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lunedì 18 luglio 2011

Ahimè


Fra le disgrazie tante
che mi son capitate,
ahi quella d'esser nato
nella «terra di Dante».

(Giorgio Caproni)



Volendo potrei pure spiegarvi come mai la «terra di Dante» di cui sopra se ne stia tranquilla e beata tra virgolette dette caporali. Eh, già: un motivo c'è.
Ma se ci arrivate da soli è meglio...

lunedì 11 ottobre 2010

Un po' à la Poe (un Poe dei poveri...)


Non ci sentono gridare,
dalla tomba fredda e scura:
siamo seppelliti vivi
e tremiamo di paura!

Senza il sole che ci scalda,
solo un verme per compagno,
la coscienza che si sfalda,
ride forte il toporagno.

Beccamorto, se mi senti,
fammi uscire dall'avello:
nel profondo della fossa
impazzisce il mio cervello.


(dedicata al Poeta Igor Gherdol, l'Ed Wood della letteratura)

sabato 18 settembre 2010

2035


“Bella roba, il Pd, eh?”, mi interroga un collega in sala insegnanti.
“Non me ne frega niente, del Pd...”, gli rispondo, in un impeto di sincerità davvero prorompente.
“Siamo proprio rovinati!”, fa lui.
“Siamo chi, scusa?”, replico.
E via incomunicando.
Ad un certo punto, però, il mio stimato collega se n'è uscito così: ”Ma chi si ricorderà, di Veltroni, fra venticinque anni?”.
E qui l'uomo mi ha dato da pensare.
In questi ultimi giorni, sapete, mi è persino capitato di leggere, da qualche parte, delle lodi sperticate a Meno di zero di Bret Easton Ellis (che sarebbe un “romanzo generazionale”, nientemeno).

Su quella incommensurabile merdata, uscita appunto venticinque anni fa, credevo che la parola definitiva l'avesse detta Stefano Benni nel lontano 1987 (qualche anno prima, cioè, che Benni imparasse a suonare il trombone e ne diventasse un incredibile virtuoso).
Non so se qualcuno di voi ha presente un racconto che si intitola Californian crawl...

È morto il padre di Hank. Stava giocando a golf e la pallina gli è finita nel bosco. È entrato dentro a cercarla. Dopo un'ora il caddy preoccupato è andato a vedere ed era lì, morto.
Aveva i pantaloni sbottonati. Sembra si stesse masturbando quando è morto. Forse il golf non lo divertiva abbastanza.
Adesso Hank è qui, sul bordo della mia piscina. Ha una camicia azzurra con un disegno a rombi uguale a quella di Percy Sledge nella copertina di un vecchio disco, non sono sicuro però che sia Percy Sledge, forse è un altro ma Hank è proprio Hank, siamo stati bambini insieme l'anno scorso, e ora non sembra turbato dalla morte del vecchio, si è comprato un paio di occhiali neri con la montatura rosa e la madre gli ha detto, ti sembrano occhiali adatti per un funerale? Hank non ha risposto, aveva il walkman.
La madre di hank beve perché ha un cancro al fegato, oppure ha un cancro al fegato perché beve, non lo so, comunque beve come un pellerossa e adesso con un'eredità di mezzo milione di dollari potrà bere anche di più.
Dunque Hank sta seduto sul bordo della mia piscina con la camicia azzurra col disegno a rombi come il disco di Percy Sledge, tira fuori dalle tasche della coca e fa una riga sul bordo della mia piscina. Appena la vede Lisa nuota verso il bordo della piscina un braccio dopo l'altro e poi ancora l'altro verso l'alto e così procede nell'acqua azzurra con i capelli biondi nella cuffia viola mentre il sole della California entra dalla parete di vetro e abete svedese e fa brillare gli spruzzi di Lisa e gli occhiali rosa di Hank poggiati su una sedia a sdraio e la riga immacolata di coca sul bordo della mia piscina.
- Non dovresti tirare tanto Hank – dice Lisa, e fa sparire la riga di coca dentro il suo bel nasino di bostoniana.
- Potevi lasciarmene un po', cazzo – dice Hank. Si prepara un'altra riga e la aspira con la cannuccia della mia Ginger Ale, così devo andare a prenderne un'altra in casa e mentre sono lì che cerco nel mobile bar vedo mia madre sbronza, con un kimono a disegni come l'insegna del ristorante giapponese di Palos Altos.
- Mi stai sgocciolando tutta la casa, Peter – mi dice.
- È morto il padre di Hank - dico io – e non ci sono più cannucce.
Mia madre mi guarda. È invecchiata, dall'ultima volta che l'ho vista. Mi accarezza i capelli in quel suo modo californiano che non so se amare o detestare.
- Quanti anni hai Peter? - mi chiede
- Ventuno, mamma – le rispondo. Mi mordo le labbra. Non riesco mai a dirle la verità.
- Ventun anni – ripete meccanicamente come se non ci credesse.
- Ventun anni – ripete meccanicamente come se non ci credesse.
- Ventun anni – ripete meccanicamente come se non ci credesse.

E via cazzeggiando.
Una recensione feroce e assai divertente, se vi piace ridere delle disgrazie del mondo. Ma se, beati voi, non conoscete la merdosissima prosa (“generazionale”, sapete?) di Bret Easton Ellis, non potrete apprezzare.
E insomma, dopo venticinque anni c'è ancora qualcuno che si ricorda di Meno di zero, e non per farci sopra una grassa risata: perché, dunque, nel 2035 Walter Veltroni dovrebbe essere dimenticato?
In fondo, in questo nostro tempo storto, ci si è ricordati pure di Franchi e Ingrassia. Dite la verità: ve lo sareste mai aspettato? Se sì, o siete dei completi idioti o, beati voi, non avete mai visto un loro film.

E dunque, Veltroni. Con la sua pappagorgia. Con le sue primarie. Con il suo partito light. Con le sue candidature immaginifiche tipo Calearo. Con i suoi loft del cazzo.
Ce ne ricorderemo senz'altro, di Veltroni, come no...

martedì 27 luglio 2010

Giorgio Agosti su Aldo Moro


Giorgio Agosti, torinese, classe 1910, fu tra i fondatori, nel 1942, del Partito d'Azione. Fece la Resistenza: dal marzo del 1944 fino alla Liberazione fu commissario politico delle formazioni piemontesi di Giustizia e Libertà, a fianco di Duccio Galimberti e Dante Livio Bianco. Nel 1945 venne nominato dal Cln questore di Torino, carica che abbandonò due mesi prima delle elezioni politiche del 1948.
Da giovane era stato magistrato, lo ricordano coraggioso e indipendente nei suoi giudizi. Negli anni Cinquanta divenne dirigente della Sip, la Società idroelettrica piemontese, e successivamente dell'Enel, vicedirettore per il Piemonte e la Liguria: fu tra i fautori della riforma per la nazionalizzazione dell'energia elettrica.
Di cultura si occupò sempre: lo vollero presidente del Museo del Risorgimento nel 1972 e, nel 1974, presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, dal 2004 intitolato a lui.
Se ne è andato da questo mondo nel 1992.

Nel 2005 è stata pubblicata una versione del suo diario (ridotta a circa un quinto delle dimensioni originarie a cura del figlio Aldo, storico), redatto giorno per giorno fra il 1946 e il 1988 (con un'interruzione di sei anni, tra il 1947 e il 1953): si intitola Dopo il tempo del furore, l'editore è Einaudi (stavo per scrivere 'naturalmente Einaudi' ma ai berlusconiani al timone di via Biancamano non mi pare proprio il caso di concederli, certi avverbi).
In data 4 ottobre 1966 Agosti scrive: “Val la spesa di aver vissuto in questo secolo agitato soltanto per avvicinare uomini come Ernesto Rossi, Calamandrei, Salvemini”.
Rossi, Calamandrei, Salvemini, con Ferruccio Parri, furono i modelli morali della sua vita; i democristiani, le sue bestie nere. Fanfani una “canaglia intrigante”, Rumor “il gatto di un prete”, Tambroni “un centurione della milizia”, Leone “un mediocre paglietta” e Moro – Moro, che sta nel pantheon del famoso Piddì, assieme a Enrico Berlinguer - “viscido e infido”.
Dopo aver letto la sua ultima lettera dalla prigione brigatista, Agosti annota: “Lo stile, che dice e non dice, è suo. Parri, nelle sue condizioni, una lettera del genere non l'avrebbe mai scritta. Questi uomini, allevati tra preti e sacrestani, abituati all'eterno compromesso, non sono in grado di resistere a un certo tipo di prove. Non per nulla se ne videro così pochi nella lotta antifascista e poi nella guerra di Liberazione”.


sabato 3 aprile 2010

Una croce sopra


Il 29 aprile del 1945 Benedetto Croce affidò al suo diario le seguenti parole: «Annunzio la fine del Mussolini e dei suoi gerarchi. Mi è parsa affatto naturale. L'uomo era nullo, e la fine ha confermato questo giudizio. Bisognerebbe dimenticarlo, ma insieme sempre ricordare che moltissimi o i più, in Italia e fuori, lo hanno creduto una grande forza geniale e benefica, e lo hanno plaudito e sostenuto per lunghi anni».

martedì 16 marzo 2010

Vecchi

- Ai giovani non mancano le virtù – rispose Arévalo. - È gente disinteressata. Perché? Per mancanza di esperienza, forse, o del tempo per affezionarsi al denaro.
Vidal osservò:
- Forse lo desiderano di meno, ma solo perché è una delle tante cose che sperano ancora.
- Per i vecchi, invece – disse Arévalo -, diventa l'unica passione.
- L'unica? - domandò Vidal. – E la gola, le manie, l'egoismo? Non hai notato quanta cura hanno per quel poco di vita che ancora gli resta? La faccia di stupido spavento che fanno quando attraversano la strada?

P.S.
Adolfo Bioy Casares, Diario della Guerra al Maiale, Cavallo di Ferro, 2007.
Chi si fida, gode.

martedì 29 dicembre 2009

L'altro



Ma lei era sparita. Aveva lasciato l'albergo. Nessun messaggio per il signor Zuckerman? Nessuno. Aveva ricevuto il suo messaggio? Sì. Ma dov'era andata? Il portiere non ne aveva idea. Zuckerman, invece, improvvisamente sì. Si era trasferita da André e Mary! Aveva lasciato l'albergo per liberarsi dello spasimante non gradito. Aveva fatto la sua scelta, e la sua scelta era lui!
Si sbagliava. Era l'altro.
- Nathan, - disse Mary Schevitz. - È tutta la mattina che ti cerco.
- Sono dal sarto, Mary, a prepararmi per ogni evenienza. Dov'è, lei, se non è lì con voi?
- Nathan, devi capire... È partita in lacrime. Non l'ho mai vista così sconvolta. È stata una mazzata anche per me. Ha detto: «Nathan Zuckerman è la cosa migliore che mi sia capitata in un anno».
- Allora dov'è? Perché è andata via?
- Ha preso un aereo per Città del Messico. Da là raggiungerà L'Avana. Nathan, caro, io non ne sapevo nulla. Nessuno sapeva nulla. È il segreto meglio difeso della terra. Me l'ha detto solo per cercare di spiegarmi quanto le dispiaceva per te.
- Ti ha detto cosa?
- Ha una storia. Da marzo. Con Fidel Castro. Non devi dirlo a nessuno, Nathan. Lei vuole troncare, sa che con lui non c'è nessun futuro. Si è pentita di avere cominciato. Ma lui è un uomo che non sente ragioni.
- Come tutto il mondo sa.
- Da quando è arrivata, le ha fatto telefonare ogni cinque minuti dal suo ambasciatore alle Nazioni Unite. E stamattina l'ambasciatore è piombato in albergo e ha insistito per invitarla a colazione. E poi lei mi ha chiamato per dire che partiva, che non poteva fare diversamente. Oh, Nathan, mi sento responsabile.
- No, Mary. Kennedy non è riuscito a fermarlo, Johnson non è riuscito a fermarlo, Nixon non è riuscito a fermarlo. Dunque, come potresti farlo tu? O io?

giovedì 17 dicembre 2009

Una sediata sulla testa

Nel 1965 Mario Vargas Llosa abitava a Parigi dove, dal 1951, viveva pure Julio Cortázar.
Nel 1963 lo scrittore argentino aveva pubblicato - a Buenos Aires - il romanzo che lo avrebbe consacrato in via definitiva come uno dei grandi maestri della letteratura - non solo latino-americana - del Novecento, e cioè Rayuela (Il gioco del mondo, Einaudi, 1969).
Vargas Llosa, non ancora famoso - ma aveva esordito col botto, nel 1962, con La città e i cani – scrisse per l'Expreso, un quotidiano di Lima, un reportage su Cortázar.
Ad un certo punto gli domandò: Se un ragazzo di quindici anni venisse a trovarla e le chiedesse: “Voglio diventare scrittore, mi dica cosa devo fare”, lei che risponderebbe? (Penso a un giovane sudamericano).
Cortázar disse così: A mo' dei maestri zen, cercherei di rompergli una sedia sulla testa. È possibile che il giovane sudamericano capisca cosa c'è oltre la sediata, ma se, nonostante tutto, la risposta non gli fosse chiara, gli direi che il solo fatto di chieder consigli ad altri in materia letteraria dimostra la mancanza di una vera vocazione. Potrebbe anche darsi che la sediata sia mortale e allora ci sarebbe un epigono in meno, e per i nostri paesi sarebbe pur sempre un vantaggio.



P.S.
Mai letto Cortázar? No? Beh, cominciate, su...
Da cosa? Ma da qualsiasi cosa.

giovedì 20 agosto 2009

Profeta non sarò

Ai profeti capita, qualche volta, di sbagliare i pronostici...

Il Vaticano trova ancora vecchi uomini fedeli nell'apparato del potere statale: ma sono, appunto, vecchi. Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più il bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l'appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c'è più spazio.
17 maggio 1973. Analisi linguistica di uno slogan. Da Scritti corsari.

P.S.
E comunque, del senno di poi son piene le fosse: è Storia.

giovedì 9 luglio 2009

Ormai solo un Dio ci può salvare

Il Tar del Veneto ha sospeso l'ordinanza con cui il sindaco di Venezia, il famoso filosofo Massimo Cacciari, aveva vietato, per motivi di ordine pubblico, l'Erotica Tour Millennium, fiera del sesso hard che vanta la presenza di grandissime artiste del porno all'italiana (Milly D'Abbraccio, Sofia Gucci, Vittoria Risi ed Elena Grimaldi: non so se rendo...) e attrazioni piccanti (direbbe il nostro Papi della Patria) come «big tetton».
Alla notizia il famoso filosofo ha reagito così: “Rispetteremo la sentenza, che altro posso fare? Se il Tar ha detto che si può fare, la faranno. Bisogna proprio avere il cervello all'ammasso per perdere il tempo su queste cose”.
Vedere quest'uomo barbuto e cogitabondo - abituato piuttosto a cimentarsi con Sein und Zeit o con le glosse al pensiero politico di Francesco Rutelli - colpito e affondato da «big tetton» riporta alla mente quello che accadde a Theodor Wiesengrund Adorno il 13 febbraio 1968, quando «il grande filosofo fu messo alla berlina da un centinaio di femministe che, provocatoriamente discinte, canzonandolo con lo “sceeeeemo” rituale, lo sottoposero a un corale abbraccio dei loro seni nudi” (devo a mia moglie E. questa magnifica suggestione tratta da Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti di Giuseppe Carlo Marino).
E il povero professor Cacciari è stato pure svillaneggiato da (ma poteva mancare, visto il contesto?) Tinto Brass: «Mi fa piacere che il Tar abbia rimosso questo divieto che era solo figlio dell'ipocrisia tipica di tutti i poteri, di qualsiasi colore politico siano. Anche perché Venezia è una città-alcova, l'umida vulva d'Europa, come l'aveva chiamata Apollinaire».
Adesso potrei mettermi a maramaldeggiare alla grande, credetemi, sulla Geworfenheit (gettatezza) del famoso filosofo Massimo Cacciari in un mondo terribile, davvero tragico, dove Tinto Brass ti spernacchia proprio mentre le grandi attrici Valentine Demy e Sofia Gucci ti invitano, in quanto sindaco, a uno show (ma chiamiamolo heideggerianamente Ereignis, evento) che, come ha scritto il Comune di Venezia nell'ordinanza di divieto, potrebbe attivare “meccanismi di rimozione dei freni inibitori in capo agli intervenuti, dando luogo a conseguenti comportamenti inurbani”.
Potrei, ma non lo farò...
Pubblico invece un sonetto di Giorgio Baffo. E anche lui, dite un po': poteva mancare, visto il contesto?


Mona, cossa mai xestu, che ti ha tanta
forza, e vertù de far tirar i cazzi,
che ti fa deventar i savi pazzi,
e i coraggiosi in ti se perde, e incanta.


Quei, che d'esser gran teste se millanta,
per ti deventa tanti visdecazzi,
ti fa che i vecchi fazza de regazzi,
e che fazza peccai la zente santa.


Ti ti è quella, che fa che sti avaroni
deventa generosi in tu'un momento,
e che volta bandiera i buzzaroni;


per ti el più desperà torna contento,
per ti se perde onor, robba, e cogioni.
Mona, mo cossa mai gastu là drento?

mercoledì 17 giugno 2009

Il mondo a testa in giù

Mi son parecchio divertito, negli ultimi giorni, con le Novelle da un minuto di István Örkény, scrittore ungherese (1912 - 1979) che doveva essere decisamente un bel tipo. Mi permetto di consigliarvene la lettura, se siete di quelli a cui piace guardare il mondo a testa in giù (“Le gambe degli uomini si agitano nell'aria, i calzoni scivolano giù e le ragazze, oh le ragazze, come si danno da fare per tener ferme le gonne! Là c'è un auto: con le quattro ruote all'insù sembra un cane che voglia farsi grattare la pancia. Un crisantemo: pare un misirizzi, lo stelo sottile oscilla nel cielo mentre si tiene in equilibrio sulla corolla. Un treno rapido fila rombando sul suo fumaiolo”).
Secondo il loro autore, le novelle da un minuto offrono al lettore il vantaggio di fargli risparmiare del tempo “perché non pretendono un'attenzione che si prolunghi per settimane e mesi”. Possono esser lette nei tempi morti tra un'attività e un'altra, anzi meglio: sembrano quasi richiederla espressamente, una lettura disimpegnata, erratica, piluccante, “mentre l'uovo cuoce, mentre aspettiamo che il numero chiamato si liberi (se è occupato)... Possiamo leggerle stando seduti, in piedi, al vento e sotto la pioggia, o mentre viaggiamo su un autobus sovraffollato. Quasi tutte si possono leggere con piacere anche camminando!”. Un po' d'olio di macchina spruzzato sugli ingranaggi della vita di ogni giorno, insomma: utile a far scorrere meglio le sue parti meccaniche (che sono davvero tantissime) e a dare un qualche senso ai suoi molti (troppi...) automatismi. Tutto qua? Ma certo che no: come ha scritto Gianpiero Cavaglià, “le Novelle da un minuto, pur con il loro titolo nel segno dell'understatement, di fatto non sono soltanto storielle divertenti, buone a farci passare il tempo mentre aspettiamo il tram o cuoce il nostro uovo (come ci consiglia l'autore nelle Istruzioni per l'uso). Esse sono anche delle prospettive asimmetriche e inconsuete dischiuse su di una realtà quotidiana che, sebbene «molto ungherese», è immediatamente vicina alla nostra esperienza, grazie al registro stilistico di cui Örkény si serve: quello del comico, esasperato spesso fino al grottesco”.
Dei raccontini fulminanti (a me hanno ricordato qualcosa del grandissimo Peter Altenberg: conoscete?) capaci di farti ridere di gusto e giusto un attimo dopo di prenderti a calci negli stinchi, o magari nei denti. “E a questo punto - è ancora Cavaglià – non possiamo dimenticare che gli antenati di Örkény erano ebrei austriaci (sotto Giuseppe II presero il nome di Österreicher): per loro tramite egli appartiene quindi all'illustre famiglia dell'ebraismo assimilato ungherese e le Novelle da un minuto sono, anche, stranamente imparentate al motto di spirito...”.
Giusto per darvi un idea...


Pensieri in cantina


La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
«Micetto!» disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. «Come sei capitato qui, micettino?».
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente – lui che era stato scambiato per un micino – rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti – continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nato figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.


In memoria del dottor G.H.K.


«Hölderlin ist Ihnen unbekannt? (non conosce Hölderlin?)» chiese il dottor G.H.K. mentre stava scavando la fossa per la carogna del cavallo.
«Chi era?» chiese la guardia tedesca.
«Colui che ha scritto l'Iperione» spiegò il dottor G.H.K. Gli piaceva molto dare spiegazioni. «La più grande figura del romanticismo tedesco. E Heine, per esempio?».
«Chi sono costoro?» chiese la guardia.
«Poeti» disse il dottor G.H.K. «Non conosce il nome di Schiller?».
«Sì che lo conosco» disse la guardia tedesca.
«E Rilke?».
«Anche lui», disse la guardia e, diventando rosso come un peperone, abbatté con un colpo di pistola il dottor G.H.K.


lunedì 25 maggio 2009

Temuti, amati, odiati

Venerdì scorso a Palazzo Medici Riccardi, in Firenze, lo scrittore messicano Carlos Fuentes ha tenuto una lectio magistralis. L'occasione era il Premio internazionale Vallombrosa Gregor von Rezzori.
Sentite un po' che ha detto, a un certo punto...

Quel che è certo è che nella scrittura e nella vita viviamo in un costante scambio di parole. Sappiamo che il mondo ci dà parole e che scrivendo le restituiamo al mondo. Ma la parola scritta non è più la stessa parola data dal mondo: è stata trasformata dal linguaggio, che è di tutti, per dire qualcosa che prima non era di nessuno. (...)
C'è chi scrive per essere amato: Dickens, Garcìa Marquez.
C'è chi scrive per essere odiato: Céline, Houellebecq.
C'è chi scrive per essere gustato: Saramago, Nélida Piñon, artefici della lingua più
gostosa, la lusitana.
C'è chi scrive per in-vertire: Balzac, Galdòs, Dos Passos.
C'è chi scrive per sov-vertire: D.H. Lawrence, Juan Goytisolo, Jean Genet.
C'è chi scrive per di-vertire: Sterne, Saki, Diderot.
C'è chi scrive per con-vertire: Mauriac, Bernanos, Graham Greene.
C'è chi scrive per av-vertire: Swift, Voltaire, Orwell.
Temuto, amato, odiato, lo scrittore nasconde il segreto desiderio di essere, al tempo stesso, un disturbo per il mondo che è, e un creatore del mondo che può essere.



Beh, che ne dite?
Lo amate, Dickens?
Lo odiate, Céline - che sembra tenerci un bel po', in effetti, a essere odiato?
Lo trovate gostoso, Saramago?
Preferite chi vuole sov-vertire o chi vuole con-vertire?
E l'avete capita, voi, quella degli scrittori che scrivono per in-vertire?

venerdì 24 aprile 2009

Quando parlava Zdanov

Qualche giorno fa Luciano Canfora, in un'intervista, ha ricordato la censura sovietica contro scrittori satirici come Bulgakov e Zoscenko. Così mi è tornata in mente un'intervista a Izrail' M. Metter apparsa in appendice all'edizione italiana del suo Il quinto angolo (Einaudi, 1991). Ho deciso di pubblicarla in talkischeap. Le domande erano di Luciana Montagnani.
Il quinto angolo è un bellissimo romanzo che spero tanto venga riedito, prima o poi.
Nel linguaggio del KGB, ricordava Metter, «quando dovevano picchiare qualcuno in cella erano soliti dire: “picchieremo il quinto angolo”, e siccome la cella ha quattro angoli, il quinto era, ovviamente, il prigioniero. “Cerchiamo nella stanza il quinto angolo”, dicevano».
Nel Quinto angolo lei descrive la famosa riunione allo Smol'nyj nel 1946: mi può raccontare come visse quei momenti?
Successe in agosto, io ero in vacanza a Komarovo, dove molti scrittori avevano una dacia e trascorrevano l'estate. Il quattordici o il sedici, non ricordo, arrivarono dei pullman con l'ordine di portarci subito tutti a Leningrado, all'Unione Scrittori. Non ci fu data altra spiegazione. Quando giungemmo a destinazione, ci fu comunicato che nel pomeriggio si sarebbe tenuta una riunione allo Smol'nyj alla quale dovevamo partecipare tutti. Quando arrivammo là, vedemmo che c'erano soldati all'ingresso e facevano entrare solo chi aveva il lasciapassare. Da qualcuno avevo sentito dire che Zoscenko era in città, ma che non sarebbe venuto, che per lui non c'era lasciapassare e che non c'era neppure per Anna Achmatova. In quel momento ciò mi risultava ancora incomprensibile, ma non vi prestai molta attenzione. All'interno del palazzo c'era una folla enorme: in mezzo alla gente vidi una mia conoscente, una vecchia comunista, scrittrice molto mediocre, ma donna onesta, leale. Io sapevo che i comunisti avevano già tenuto una riunione in precedenza, perciò mi avvicinai a lei e le domandai perché eravamo stati convocati. “Ha parlato Zdanov”, mi rispose. “E che cosa ha detto?” “Sentirai”, rispose con espressione tetra, molto tetra. “Ma di cosa ha parlato?” “Zoscenko e Achmatova”. “E come ne ha parlato?” “Male, molto male”. E io, pensando di fare una battuta, dissi scherzando: “Ne ha parlato così male che tu non ti sederesti più accanto a Zoscenko?” E lei: “Sì, non mi sederei”. Ero sempre più sconcertato. Finalmente ci fecero entrare in quella grande sala che contiene varie centinaia di persone, e sul palco c'era una tribuna con lo stemma dell'Urss e un tavolo dove sedevano burocrati del partito e dell'Unione Scrittori. Poi comparve sul palco Zdanov, corpulento, sbarbato, con un abito elegante, tenendo in mano una pila di libri dai quali spuntavano dei segni, li gettò sulla tribuna e cominciò a parlare, senza leggere, camminando su e giù con fare adirato. La sua relazione produsse su di me un'impressione inimmaginabile, e non solo su di me. E non solo e non tanto per la sua ignoranza letteraria: ciò che soprattutto mi sconvolse era il suo lessico assolutamente da teppista: rozzo, ripugnante, peggio che osceno, perché le parole oscene possono anche non essere offensive, sono un modo per sfogare l'emotività. Lui invece, parlando di un intellettuale, di un grande scrittore come Zoscenko, usava espressioni come “feccia”, “nullità”, “teppista”, insomma cercava di umiliarlo il più possibile. E anche sul conto dell'Achmatova usava espressioni del genere. Io mi guardavo intorno e mi domandavo che cosa stessero pensando coloro che mi circondavano. Avevo la sensazione che qualcosa stesse scricchiolando e si stesse spezzando; e non si poteva fare nulla, solo stare fermi ad ascoltare. Non c'è nulla di più spaventoso della furia impotente. Tutti sedevano immobili con volti muti. Non si aveva diritto di reagire. E questo durò a lungo, molto a lungo. Quando finalmente uscimmo e presi il treno per tornare a Komarovo, come ho scritto nel Quinto angolo, mi guardavo intorno sul treno e invidiavo quei viaggiatori perché ancora non sapevano. E poi... poi ebbe inizio quello spaventoso latrato: quando gli scrittori diventano dei lacchè, sono più terribili di una persona qualunque. Quando uno scrittore svolge il ruolo del lacchè e si mette a scrivere, e sa scrivere, ciò che egli racconta esercita un'influenza assai più forte del racconto udito per strada da una persona qualsiasi.
Lei, anni dopo, fu presente a un'altra famosa riunione, al centro della quale c'era di nuovo Zoscenko. Che cosa accadde?

Lei si riferisce alla riunione che si svolse qui a Leningrado nel 1954, dopo la morte di quel carnefice, quando già si poteva fare, dire qualcosa, e nessuno disse nulla... In quell'occasione Zoscenko fu costretto a prendere la parola, gli dissero che doveva pentirsi pubblicamente per le risposte antisovietiche che aveva dato a degli studenti inglesi durante un'intervista. Lui non era d'accordo sul fatto di doversi pentire, ma poi prese la parola e pronunciò un discorso straziante.
Al termine del quale lei fu l'unico in tutta la sala ad alzarsi e applaudire. È così?
Sì, è così. E adesso anche da noi si parla di quel gesto come di un gesto di eroismo. Ma, vede, non si trattò affatto di eroismo, per una semplicissima ragione: quando mi misi ad applaudire, io ero convinto che tutta la sala mi avrebbe assecondato. Ero assolutamente certo che sarebbe stato così: Zoscenko era così amato, il suo discorso era stato così accorato e sincero, e io me ne stavo lì in piedi e piangevo, ero sicuro che tutti avrebbero applaudito insieme a me.

mercoledì 25 marzo 2009

Questione di numeri

Secondo il famoso senatore Gaetano Quagliariello, quella di Berlusconi sarebbe una «rivoluzione carismatica», nel senso che il Pdl, come Forza Italia, nasce eminentemente da una vicenda di carisma «e non da un meccanismo democratico».
Perciò...
NUMMERI, di Trilussa

-Conterò poco, è vero:

- diceva l'Uno ar Zero -

ma tu che vali? Gnente: propio gnente.

Sia ne l'azzione come ner pensiero

rimani un coso voto e inconcrudente.

Io, invece, se me metto a capofila

de cinque zeri tale e quale a te,

lo sai quanto divento? Centomila.

È questione de nummeri. A un dipresso

è quello che succede ar dittatore

che cresce de potenza e de valore

più so' li zeri che je vanno appresso.

Nella foto, il capo carismatico del famoso senatore Quagliariello.

venerdì 20 marzo 2009

Il mio trasloco e Osvaldo Soriano

In questi giorni mi sono traslocato...
Sono riuscito a farcela senza troppi patemi d'animo, tutto sommato. Cioè, pensavo peggio. Sapete com'è, io sono un abitudinario (un conservatore della più bell'acqua, in realtà) e quindi ritenevo che spostare il mio culone da un posto familiare a un altro un po' meno familiare (nella prospettiva, per giunta, di doverlo spostare nuovamente, fra qualche mese) sarebbe stata per me una cosa poco meno che drammatica. Impacchettare tutti i miei libri, dividere tutti i miei cd tra la casa dei miei genitori e la mia nuova dimora, perdere il mio cesso così accogliente... Terribile!
Beata mia moglie, che non si affeziona mai alle cose. Beata lei, a cui una valigia basta e avanza.
E comunque, alla fine sono riuscito a farcela, via...
Nel maelstrom che mi circondava fino a ieri mi è pure capitata tra le mani una vecchia copia della rivista L'Eternauta (risalente al giugno del 1983).
Qualcuno se la ricorda? Il Direttore Letterario era il vecchio Oreste Del Buono...
Un numero notevole: un Toppi d'annata, una storia di Alberto Ongaro illustrata da Gustavo Trigo, il grandissimo Torpedo di Abuli e Bernet, Trillo e Altuna. E, dulcis in fundo, un magnifico testo di Osvaldo Soriano su Dashiell Hammett, Raymond Chandler e il romanzo nero americano.

A Chandler e al suo eroe, Philip Marlowe, Soriano dedicò quel capolavoro indimenticabile che si chiama Triste, solitario y final (non solo a Chandler, in realtà: anche a Stan Laurel e Oliver Hardy, lo dedicò): vero e proprio atto d'amore per generi letterari e cinematografici poveri ma belli (l'hard boiled novel, le comiche degli anni venti e trenta), genialmente reinterpretati da uno scrittore maiuscolo sul serio (Triste, solitario y final, tra le alte cose, è pure un'esilarante presa per i fondelli di miti del cinema tra i più amati e rispettati di ogni tempo e luogo: chi l'ha letto non potrà mai dimenticare la scazzottata di Marlowe con John Wayne e il rapimento di Charlie Chaplin).



E insomma, ho pescato Soriano su L'Eternauta e ho deciso di pubblicare in talkischeap una parte del testo da lui firmato (che si intitolava Non si muore di solo piombo). Spero che qualcuno possa apprezzare...





Dedico questo post, in particolare, a tutti i comunisti che mi leggono (son mica pochi) e alla mia amica Laura.



La testa fiera su un corpo alto e affaticato, i capelli bianchi ben pettinati, gli occhi semichiusi dietro le lenti sottili, la mano sinistra ammanettata a quella di un ufficiale di polizia di colore, Dashiell Hammett si dirige verso il carcere con orgoglio e superbia. In questo patetico istante, fissato in una foto del 1951, si può leggere tutta la storia del romanzo nero americano: ribellione, sovvertimento dei valori al di là del fatto letterario, la definitiva conferma del suo inquietante “realismo”.
L'accusato, già segnato dall'alcool, deve espiare il delitto di aver scritto, con la copertura di un genere sospetto, cinque romanzi e una cinquantina di racconti memorabili. Son già quasi vent'anni che non scrive più un rigo, rinnegato da quel genere che lui stesso ha creato e con il quale in tanti ora si guadagnano da vivere.
Lo aspettano sei mesi di un lavoro del quale resterà protervamente orgoglioso per il resto dei suoi giorni: pulire i bagni della prigione di West Virginia, nel cuore del paese. In realtà, ciò che Mc Carthy voleva era la lista dei sottoscrittori del Congresso dei diritti civili, che Hammett presiedeva e che si prefiggeva di pagare la difesa alle vittime della Commissione per le attività antiamericane. La notte precedente al processo Lillian Hellmann, la compagna di Hammett, aveva cercato di convincerlo a dichiarare di non conoscere i nomi dei sottoscrittori, cosa che era oltretutto vera! Bastava questo per evitargli la galera. “Non permetterò che siano poliziotti o giudici a spiegarmi cosa vuol dire democrazia!” rispose Hammett e se ne andò a dormire.
Il giorno dopo fu arrestato senza che uno solo dei suoi migliori amici aprisse bocca: non William Faulkner, da un anno premio Nobel, assiduo delle stesse bottiglie di Hammett, che lavorava per il dipartimento di stato ed era stato insignito in Francia della Legion d'onore; tanto meno risulta che Hemingway si sia battuto per lui con lo stesso entusiasmo con cui solitamente cacciava elefanti in Africa o affrontava tori a Pamplona.
Sono passati ormai più di cinquant'anni dall'apparizione di due romanzi scritti da Hammett, fondamentali per la letteratura contemporanea e decisivi per i suoi sviluppi negli anni a venire:
Red Harvest (Piombo e sangue) e The Dain Curse (Il bacio della violenza), pubblicati per la prima volta a puntate su Black Mask, una rivista popolare di gran tiratura diretta dal capitano Joseph Shaw e destinata a un pubblico avido di forti sensazioni. Fino ad allora la letteratura poliziesca era stato un innocuo passatempo nel quale un vanitoso gentiluomo, annoiato dal denaro e quasi sempre maniaco, risolveva gli enigmi più sofisticati con la sola arma dell'intelligenza.
Portatore dell'ideologia imperante, del razzismo, il romanzo poliziesco proponeva sempre la farsa di un enigma: perché il cameriere, o il cugino, o l'amante della cognata aveva assassinato la nonnetta con una ben calcolata dose di veleno nel tè del mattino?
Il mondo della letteratura poliziesca era un placido mondo senza storia: “La sola realtà che conoscevano gli autori dei polizieschi inglesi era quella del proprio ambiente piccolo borghese. Quando essi parlavano di duchesse e di calici di Murano non ne sapevano più di quanto ne potesse sapere un qualsiasi attorucolo di Hollywood da poco famoso sui pittori francesi moderni i cui quadri adornano i loro castelli stile rinascimento o di mobili chippendale sui quali si fanno servire il caffè”, scriveva qualche anno più tardi Chandler.
Dashiell Hammett mise per primo sulla carta la cruda verità: l'assassino uccide per denaro (o a causa di esso) e non si perde d'animo se qualcuno scopre il suo crimine. La polizia, o il detective privato, devono strappargli le unghie tappargli il naso e mozzargli le orecchie per ottenere la confessione e fargli coinvolgere il capo della banda che in ultima istanza sarà salvato dall'uomo politico corrotto per il quale lavora.
Sarà Raymond Chandler colui che meglio di ogni altro valorizzerà Hammett sul suo notevole saggio “La semplice arte del delitto”: “Hammett tirò fuori il delitto dal calice di Murano e lo gettò nel vicolo (...) affidò l'assassinio a gente che lo commetteva per solide ragioni e non per sciorinare un cadavere – più o meno eccellente - al lettore.”.
La scrittura di Hammett è simile alle secche, perentorie informative degli investigatori dell'Agenzia Pinkerton per la quale egli aveva lavorato per molti anni. Forse i detectives che vi aveva conosciuto furono da lui sintetizzati nella figura dell'anonimo investigatore della Continental che attraversa molti suoi racconti e il suo capolavoro:
Piombo e sangue.
(...)
Secondo Chandler non si deve vedere in Hammett - del quale ammira soprattutto Il Falcone Maltese – un artista consapevole: “Non credo che abbia avuto aspirazioni artistiche, ma piuttosto che cercasse di guadagnarsi da vivere affrontando temi su cui aveva informazioni di prima mano (...) ma tutto ciò che scriveva aveva un fondo di verità, una base reale”. Per Joe Gores, scrittore di romanzi polizieschi, ammiratore incondizionato del maestro, tutti i racconti relativi al detective della Continental erano stati scritti per pagare i suoi creditori e la bolletta della luce: “Confessalo, Hammett, hai scritto questo perché ti dovevi pagare l'affitto. Ti sei servito della Continental per guadagnarti il pane”, gli fa dire nel romanzo che gli dedicò nel 1975.
(...)
Dashiell Hammett era marxista e, secondo Lillian Hellmann, era entrato nel partito comunista americano fra il 1937 e il 1938, quando si guadagnava la vita scrivendo il testo del fumetto Agente Segreto X9 e, saltuariamente, copioni cinematografici che non sarebbero stati mai realizzati. Anche nel caso che la sua amica non avesse evocato l'ideologia di Hammett (che lui sosteneva dicendo: “forse cambierò idea il giorno che sarà scoperto qualcosa di meglio e di più giusto”), risulta evidente che la sua visione del mondo attraverso la letteratura consiste fondamentalmente in una minuziosa contestazione dell'ideologia capitalista, uno sguardo impietoso sull'ambizione, il denaro e il potere:
La Chiave di vetro ne è una prova lampante. Le opinioni letterarie di Hammett sono rimaste nell'ombra. Si sa che gli piacevano Faulkner e Scott Fitzgerald; che salutò l'apparizione di Niente Orchidee per Miss Blandish di J.H. Chase come un capolavoro (“L'ho letto dieci volte e ogni volta ho pianto come un bambino”, scrisse sul New York Times). Passava il tempo (dopo aver abbandonato la scrittura) fra sbornie e letture di Marx, o di opere come Vita e Linguaggio delle Api oppure I Fabbricanti Di Fucili nella Germania del Secolo XVIII.
Nel 1948 Lillian Hellmann assiste per tutta una notte agli incubi che il delirium tremens provoca ad Hammett e lo fa internare.
Il giorno seguente lo scrittore promette che non berrà mai più e mantiene la promessa. Comunque il crollo è vicino anche se resta ancora nascosto dietro la sua irriducibile solitudine: “In capo a pochi anni si trasformò in un eremita” racconta Lillian “e la sua casa già così disagevole diventò sempre più orribile, con tutti i libri accatastati sule sedie, senza che ci fosse un solo angolo per sedersi. Trenta centimetri di corrispondenza senza risposta erano ammucchiati sul tavolo. Si moltiplicavano intorno a lui i segni della malattia. Il giradischi era rotto, la macchina da scrivere inutilizzata, le piccole cose assurde di cui amava circondarsi si ammucchiavano dentro le scatole. Quando io andavo a fargli visita una volta alla settimana quasi non ci parlavamo e quando veniva lui da me arrivava sfinito da quel piccolo tratto di strada tra la sua casa e la mia. (...) Un giorno apparve improvvisamente turbato – appariva sempre così quando faceva una confidenza – e mi disse: “Non posso continuare a vivere solo; va sempre peggio e ho deciso di entrare in un ospedale per ex combattenti. Potremo vederci quando vorremo. No, non voglio vederti piangere, ma io mi misi a piangere ed egli accettò di venire a vivere da me”.
La sua morte, avvenuta il 10 gennaio 1961, quando Hammett aveva 67 anni, provocò commenti come questo di Louis Aragòn in Francia: “E' morto il più grande scrittore degli Stati Uniti”.
Era sopravvissuto due anni a Chandler, uno a David Goodis. Spariva così tutta la generazione che aveva creato un genere letterario marginale e disprezzato dalla maggioranza degli “intellettuali” del suo tempo.

martedì 10 febbraio 2009

La difendiamo tutta? (ovvero, un promemoria e qualche dubbio)

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
(Art. 7 della Costituzione repubblicana)


Il lavoro dell'Assemblea Costituente fu condizionato pesantemente dalle ingerenze vaticane. Il papato voleva (fortissimamente, voleva...) che il Concordato firmato nel 1929 tra santa (?) romana chiesa e Benito Mussolini fosse incluso, senza modifiche e ritocchi di sorta, nella Costituzione della Repubblica italiana. Il Concordato, lo ricordo, tra le altre cose proclamava il cattolicesimo religione ufficiale dello Stato e rendeva obbligatoria l'educazione religiosa nelle scuole. Fino all'ultimo i comunisti (e come loro tutti i partiti laici) si opposero a questa richiesta. Ma il 24 marzo 1947 Palmiro Togliatti convocò il gruppo parlamentare del suo partito e spiegò che i comunisti avrebbero dovuto difendere il Concordato per rafforzare la pax religiosa nel Paese e mantenere aperto il dialogo con i cattolici. Tutti i comunisti, ad eccezione di Teresa Noce, fecero quello che chiedeva il loro capo e votarono a favore dell'articolo 7. Di tutto ciò avevo già scritto, poco più di un anno fa.
A quel vecchio post (http://tic-talkischeap.blogspot.com/2008/01/ricominciamo.html) ho deciso di aggiungere qualcosa.
Così scrisse Piero Calamandrei («Il Ponte», anno III, n. 4, aprile 1947 ): “(...) se debbo giudicare dalle chiare apparenze, quali nel giorno della votazione poterono esser valutate da tutti gli osservatori presenti nell'aula, ho l'impressione che la improvvisa decisione dei comunisti di votare a favore dell'art. 7 sia stata una sorpresa anche per i democristiani: e non una gradita sorpresa. Da diversi deputati cattolici, che ho ragione di ritener sinceri, mi fu assicurato che essi prima del discorso di Togliatti erano convinti che l'art. 7 sarebbe passato con pochi voti, coi soli voti dei democristiani e delle destre, e che i comunisti avrebbero votato contro: e di tale opinione rimasero fino a quando quel discorso arrivò alla inaspettata perorazione.No, il voto favorevole dato dai comunisti alla formula confessionale proposta dai cattolici è stato un dono senza contrattazione e talmente gratuito, che i cattolici non solo non avevano fatto nulla per procurarselo, ma avevano fatto tutto quanto era in loro per liberarsene. Essi speravano di poter riuscire a portare alla vittoria il loro articolo colle sole loro schiere, colle milizie della fede, senza ricorrere ad impure alleanze contaminatrici (pensate alla umiliazione che avrebbe provato Goffredo Buglione se per liberare il Santo Sepolcro avesse dovuto farsi dare una mano da un esercito di saraceni...). In tale speranza essi avevano cercato di chiudere il varco, a cominciar dalle discussioni preparatorie, ad ogni tentativo di soluzioni intermedie. E nonostante questo, all'ultimo momento, i comunisti hanno voluto a tutti i costi regalare ai cattolici quel contributo di voti che questi avevano fatto di tutto per respingere, ed hanno ottenuto così che i cattolici non possano più sventolare di fronte agli elettori il vanto di essere riusciti a salvare la religione con le loro sole forze...Si è pensato che in questo reciproco atteggiamento dei due partiti molto abbian giuocato considerazioni di carattere elettorale.Togliatti nel suo discorso volle metter su questo punto le mani avanti; e dichiarò che nella decisione di votare a favore dell'art. 7 il calcolo elettorale non entrava per nulla. Ma questa frase suscitò, nell'aula, una di quelle reazioni clamorose di incredulità che nello stile dei resoconti parlamentari possono essere qualificate, secondo i casi, come «"mormorii"», o come «"rumori"» o anche come «"ilarità"».In realtà tutta l'attività dell'assemblea costituente è stata ed è inquinata da questi struggenti patemi d'animo, collettivi ed individuali che si chiamano nel gergo politico le «preoccupazioni elettoralistiche». E' stato detto, con una frase che ha fatto fortuna, che una costituzione per essere buona «dovrebbe essere presbite», cioè guardar lontano, verso il remoto avvenire; ma la nostra costituzione purtroppo, rischia di nascere miope, se non cieca addirittura, come le talpe. Gran parte di coloro che la preparano non vedono molto al di là del proprio naso: e la punta del naso è, per molti uomini politici, segnata dalla data delle prossime elezioni.
Ora non si può escludere che proprio questa miopia sia stata una delle cause determinanti del voto sull'art. 7. I democristiani assaporavano già quale irresistibile argomento di propaganda avrebbe potuto essere nella prossima campagna elettorale il vanto di essersi trovati soli a difendere la religione contro i nemici coalizzati di essa e specialmente contro i comunisti. Tutti ricordano con quale abilità e con quale fortuna nelle elezioni del 2 giugno i democristiani si servirono a proprio vantaggio di questo argomento: è quindi verosimile che essi abbiano adottato sull'art. 7 un atteggiamento intransigente proprio per costringere le sinistre, e specialmente i comunisti, a votar contro, e ad attirarsi così la taccia compromettente di nemici della Chiesa.Ma i comunisti (questa potrebbe essere una spiegazione) hanno capito il gioco e l'hanno sventato: votando a favore dell'art. 7 hanno spezzato in mano dei democristiani l'arma più potente che questi stavano affilando contro di loro per la prossima lotta elettorale. Questa è stata del resto la spiegazione che un deputato comunista mi ha dato, sia pure in tono scherzoso, del loro voltafaccia:
- Abbiamo voluto evitare che nella prossima campagna elettorale i democristiani ci possano rappresentare come anticlericali...
- Ma non temete che così qualcuno possa combattervi come alleati dei clericali?
- Certo questo accadrà. Ma saranno voti che andranno ai socialisti".

Stava parlando, quell'anonimo deputato comunista, delle elezioni dell'aprile '48, quelle che consegnarono alla DC un'egemonia quasi cinquantennale dopo una vittoria schiacciante.
Grande scuola, quella togliattiana, eh?
La stessa che ha frequentato, con molto profitto, il mio vecchio amico D'Alema. Ci si imparava il realismo, a quella scuola: il realismo prima di tutto, il realismo sopra tutto, il realismo alla facciaccia di qualsiasi principio (eh, si: bastava adoperare l'aggettivo 'astratto' e i principi, come per magia, si potevano pure fumare nelle pipe). Giusto un esempio, visto che cade a fagiolo: nel testo citato, Calamandrei rilevava pure l'opinione espressa da Palmiro Togliatti in un articolo - comparso sull'«Unità» del 2 aprile 1947 - dedicato agli Azionisti (che furono fermamente contrari al recepimento dei Patti Lateranensi nella Carta costituzionale): “la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani»” consisteva, secondo l'intelligentissimo segretario del PCI, “nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un'azione politica»”.
Ora, sul serio: non ce l'ho coi comunisti. Quanto segue, ad esempio, l'ha detto un comunista: “Il concordato è il riconoscimento esplicito di una doppia sovranità in uno stesso territorio statale. Nel mondo moderno, cosa significa la situazione creata in uno Stato dalle stipulazioni concordatarie? Significa il riconoscimento pubblico a una casta di cittadini di determinati privilegi politici. La forma non è più quella medievale, ma la sostanza è la stessa”. Suona un po' diverso da Togliatti, no? Infatti è Gramsci.

E non ce l'ho nemmeno coi realisti, in fondo.
Ecco, il mio problema (ammesso e non concesso che sia un problema) è che mi stanno pesantemente sul cazzo quelli che Parigi val bene qualsiasi messa (e qui vengono in mente le parole con cui Benedetto Croce respinse i Patti Lateranensi: “Accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Guai alla società, alla storia umana, se uomini che così diversamente sentono le fossero mancati o le mancassero”).
E pure quelli che si imbucano alle beatificazioni degli amici di Francisco Franco e di Augusto Pinochet.

P.S.
Comunque, siamo sicuri che proprio tutta tutta tutta la Costituzione repubblicana sia da difendere lancia in resta (pure l'art. 7, intendo)? Siamo sicuri?
Vabbuò, comunque: difendiamola (ma, per quanto mi riguarda, solamente perché i suoi nemici li disprezzo per davvero). Comunque, voi ricordatevelo sempre: “L'articolo sette, Togliatti ce lo dette, - disse il marito alla moglie, - e guai a chi ce lo toglie”. Così Mino Maccari: canaglia...

P.P.S.
Per onestà. Un grande storico, Giorgio Candeloro - pur ritenendo che i Patti Lateranensi siano stati introdotti nella nostra Costituzione in aperto contrasto con parecchi dei suoi articoli (vedi ad esempio quello che sanciva l'uguaglianza di fronte alla legge indipendentemente dal sesso, dalla lingua e dalla religione) – ha difeso l'operato di Togliatti sostenendo che l'art. 7 sarebbe stato comunque approvato (anche se, si presume, solo per cinque voti) e che la decisione del Migliore “contribuì ad evitare che la lotta politica... assumesse il carattere di guerra religiosa e degenerasse in forme di tale asprezza da rendere impossibile il permanere del regime democratico” (da Storia dell'Italia moderna, vol. XI, Milano 1986, pp. 127-129).
Opinioni (a me suonano un po' come divinazioni, ma insomma...): vedete voi che farne.
Opinioni che non cambiano in niente, però, ciò che penso di quelli che, siccome Parigi sembra valer bene una messa, eccoli che si imbucano, lesti lesti, alla beatificazione di Escrivà de Balaguer...

domenica 8 febbraio 2009

Una segnalazione


E' in uscita, per minimum fax, una nuova edizione de La solitudine del maratoneta, di Alan Sillitoe.
Ne avevo già parlato, in talkischeap (http://tic-talkischeap.blogspot.com/2007/10/proposito-di-canzoni-e-di-maratoneti.html). Era l'ottobre del 2007. Il mio quindicesimo post (o giù di lì...).
Ricordo che qualcuno, al tempo, mi chiese perché caspita avessi mai scritto di Tom Courtenay, di Tony Richardson e di Alan Sillitoe.
Io lo capii una decina di giorni dopo, il perché. Nel momento in cui decisi anch'io di smettere di correre (e di chiudere, in questo modo, una lunga pagina della mia vita).


Il corridore alle mie spalle doveva essere molto lontano perché era tutto così tranquillo, e c'era persino meno rumore e movimento che alle cinque di un gelido mattino d'inverno. Non era facile capire, e tutto ciò che sapevo era che dovevi correre, correre, correre, senza sapere perché correvi, ma via che andavi attraverso campi che non capivi e dentro boschi che ti mettevano paura, scavalcando colline senza sapere che eri salito e disceso, e saltando ruscelli che t'avrebbero gelato il cuore se ci fossi caduto dentro. E il traguardo d'arrivo non era la fine, anche se la folla t'avrebbe accolto con applausi, perché dovevi continuare a correre prima di riprender fiato, e l'unica volta in cui ti fermavi sul serio era quando inciampavi in un tronco d'albero e ti rompevi l'osso del collo oppure cadevi in un pozzo abbandonato per giacere in eterno nelle sue buie viscere. Allora pensai: no, non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro, perché non è questo il modo di tirare avanti, per quanto loro spergiurino che lo è. Non dovresti preoccuparti di nulla e andare dritto per la tua strada, non lungo un percorso segnato apposta per te da gente che tiene in mano una caraffa d'acqua e una bottiglia di tintura di iodio nel caso tu cada e ti tagli per poterti raccattare – anche se vuoi restare dove sei – e rimetterti in moto.
(da La solitudine del maratoneta, Einaudi, Torino, 1981, pp. 52-53).

mercoledì 12 novembre 2008

Solo per te la mia canzone vola



In un libro bellissimo uscito dieci anni fa, Inventario italiano, a proposito di quella tara nazionale che si chiama familismo (“amorale”, secondo l'etichetta del sociologo americano Edward C. Banfield), Antonio Gambino così scriveva:
“Di famiglie (...) ne possono esistere di molti tipi: a cominciare, ovviamente, da quella paterna e patriarcale, che infiniti filosofi (e anche psicologi, si pensi solo a Freud) hanno visto come il luogo originario della formazione del concetto di autorità (o, se si vuole, del super-io), e quindi come il nucleo da cui si sviluppano le successive strutture collettive, della società civile e dello Stato.
Diversa è invece la famiglia che ha il suo centro nella figura della madre: la quale, ergendosi a vestale della conservazione e dell'accrescimento del suo gruppo “naturale”, guarda con sospetto tutto ciò che avviene al suo esterno; o, se proprio lo deve prendere in considerazione, lo fa solo per difendersene, o per usarlo come mezzo del fine più limitato che si è proposta. Con la conseguenza che, più che di una mentalità o sensibilità familiale, appare giusto parlare di una sensibilità o mentalità “materna”, o “maternofamiliale”: nel senso che gli elementi che la caratterizzano non sono quelli della famiglia intesa in modo generico, ma quelli della famiglia come viene interpretata dal punto di vista della madre, della anonima e archetipica figura “materna”.
Tale punto di vista si qualifica, e acquista contorni specifici, proprio attraverso la sua polarità nei confronti di quello “paterno”. Se infatti il “padre”, la figura anch'essa archetipica del Padre, è colui che giudica, che separa il buono dal cattivo, il giusto dall'ingiusto, e quindi anche quello che premia ma contemporaneamente punisce, sulla base di principii che hanno la pretesa della imparzialità e della generalità, e che, infine, fissa programmi e spinge all'azione, la Madre, l'istanza materna, è esattamente il suo opposto: è cioè colei che tiene i suoi “figli” (e tutti coloro che le stanno intorno sono, in qualche modo, suoi “figli”) legati in un unico abbraccio, e che accoglie, ama e, innanzitutto, perdona. O meglio, poiché lo stesso perdono presuppone pur sempre un giudizio, è colei che accetta tutto, non ricorda né meriti né offese, rifiuta ogni idea di distinzione”.
Insomma, secondo Gambino, “mentre l'educazione “paterna” ha come scopo – anche al costo di esporre i figli a qualche immediato rischio o sofferenza – la formazione di esseri umani self-reliant, autoreferenti, e quindi in grado di affrontare le impreviste situazioni difficili dell'esistenza, quella “materna”, tutta diretta alla protezione immediata ed essenzialmente fisica dei figli, e all'eliminazione di ogni forma di loro fatica, oltre a porre le premesse per le molte situazioni spiacevoli che ciascuno di noi ben conosce (bambini petulanti e urlanti, che rifiutano di andare a dormire, e tiranneggiano non solo i genitori ma anche i loro eventuali ospiti), produce, come risultato, individui – e innanzitutto uomini - spesso deboli, portati a coprire con una costante irascibilità e cupezza la loro sostanziale insicurezza, e specialmente tendenti a sottrarsi a ogni precisa assunzione di responsabilità. Insomma, dei “figli di mamma”, secondo la normale accezione di questo termine. I quali però – ed è questo l'aspetto interessante che vale la pena di sottolineare, al fine di evitare ogni ricaduta sul piano di una psicologia puramente individuale – non sono tanto il frutto dello specifico “attaccamento” di un singolo bambino alla sua singola madre quanto dell'influenza e del carattere pervasivo di una struttura mentale collettiva”.


Tutto questo per dire che c'è poco altro da dire: noi italiani siamo un popolo bambino dall'anima prepotentemente mammista. Tutto il nostro amore va alla mamma, una mamma pur che sia (sto parafrasando: se non ve ne siete accorti, date un'occhiata a un certo post qui sotto).
Guardiamoci un po' attorno, dai...
Qualche bambino italiano lo avete conosciuto, no?
In quale altro posto, si è chiesto Raffaele Simone nel suo Il paese del pressappoco, “i bambini sono consumisti e lipidici come in Italia? Dove li si trova già a quattro anni vestiti con giacconi firmati e capaci di spendere soldi da soli, senza neanche domandare il parere di mammà? Dove dispongono disinvoltamente di un telefonino personale? Dove l'esclamazione più diffusa e istintiva è “Mamma mia”? Dove altro i figli vengono accuditi e coccolati fino a trent'anni? In quale paese un genitore che accompagna il figlio a scuola in macchina costituisce un pericolo pubblico per l'estrema brutalità dei suoi comportamenti? Dove i bambini e gli adolescenti sono lasciati urlare, mangiare e scorrazzare senza ritegno in musei, parchi e luoghi pubblici?”.
Io ne ho conosciuti moltissimi, di bambini-mostri (e ho conosciuto pure moltissimi vecchi che avrebbero dovuto essere ammazzati da bambini), figli incolpevoli – povere, povere creature - di genitori-mostri che furono anch'essi, ai loro tempi, dei bambini-mostri: tiranni prepotenti e impuniti, trattati come principi fin dalla culla, mai contrastati in niente, sempre giustificati e perdonati da mamme ferocissime: le erinni mostruose, implacabili, del nostro magnifico carattere nazionale.
E quanto le amiamo, queste mamme terrificanti, noi italiani! Ma quanto...
Pensateci un po' su, volete?
Non viviamo, noi, nel Paese delle madonne? Lo aveva capito benissimo Stendhal, che in Italia la Madonna (la mamma più mamma di tutte: no contest) è “più Dio di Dio stesso”, e che molti italiani credono in Dio solo perché lo considerano “cognato della Madonna”.
Che cittadini possono mai nascere, in un Paese del genere?
O meglio: che cittadini possono mai nascere, da mamme del genere?
P.S.
Qui di seguito, alcuni titoli che possono aiutare a comprendere qualcosa dell'ideologia italiana. A me sono stati utilissimi. A motivare meglio certe mie avversioni istintive, ad esempio. O a precisare meglio certe mie (più o meno radicate) convinzioni.
Antistoria d'Italia, di Fabio Cusin.
L'italiano, di Giulio Bollati.
Paese Italia, di Ruggiero Romano.
Italiani senza Italia, di Aldo Schiavone.
Il mito del bravo italiano, di David Bidussa.
Sono tutti “libri per altri libri”: consentono, cioè, di avvicinarsi ad altri testi (che siano saggi di storia patria, o magari romanzi) con delle chiavi interpretative illuminanti e stimolanti.
E sono pure “libri di libri”: nel senso che dalle loro bibliografie (in alcuni casi davvero ricchissime) ho ricavato molti preziosi consigli di lettura.
Ite, missa est.