi che ne dite?

sabato 8 novembre 2008

Mia moglie e Andrea De Carlo


Mia moglie, qualche anno fa, ricevette in regalo, a Natale, Pura vita, di Andrea De Carlo.
"Se non ti piace, lo puoi cambiare, eh... Non farti problemi.", le venne detto.
Dopo aver letto due pagine due del romanzo, la decisione: si cambia, ostia se si cambia!
Ora, siccome il regalo era stato acquistato non in una libreria, ma in un centro commerciale, non è che ci fosse molto da scegliere, per E., tra gli scaffali.
Perciò il povero De Carlo fu scambiato con una lettiera per gatti.
E relativa sabbietta.

giovedì 30 ottobre 2008

周恩來


Dicono - ma forse non è mai accaduto - che una volta Henry Kissinger chiese al braccio destro di Mao, Zhou Enlai, cosa ne pensasse della rivoluzione francese.
"E' troppo presto per giudicare", rispose Zhou Enlai.
Vera o falsa che sia, è troppo bella.


P.S.
E io che cerco sempre di storicizzare tutto quanto...