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venerdì 11 novembre 2011

Come eravamo

Nel mondo prima del berlusconismo... Anzi, no, dai: posso fare di meglio.

Nel mondo prima del maggioritario, quando andavo in edicola a comprare la Repubblica o l'Unità e notavo che il signore accanto a me comprava il Giornale (diretto da Montanelli, vabbé, ma era comunque il Giornale), pensavo (più o meno, ma insomma): “Guarda guarda: un conservatore”.
(e lui di me pensava una cosa tipo: "Bah, 'sti comunisti... State lì dove state, va, che state bene...")
Nel meraviglioso mondo del maggioritario, quando vado in edicola a comprare la Repubblica o la Stampa (l'Unità non la compro più da almeno dieci anni, e per ottimi motivi) e vedo il signore accanto a me che compra Libero o il Giornale, io penso: “Guarda guarda: uno stronzone. Povero demente...”.
(e lui, di me, in genere pensa: “Guarda guarda: un comunista di merda. Meno male che Silvio c'è, schifoso farabutto che non sei altro...”)
Questo è quello che ci resta del berluscon... Anzi, no, dai: questo è quello che ci resta del maggioritario.
(perché senza il maggioritario Silvio Berlusconi non sarebbe mai diventato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: chi non ha capito questo, secondo me, non ha capito un accidente di niente di tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni che vanno dal 1994 al 2011, e soprattutto del perché tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni che vanno dal 1994 al 2011 sia potuto accadere)



(nella foto, una soddisfattissima vestale del berluscon... Anzi, no, scusate: una soddisfattissima vestale del maggioritario)

domenica 19 giugno 2011

Ciao, Clarence

Chi è stato a dire che, dopo una certa età (facciamo quarant'anni?), ognuno ha la faccia che si merita? Non me lo ricordo...
E con l'immaginario come la mettiamo? Vale la stessa cosa?
No, perché oggi se n'è andato Clarence Clemons, il Big Man, e lui e Bruce Springsteen, fotografati da Eric Meola per la copertina di Born to Run, se ne stanno da qualche parte al centro del mio immaginario, a presidiarlo saldamente. E questo ormai da anni annorum.


Lui e Bruce Springsteen, sì. Spero proprio di essermeli meritati.

sabato 21 maggio 2011

Oggi ho perso un amico

Luciano Comida se n'è andato.

Quando ci siamo conosciuti di persona, dopo esserci tanto frequentati in rete, la prima cosa che mi ha detto è stata: “Ciao tic, fare la tua conoscenza è un po' come conoscere Mickey Mouse!”.

Lo ricordo come un uomo straordinariamente mite e buono, sensibile e intelligentissimo.

Mi mancherà, non sapete quanto.



You are like a hurricane

There's calm in your eye.

And I'm gettin' blown away

To somewhere safer

where the feeling stays.

I want to love you but

I'm getting blown away.

sabato 18 dicembre 2010

O Capitano, mio Capitano


L'ho appena saputo dalla pagina Facebook di Carlo Bordone, un giornalista del Mucchio, che ieri se n'è andato Capitan Cuordibue, al secolo Don Van Vliet, un artista immenso, irraggiungibile.
Non saprei davvero dire quante volte, in vita mia, ho risposto: “Certo che mi piace! E molto. Perché?” alla domanda: “Ma a te piace davvero, 'sta roba?”.
La “roba” in questione era Trout Mask Replica, un suo disco del 1969 composto in una sola seduta di otto ore e mezza al pianoforte – uno strumento che Captain Beefheart, clarinettista e armonicista, prima di quel momento non aveva mai suonato – provato poi per mesi e mesi in una villa in mezzo a chissà quale deserto americano e inciso infine in meno di cinque ore.
Rock dadaista, venne definito da qualche bello spirito: musica sul serio pazzesca, sciamanica (Gimme dat ole time religion/ Gimme dat ole time religion/ Gimme dat ole time religion), primitiva, istintiva, disturbante, figlia di quell'irripetibile esplosione di creatività che furono gli ultimi anni Sessanta, del Delta blues e del free jazz più selvaggio.

Era dal 1982, da un disco che si intitolava Ice Cream for Crows, che il Capitano non incideva più.
Ma se avete frequentato un pochino il Tom Waits post Swordfishtrombones (da Rain Dogs a Mule Variations passando per Bone Machine), allora Captain Beefheart l'avrete sentito cantare e suonare un sacco di volte anche dopo il 1982: sul grandissimo Tom la sua musica ha avuto infatti un'influenza enorme, sempre onestamente dichiarata.
Sia lieve la terra al Capitano.

venerdì 22 ottobre 2010

La Talkischeap Travels organizza!



Pellegrinaggio per gruppi min. 25 persone a San Giovanni Rotondo (FG) e Avetrana (TA) . Pensione completa 4 giorni, 3 notti.



PROGRAMMA VIAGGIO


1° giorno - VERSO SAN GIOVANNI ROTONDO - SAN PIO.
Partenza in torpedone ore 8:00 dal luogo convenuto. Soste lungo il percorso e arrivo previsto a San Giovanni Rotondo (FG) in prima serata. Sistemazione in hotel 2*. Cena al ristorante Tuppe tuppe, marescià e pernottamento in hotel.
2° giorno – SAN GIOVANNI ROTONDO - Visite libere.
Prima colazione in hotel. Giornata a disposizione per visite individuali e devozioni presso il moderno Santuario la cui cripta ospita la Tomba di San Pio (poco lontano troviamo anche la Casa della Sofferenza e il piccolo Convento di S. Maria delle Grazie dove visse e operò il Santo da Pietrelcina). Pranzo al ristorante Tuppe tuppe, marescià. Pomeriggio a disposizione per continuare le visite ed il pellegrinaggio alla tomba del Santo. Cena al ristorante Tuppe tuppe, marescià e pernottamento in hotel.
3° giorno – AVETRANA E LA TRAGEDIA DI SARAH.
Prima colazione in hotel. Partenza in torpedone ore 9.00 dal luogo convenuto. Soste lungo il percorso ed arrivo previsto ad Avetrana (TA) nel primo pomeriggio. Sistemazione in hotel 2*.
Nel corso della giornata: visita in gruppo alla casa di via Deledda in cui la piccola Sarah Scazzi è stata aggredita e soffocata da Michele Misseri - lo zio orco - il 26 agosto 2010 (sosta davanti al portone che immette al garage e alla cantina sotterranea della "casa dell'orrore"); proseguimento del pellegrinaggio alla volta della dimora della piccola Sarah, in Via Verdi (sosta davanti al portone di casa Scazzi); visita al campo sportivo di Avetrana dove sono state celebrate le esequie della piccola Sarah (con possibilità di assistere all'allenamento dell' A.S. Sant’Antonio Avetrana); visita alla tomba della piccola Sarah al cimitero di Avetrana. Cena al ristorante da Savino 'u pacce e pernottamento in hotel.
4° giorno - RIENTRO A MONFALCONE.
Prima colazione in hotel. Partenza in torpedone ore 9.00 dal luogo convenuto per il viaggio di rientro con soste lungo il percorso e arrivo previsto a Monfalcone in tarda serata.



QUOTA PER PERSONA € 200.
Una batteria di pentole in regalo ai partecipanti!!!

domenica 26 settembre 2010

Papale papale


Inesorabile - come l'ennesimo giallista svedese che sta per essere tradotto e pubblicato in Italia a beneficio dei numerosissimi amanti italiani dei giallisti svedesi - mi prende l'impulso di scrivere qualcosa sul deragliamento della politica italiana dai binari del senso morale e della decenza.
Ma mi passa subito.
Ormai va così sempre più spesso. Mi metto lì, con l'indignazione che trabocca e...
Zero. Penso subito ad altro.
Per esempio al deragliamento della società italiana dai binari del senso morale e della decenza.
Per dirvi, ieri ho applaudito platealmente una stronza che, con la sua cazzo di monovolume lanciata ad almeno settanta orari in centro città, non si è fermata alle strisce pedonali mentre io mi accingevo ad attraversare la strada spingendo il passeggino di mia figlia.
“Brava! Bra-va!!!”.
Valeva la pena di applaudirla, quella cagna. Perché in Italia, oggi come oggi, ha vinto lei. E le è bastato correre a settanta orari.
Dopo di che, magari domani, un papa straniero verrà a salvarci e allora vinceremo noi.
Ma solo se non abbandoneremo lo spirito del maggioritario, eh....
Altrimenti, nisba!

domenica 12 settembre 2010

Limerick del senso perso


C'era un cooperatore di Follonica
che aveva un portafoglio a fisarmonica.
“Il mercato è il mercato”,
ripeteva sconsolato
lo strano cooperatore di Follonica.

C'era un sindacalista pensionato
che non voleva essere dimenticato.
Detestava esser quiescente,
ora al padrone fa da consulente,
quel povero sindacalista pensionato.

C'era un marziano un po' arrivista
che mai era stato comunista.
“Fui kennediano, per la precisione”,
affermava con solenne intonazione
quel buffissimo marziano un po' arrivista.

mercoledì 5 maggio 2010

Scuola e società


- «Prof, ma è vero quello che ho sentito?»
- «Dipende: cos'hai sentito?»
- «Che il presidente del Piemonte non sa con chi confina il Piemonte.»
- «Mah... Era venuta fuori in campagna elettorale, 'sta cosa. Non lo so se è vero... Perché ti interessa?»
- «Niente... Solo che se il presidente del Piemonte non sa con chi confina la sua regione, perché io dovrei sapere con chi confina la Germania?»



P.S.
Tutto vero, eh: parola più, parola meno.

venerdì 29 gennaio 2010

He's dead and all


Non avesse scritto altro, in vita sua, che Un giorno ideale per i pesci banana, per me sarebbe comunque tra i più grandi di sempre.
Gli sia lieve la terra e tutto quanto.


P.S.
Un pensiero anche ad Adriana Motti, eccelsa traduttrice: perché The Catcher in the Rye l'avrà anche scritto Salinger, ma Il Giovane Holden, ostia, l'ha scritto lei. È mancata lo scorso anno, più o meno in questi giorni.
Come dice Luca Conti - gran traduttore di grandissimi scrittori che qualche volta mi fa l'onore di passare da queste parti - i libri mica si traducono da soli, sapete?

martedì 5 gennaio 2010

Mala tempora currunt

Allora, sembra che The road, il film di John Hillcoat tratto dal romanzo omonimo del grandissimo Cormac McCarthy, non verrà distribuito nel nostro paese.
Pare - cito da la Repubblica - che a bloccare il film non sia “la scarsa qualità, quanto la preoccupazione per una vicenda ritenuta troppo cupa e deprimente per suscitare l'interesse del pubblico”.

Io sono affranto. Sto infatti lavorando da tempo a una sceneggiatura cinematografica sulla fine della sinistra italiana – per farvi capire il genere, una roba tra un Citto Maselli in acido e Roger Corman, titolo provvisorio Attack of the Demochristian Monsters – e se quella raccontata in The road (un mondo post apocalittico in cui la civiltà è stata distrutta da un cataclisma e in cui pochi esseri umani sopravvivono in condizioni di estremo abbrutimento) viene considerata dalle nostre parti “una vicenda troppo cupa e deprimente”, figuriamoci che mercato potranno mai avere le mie fatiche...
Ma porcaccia puttana!

sabato 19 dicembre 2009

Azionisti vil razza dannata


Sostiene D'Alema che “a volte l'inciucio serve” e che “per i comunisti italiani c'è sempre stato”.
Di più: “certi inciuci sono stati molto importanti per costruire la convivenza in Italia”.
E al giorno d'oggi?
Eh, sapesse, contessa... al giorno d'oggi “è più complicato, invece sarebbero utili anche adesso. Ma questa cultura azionista radicale non ha mai fatto bene al Paese”.
Che c'entra adesso “la cultura azionista radicale”?
C'entra, c'entra... perché, secondo il Massimo dei minimi, “c'è sempre stato qualcuno più a sinistra, una cultura azionista che ha sempre contestato...”.
Cosa?
Ma per esempio l'articolo 7 della Costituzione repubblicana, definito dal nostro “il primo grande inciucio”.
Avete presente l'articolo 7, sì? Quello che recepiva nella legge fondamentale della Repubblica i Patti lateranensi firmati nel 1929 da santa romana chiesa e dal cav. Benito Mussolini. Quella roba lì, dai...

(“L'articolo sette, Togliatti ce lo dette, - disse il marito alla moglie, - e guai a chi ce lo toglie”, così Mino Maccari che, a scanso di equivoci, non era un azionista...)
Ora, non mi stupisce più di tanto il giudizio di D'Alema sulla “cultura azionista che non ha mai fatto bene al Paese”. D'Alema è un comunista tosto (brrrr! Baura!), e cosa vuoi che dica, un comunista tosto (brrr! Baura!), dell'azionismo?
Certo, fa un po' ridere quel “non ha mai fatto bene al Paese”, anche se è, paradossalmente, la verità: la cultura azionista, essendo stata ultraminoritaria, non ha mai fatto del bene al Paese. Non ha mai potuto fargliene. Come non gli ha mai fatto del male: e pure questo mi pare innegabile. Era roba da torri d'avorio, da intellettuali cagadubbi... roba da culturame, come disse Palmiro Togliatti... ah, no: era Mario Scelba, scusate.

Gli attacchi più feroci alla cultura azionista sono venuti, in questi ultimi vent'anni, dai cattolici, e particolarmente da quelli in salsa ciellina, tutti fede e opere (i ciellini li chiamano così, gli affari: opere), dai craxiani (ce ne sono ancora moltissimi, in giro, che credete?) e da comunisti (non ex: notata, la finezza?) come Giuliano Ferrara e Massimo D'Alema.
Cosa odieranno così tanto, degli azionisti?
Il fatto che, siccome erano tutti professori, facevano appunto i professori? Questo mi pare banale, suvvia... In fondo lo faceva pure Togliatti, il professore, anche se era un professore di nomina propria.
La scarsa attitudine al compromesso? L'intransigenza su alcune questioncine tipo l'articolo 7 della Costituzione repubblicana? Ma no, nemmeno: cultura ultraminoritaria, l'azionismo, si è detto, e de minimis non curat praetor. Traduzione, molto libera: il manovratore non se le gratta, le pulci, sennò mica potrebbe manovrare.
No, la risposta è più semplice.
I cattolici odiano gli azionisti perché i cattolici hanno la memoria lunga (altrimenti che cattolici sarebbero?): gli azionisti essendo stati per loro degli avversari irriducibili, implacabili, e con un deciso retrogusto di protestantesimo per soprammercato; i craxiani (ve lo rammentate, spero, il gagliardo Bettino che prorompe asperrimo, da par suo: “Intellettuali dei miei stivali!”) e i comunisti, invece, li odiano semplicemente perché a sinistra gli azionisti non si sono mai fatti dimenticare: insomma, qualche povero illuso riescono ancora, incredibilmente, a trascinarselo dietro, questi professori... queste "élite di merda", come direbbe Renato Brunetta.
Epperò, 'sto D'Alema...
Pensate per un attimo alla strategia della tensione, con tutto il suo carico di lutti, di disperazione, di morte.
Volendo, e proprio in nome di quella realpolitik sacra al Massimo dei minimi, pure le bombe dello stragismo potrebbero essere considerate, col senno di poi, come un contributo alla costruzione della convivenza in Italia: non si è sempre detto, infatti, che quelle bombe avevano una funzione stabilizzatrice, più che destabilizzatrice?
Pensiamoci un po': cosa sarebbe successo se l'Italia fosse finita in mano a quelli come D'Alema, cioè agli amici, ancorché un po' critici, dell'Unione Sovietica? Com'è che dice Silvio nostro? “Ovunque i comunisti sono andati al potere hanno portato miseria, terrore e morte”, giusto?

E allora piazzare una bombetta su un treno magari può aiutare, no? A tenerli lontani, dico...
Coraggio, su: che saranno mai, pochi morti oggi, se possono salvarci dal baratro di domani?
Come dite? Che gli inciuci dell'Assemblea costituente erano fatti alla luce del sole e non sono quindi in alcun modo paragonabili a dei sanguinosi attentati? Che il mio è un paradosso davvero molto rozzo? Senz'altro, senz'altro.
D'altra parte, questo è il blog di una persona dai mezzi intellettuali modestissimi.
Epperò, 'sto D'Alema...
Che tristezza pensare che in Italia abbiamo avuto lo stragismo per tenere lontano dal governo del Paese uno come lui.

lunedì 14 dicembre 2009

Casi umani

Come mai si permette a un uomo di 73 anni - che, dopo una vita di lavoro indefesso, è diventato ricco come un creso facendo ricchi come cresi pure quelli che più dovrebbero essergli vicini: i famigliari (ben cinque, i suoi figli, da due mogli diverse), gli amici di una vita come il signor Confalonieri, il signor Dell'Utri, il signor Letta - di passare la domenica comiziando in piazza, al freddo e al gelo? Ma pensateci un po' su, dai.
Ieri a Milano c'era un tempo da lupi e lui lì, a sgolarsi senza cappotto... A 73 anni! Non è un'enormità, questa?
E dopo il freddo e la fatica, quando sta finalmente per ritornarsene a casetta sua, gli capita pure di imbattersi in un disadattato che gli spacca i denti e lo manda all'ospedale.


Tra le altre cose, il nostro possiede pure una magnifica villa alle Bermuda e invece di starsene là, panza all'aria, come si meriterebbe ampiamente dopo una vita di lavoro, ripeto, indefesso, passa la domenica a Milano (no, dico: Milano, uno dei posti più deprimenti dell'universo), a comiziare al freddo e al gelo, senza cappotto per giunta, per poi finire a fare da bersaglio a un matto incazzatissimo col mondo.
E gli è andata ancora di lusso, gli è andata: poteva rimetterci la vita e non solo un paio di denti.
A me fa tanta pena, quest'uomo. A voi no?

sabato 12 dicembre 2009

Per Giuseppe e Licia Pinelli

Il 12 dicembre, nel 1969, cade di venerdì.
Su Milano il cielo è plumbeo.
Alle 16 e 30 del pomeriggio ci sono ancora dei clienti nella sede Banca dell'Agricoltura, in Piazza Fontana.
Alle 16 e 37 scoppia una bomba, 7 chili di tritolo.
Muoiono in 17, i feriti sono 88.

Lo stesso pomeriggio, a Roma, scoppiano altre tre bombe: due all'Altare della Patria, una nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro, in Via San Basilio. I feriti sono 16.
Una quinta bomba viene rinvenuta inesplosa a Milano, in Piazza della Scala, nei locali della Banca Commerciale.
Dall'allora capitale morale il prefetto Libero Mazza, poco dopo la strage, telegrafa al Presidente del Consiglio dei ministri, Mariano Rumor: “L'ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza le indagini verso gruppi anarcoidi”.
In quattro giorni vengono fermati, soltanto nel capoluogo lombardo, 84 fra anarchici e militanti dell'estrema sinistra.

Giuseppe Pinelli, 41 anni, frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi, anarchico, viene convocato in questura la sera stessa della strage.
Ci arriva in motorino.
Comincia a morire il 12 dicembre 1969, Pino Pinelli, anarchico.
A interrogarlo iniziano subito. Tre giorni dopo, lunedì 15, si trova ancora lì, in questura: non gli è stata contestata alcuna imputazione precisa, ma non viene rilasciato. Durante gli interrogatori, racconteranno poi, faceva dei disegni per le sue due bambine.
L'ultimo interrogatorio ha inizio lunedì sera.
Mi telefonarono dalla questura verso le nove e mezzo, dieci, per chiedermi il libretto ferroviario di mio marito, quello dove sono segnati i viaggi. Dopo dieci minuti ho ritelefonato per dire che l'avevo trovato e se potevo andarlo a portare. Intanto, ho chiesto notizie di Pino e mi hanno risposto che era in questura dove stava molto bene. Mi avevano detto che avrebbero mandato qualcuno da me a ritirare il libretto. Verso le undici è arrivato un brigadiere. All'una meno dieci sono arrivati i giornalisti per avvisarmi che mio marito era caduto da una finestra del quarto piano della questura. Eravamo in casa io e le bambine piccole. C'era anche mia suocera. Tutte e due ci siamo mosse verso il telefono per chiamare la questura, per chiedere se era vero. Non ci volevamo rendere conto che le cose fossero andate così. Chiamiamo, io dico: «Sono arrivati due giornalisti, mi hanno detto che mio marito è caduto dal quarto piano della questura. Perché non siamo state avvisate?». Mi è stato risposto: «Non avevamo tempo».
Così la moglie di Giuseppe Pinelli, Licia.
Chi le risponde in quella bella maniera è il commissario Luigi Calabresi: «Ma sa, signora, abbiamo molto da fare».
Calabresi è il poliziotto che a Milano coordina l'ufficio politico della questura. Giuseppe Pinelli esce dalla questura, tre giorni dopo esserci entrato, proprio da una finestra dell'ufficio politico.

Lui che esce e io che lo inseguo per portargli il cappotto, noi due persone di mezz'età che hanno due figlie, che ridono e scherzano. Poi lui va in questura...
Questa è l'ultima immagine che Licia Pinelli ha di suo marito.
Sette mesi fa il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l'ha invitata al Quirinale e in quell'occasione ha parlato di «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi di un'improvvisa assurda fine».
Vedete, io potrò dimenticare tutto, di Giorgio Napolitano, ma non mi dimenticherò mai di queste parole.
Licia Pinelli non ha mai ottenuto un processo per la morte di suo marito: ci sono state solo istruttorie.
Licia Pinelli non ha mai smesso, in quarant'anni, di cercare la verità.
Giuseppe Pinelli, marito di Licia, padre di due bambine piccole, uomo buono, persona per bene, ferroviere, anarchico, è la vittima numero 18 della strage di Piazza Fontana.
Voglio sperare che le istituzioni si ricordino, in questi giorni di commemorazioni, di portare un fiore pure sulla sua tomba.

martedì 8 dicembre 2009

Pensierini del dì di festa

Ore 15.50, Rai 1: in diretta da Piazza di Spagna, in Roma, l'omaggio di Sua Santità Benedetto XVI alla Statua della Madonna Immacolata.
Incredibile: il Papa in tivvù nel Paese che discrimina ed emargina i cattolici!
In-cre-di-bi-le: il Papa in tivvù per quaranta minuti (segue, alle 16.30, La vita in diretta), come un'isola di speranza in quel mare di laicismo e miscredenza in cui il servizio pubblico radiotelevisivo pretende che tutti noi si vada, pian piano, alla deriva.

Il quotidiano la Repubblica informa che a vedere la Carmen, alla Scala, c'erano l'eurodeputato leghista Matteo Salvini, il ministro del Turismo Michela Brambilla e Valeria Marini in rosso.
Mia moglie: «Ma che cosa ci sono andati a fare? Cosa avranno capito? Non fanno un cervello in tre...».
Io: «Maddài: era un grande evento, dopotutto! Echeccazzo!».
Confesso: quando facevo l'assessore alla Cultura capitava, talvolta, che io usassi la parola evento, accompagnata immancabilmente dall'aggettivo grande, a designare un qualche spettacolo di più o meno forte richiamo popolare. Sottinteso: dovete esserci a prescindere, è un must e, se solo potessi darvelo, sarebbe pure un ordine.
Bene, mi vergogno come un ladro per averlo fatto. Perdonatemi, vi prego. La Cultura è sempre una cosa discreta: è per questo che ai grandi eventi può partecipare pure uno come Matteo Salvini...

Sostiene Beppe Fioroni che al famoso Partito Democratico “occorre un'evoluzione culturale. Alle parole individuo, collettivo, partito del lavoro dobbiamo sostituire persona, famiglia, etica. E non pensare di lasciare ai centristi la rappresentanza dei moderati”.
Dunque, ricapitoliamo: a individuo sostituiamo persona, a collettivo famiglia, a partito del lavoro etica.
Restiamo per un po' sul primo binomio, vocabolario della lingua italiana alla mano: la parola individuo come sostantivo maschile significa “essere umano, singolarmente considerato”, come aggettivo, letteralmente, “che non si può dividere”; persona invece significa “ogni individuo della specie umana”. La differenza tra le due parole sembra un po' una questione di lana caprina, insomma... non fosse per l'etimologia di persona: parola che deriva dall'etrusco phersu e significa maschera. Suggestivo, nevvero? E tanto più avendo noi a che fare con un democristiano di purissima caratura come Beppe Fioroni. Perché lo sapete, no? I politici democristiani, di maschere, sono espertissimi: mai guardato un politico democristiano dritto negli occhi?
E adesso passiamo, sempre vocabolario alla mano, a collettivo da sostituirsi con famiglia: la prima parola significa “ciò che è comune a più individui” o “che appartiene a una determinata collettività”; la famiglia (italiana), invece, è quel morbo di cui scrisse, tra gli altri, Leo Longanesi: avete presente? Ma pure Totò Riina, questo va detto, se ne intendeva (e se ne intende) parecchio, di famiglia...
Infine a partito del lavoro bisognerebbe sostituire etica. E qui non so proprio cosa dire: che caspita significherà mai, 'sta cosa? Eh? Mistero... E al mistero certe volte bisogna arrendersi senza fare tante storie, come suggerisce un personaggio di A Serious Man, l'ultimo film dei fratelli Coen.
Proviamo a concludere, dai: un dirigente di spicco del famoso Partito democratico pensa che all'Italia – il Bel Paese in cui la difesa con le unghie e con i denti dei sacri cazzi propri si è fatta, nel corso del tempo, sistema di vita e di interpretazione della realtà a scapito di qualsiasi idea di cosa pubblica – pensa che all'Italia, dicevo, serva meno società e più famiglia. Che ne dite? Sarà forse che non gli è ben chiara, poverino, la differenza tra la parola società e la parola socialismo? Chissà...
Comunque - voglio essere generoso con me stesso e pure con Fioroni - si tratta, qui, di un'importante questione culturale, che si pone precisamente nei seguenti termini: posso starci, io, nello stesso partito politico di questo tizio? No, perché mi sa proprio che non condividiamo la stessa etica...

Un paio d'ore fa ho finito di leggere Cose trasparenti, di Vladimir Nabokov.
Dove si dice che bisogna imparare a sfiorarla soltanto, la superficie della materia: il solo fatto di concentrarci troppo attentamente su di essa, infatti, “può farci sprofondare involontariamente nella sua storia”. E la storia fa male, ostia se fa male.
“Bisogna andarci, vede figliolo, piano”.

venerdì 9 ottobre 2009

Meno male che la Costituzione c'è!

Allora, c'è il deputato Antonio Gaglione, eletto in Parlamento nelle liste del famoso Partito Democratico, che diserta regolarmente le sedute della Camera. Di professione fa il medico e pare sia un medico di successo: sostiene che, siccome ha capito da quel dì che a Montecitorio non c'è mai niente di interessante da fare, beh, preferisce restarsene a Bari, a lavorare. Sostiene pure che il Piddì, che l'ha candidato, fa ridere quando non fa pena e perciò... non ci pensa nemmeno a dimettersi da parlamentare, il Gaglione, eh no! Passa armi e bagagli al Gruppo misto, invece. Dove troverà ad attenderlo l'ottimo Riccardo Villari, I suppose. Ve lo ricordate, Villari, sì?

Bene. Oggi mia moglie E. mi dice che tutto ciò le sembra intollerabile, che è una vergogna che a 'sto tizio si permetta di spernacchiare così prima chi l'ha candidato e poi (e soprattutto) chi l'ha eletto.
Io, che sono un cinico bastardo, le rispondo più o meno che sputerei volentieri in faccia non tanto a Gaglione e a Villari, quanto a chi li ha candidati, 'sti due zozzi impuniti.
Secondo mia moglie ci vorrebbe un regolamento parlamentare che imponga le dimissioni dall'Assemblea stans pede in uno a gente che ha tradito il mandato degli elettori e il gruppo parlamentare in cui è stata eletta.
Io le rispondo che non si può mica fare, eh no! L'articolo 67 della Costituzione non lo consente! Lo conoscete l'articolo 67 della Costituzione, nevvero?
“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Perciò c'è poco da almanaccare, mia cara: la Costituzione della Repubblica parla chiaro!
Poi, visto che sono un cinico bastardo, scoppio a ridere sguaiatamente.
La Nazione? Ah ah ah ah!!! Ma che cazzo vado dicendo? Ma non esiste più, la Nazione...

martedì 29 settembre 2009

Sapesse, contessa...

Non so se quelli che reggono di questi tempi le sorti della casa editrice Einaudi pensino che il libro sia una merce scadente.

Mi auguro di no e perciò fa un po' specie che L'oblio che saremo, di Héctor Abad, un'opera uscita da un paio di settimane e di cui si dice un gran bene, abbia la stessa copertina di I figli e i padri, la raccolta dei tre romanzi – Luce del Nord; Colpa di nessuno; L'amico di infanzia – che ci ha lasciato il povero Sandro Onofri, pubblicata da Baldini Castoldi Dalai editore qualche mese fa ma ancora in libreria.
In quella che frequento io, Abad e Onofri stavano sullo stesso scaffale, lo scorso venerdì pomeriggio: ad appena tre metri di distanza l'uno dall'altro.

Lo so, lo so che ci sono problemi più seri (ci sono sempre problemi più seri dei miei, in realtà) ma insomma... come dire... tutto ciò non mi suona granché bene, ecco.
Sarà solo una mia fisima e comunque, già che ci siamo, come mai tanti refusi nei libri, da un po' di tempo a questa parte? E non sto parlando di carneadi dell'editoria, ma di realtà con un pedigree tanto: da Donzelli a Bruno Mondadori, da Bollati Boringhieri a... no, Adelphi non potrei dire: non ne sono sicuro, in effetti. E insomma...
Provo un fastidio fisico, io, a veder trattati male i libri, sapete?
E mi capita troppo spesso, ultimamente, di assistere ad autentici scempi.

mercoledì 16 settembre 2009

People who died

Ieri ho appreso la notizia della morte di Jim Carroll.
La prima volta che ne sentii parlare fu sul Mucchio Selvaggio (lo avreste mai detto?).
Era il 1982, il disco recensito si chiamava Dry Dreams: una bellissima copertina di letti sfatti in qualche camera newyorkese, un rock'n'roll duro e quadrato ma pure elegante la sua parte (il giro era quello di Patti Smith - grande amica di Carroll - e dei Blue Öyster Cult), un ragazzo cattolico in attesa della sua redenzione, una poesia da marciapiedi e vicoli bui, estrema propaggine della Beat Generation nell'epoca del punk rock e della new wave.
Ricordo che un paio di anni dopo chiesi al mio amico Lorenzo, che aveva la fortuna - beato lui - di potersene andare in vacanza a New York, di comprarmi The Basketball Diaries, il bildungsroman di Jim Carroll tra pallacanestro, droghe pesanti e marchette per procurarsele. Il libro venne tradotto in italiano solo molto più tardi.

Questo solo per dirvi che, tra ieri e oggi, ho pensato spesso al 1982, al mio primo anno di liceo, a Jim Carroll, a quel suo disco dal titolo inquietante – Dry Dreams, i sogni asciutti: ovvero la crisi d'astinenza – e a quella canzone meravigliosa che si chiamava Rooms (ricordo che Mauro Zambellini, sul Mucchio, ne parlò come della più bella drug song dai tempi dei Velvet Underground e aveva ragione, ostia se ce l'aveva) che, in quei tempi da vinile, ascoltai fino a consumarne i solchi.
Sia lieve la terra a Jim Carroll.

You're passing,
I hear your shadow through the door
It's outlined on my shade
Like a map of some foreign shore
If I could keep that shadow,
I could live forever in these

Rooms, the rooms inside my dreams . . .
And dreams have kept me in these rooms

I've never seen her face
But I've memorized each sound . . .
The way the wind meets grace
When its shadows pull her gown

But I could never hear the whispers,
Voices cannot reach my room

I live inside my dreams, and dreams
Have locked me in these rooms

I have no sense of time,
Or even night and day.
I left my body
Somewhere, somehow it
Just got in the way

I guess I always knew
These rooms would all lead back to you.

mercoledì 26 agosto 2009

Sapete com'è...

"Un Kennedy non piange". Rose Fitzgerald Kennedy lo ricordava sempre, ai suoi figli.

domenica 26 luglio 2009

Ricco nella valle degli ignari (che culo, eh?)


Quella che sta emergendo in Italia sotto i nostri occhi è una cultura dell'informazione tipica dei regimi autoritari.
In Italia ci sono ricchi e poveri anche in fatto di informazione. I ricchi sono quelli che leggono i quotidiani come la Repubblica, il Corriere della Sera e la Stampa, gli utenti della rete e chi ascolta le poche radio d'informazione indipendenti. I poveri, molto più numerosi, sono quelli che guardano i tg, controllati direttamente o indirettamente da Berlusconi. È una situazione anomala e allarmante per un paese democratico dell'Europa occidentale.
Prima della caduta del muro di Berlino, una parte della Germania est comunista – e precisamente la zona di Dresda – era chiamata “la valle degli ignari”, perché i suoi abitanti non riuscivano a ricevere il segnale delle tv occidentali e dovevano accontentarsi dell'informazione di regime. La loro visione del mondo era quella fabbricata dal governo.
Siamo abituati a pensare all'Italia come a quel paese di forma sottile e allungata che ha una spina dorsale montuosa.
Ma fin quando Berlusconi rimarrà in carica, faremmo meglio a immaginare l'Italia come un paese attraversato per il lungo da una spaccatura ampia e profonda: una nuova valle degli ignari.



John Hooper, The Guardian

giovedì 30 aprile 2009

Grissom addio!

"Grissom non mi mancherà, è una parte di me che ha raggiunto la sua fine. Dopo nove anni tutto stava diventando troppo meccanico". Così William Petersen che, in CSI, lascia il posto a Laurence Fishburne.

Massimo rispetto per Petersen ma a me Gil Grissom invece mancherà. E molto.