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venerdì 11 novembre 2011

Come eravamo

Nel mondo prima del berlusconismo... Anzi, no, dai: posso fare di meglio.

Nel mondo prima del maggioritario, quando andavo in edicola a comprare la Repubblica o l'Unità e notavo che il signore accanto a me comprava il Giornale (diretto da Montanelli, vabbé, ma era comunque il Giornale), pensavo (più o meno, ma insomma): “Guarda guarda: un conservatore”.
(e lui di me pensava una cosa tipo: "Bah, 'sti comunisti... State lì dove state, va, che state bene...")
Nel meraviglioso mondo del maggioritario, quando vado in edicola a comprare la Repubblica o la Stampa (l'Unità non la compro più da almeno dieci anni, e per ottimi motivi) e vedo il signore accanto a me che compra Libero o il Giornale, io penso: “Guarda guarda: uno stronzone. Povero demente...”.
(e lui, di me, in genere pensa: “Guarda guarda: un comunista di merda. Meno male che Silvio c'è, schifoso farabutto che non sei altro...”)
Questo è quello che ci resta del berluscon... Anzi, no, dai: questo è quello che ci resta del maggioritario.
(perché senza il maggioritario Silvio Berlusconi non sarebbe mai diventato il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: chi non ha capito questo, secondo me, non ha capito un accidente di niente di tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni che vanno dal 1994 al 2011, e soprattutto del perché tutto ciò che è accaduto in Italia negli anni che vanno dal 1994 al 2011 sia potuto accadere)



(nella foto, una soddisfattissima vestale del berluscon... Anzi, no, scusate: una soddisfattissima vestale del maggioritario)

mercoledì 29 giugno 2011

Poeti quasi a modo...


Restiamo aggrappati allo scoglio
trafitti da aliquote nuove:

ed è subito Grecia.

lunedì 20 giugno 2011

Definizioni

Dicesi pedagogia l'arte e la scienza dell'educazione che “si occupa della formazione del fanciulli, nel suo aspetto fisico, intellettuale e morale” ‖ estens. Teoria dell'educazione comprendente lo studio dei fini del processo educativo, dei problemi di apprendimento e delle tecniche di insegnamento.

Dicesi pedagogista lo studioso, o l'insegnante, di pedagogia ‖ estens. Persona che non vede un'aula scolastica da almeno trent'anni.

Almeno.

lunedì 21 marzo 2011

Gli sfondoni di Scalfari e Nichi che dice bafta

Ieri, nella sua consueta omelia domenicale, Eugenio Scalfari ha scritto che “Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait però si ritirò subito dopo l'ingiunzione internazionale ma l'armata di Bush in nome dell'Onu lo inseguì fino a Baghdad, lo processò e lo giustiziò”.
Ho atteso inutilmente un'errata corrige su la Repubblica di oggi. Non c'era niente.
Qualcuno lo avrà notato, lo sfondone? O forse non c'era nessuno, in via Cristoforo Colombo 90 a Roma, che fosse disposto a far le pulci al barbone del padre fondatore del glorioso quotidiano di riferimento di noi ceti medi riflessivi?
Poco male, in ogni caso. Ci avrà pensato la stampa berlusconiana, immagino, a far presente che, se le cose fossero andate come le ricorda lo Scalfari, una seconda guerra del Golfo non avrebbe potuto aver luogo manco per sogno.
Eh, già: se nel 1991 l'esercito irakeno in rotta fosse stato inseguito dal Kuwait liberato fino a Baghdad, il famoso Occidente non avrebbe avuto bisogno di inventarsi, dodici anni dopo, la balla spaziale dell'uranio del Niger per giustificare l'operazione Iraqui Freedom.
Detto ciò, non ho molta voglia di scrivere qualcosa su quanto sta accadendo in Libia in questo momento, se non che le truppe di Gheddafi avrebbero dovuto essere fermate, nell'unico modo possibile, già dieci giorni or sono.
Adesso va bene bombardare chi non ha esitato a sparare sui civili per riprendersi il potere (momentaneamente?) perduto, è giusto provare a fermarlo, ma ho come l'impressione che le bombe occidentali rischino di essere molto poco efficaci.
Si è perso tanto tempo. Troppo?
In ogni caso, io ai raid aerei sulla Libia sono favorevole. Immagino che pure a Bengasi e a Tobruk ci siano un sacco di persone favorevoli e mi fa molto piacere essere d'accordo con lo loro e in totale disaccordo col nichivendola di turno che oggi, sempre sulla solita Repubblica, appariva preoccupatissimo: quale sarà lo lo slogancino appropriato alla bisogna, cari compagni?
Il più grande poeta di Terlizzi pare abbia scelto NO A GHEDDAFI NO ALLA GUERRA.
Che dire? A qualcuno il genere piace. A me, invece, ha veramente rotto i coglioni.
Tra l'altro, proprio non riesco a non pensare al fatto che furono i raid americani sulla Serbia, dopo che Milosevic aveva ordinato la pulizia etnica in Kosovo, a far cessare le ultime guerre balcaniche in ordine di tempo, quelle che noi europei ci siamo goduti per quasi un decennio, comodamente seduti in poltrona, senza fare un cazzo di niente per fermarle prima che arrivasse Bill Clinton – evidentemente molto preoccupato, e non ho mai capito per quali pozzi di petrolio – a mettere a posto tutto.
A Bill Clinton i kosovari hanno poi dedicato il Bill Clinton Boulevard, a Pristina.
E, chissà, forse dedicheranno una strada pure a quelli che, mentre Clinton bombardava i responsabili della pulizia etnica, in Italia dicevano NO A MILOSEVIC NO ALLA GUERRA.
Ma col tempo. Adesso non credo siano ancora pronti.




P.S.
Disse una volta il grande John Huston che davanti a un disgraziato che sta affogando si incontrano, di solito, due categorie di uomini: quelli che si buttano in acqua per salvarlo e quelli che si mettono a fare della filosofia sulla brevità della vita umana.
Sapendo che, certo, le guerre si fanno per ben altro (ben altro tipo il petrolio, perbacco!), voi a quale delle due categorie sentite di appartenere?

martedì 1 marzo 2011

Roba paranormale sul serio

Leggo sui giornali che l'indagine sulla scomparsa della povera Yara Gambirasio viene adesso giudicata «senza dominus e con troppi passi falsi», oppure come «una sequenza di eventi in cui i “vuoti” hanno prevalso sui “pieni”»: i carabinieri che puntano subito sul solito sospetto, cioè l'immigrato (in ogni indagine che si rispetti in cui la vittima sia un italiano, ancora meglio se un'italiana, ne deve per forza saltar fuori uno, ormai: stavolta è toccato a tal Mohammed Fikri, marocchino); le indagini della Mobile su un testimone, Enrico Tironi, a lungo considerato attendibile ma che ha finito per rivelersi un mitomane; i Ros su un cantiere edile che viene scandagliato persino con un geo-radar e dulcis in fundo...
Beh, dulcis in fundo ci sono state «le segnalazioni delle sensitive a Udine e Forlì».
Le sensitive.
Cioè, come da vocabolario, delle «persone dotate di facoltà paranormali».
«A metà gennaio
– ha scritto ieri la Repubblica - l'ennesima maga la spara grossa: cercate Yara nel borgo di Viaso (Udine). Si scava anche lì: una bufala».

Si è scavato, capite? E, nonostante l'avesse detto la maga, sotto terra non c'era nulla, ma proprio nulla: il corpo di Yara, povera bambina, si trovava, incredibilmente, altrove.
Io non so che dire.
Mi pare brutto chiedere su quale capitolo di bilancio sarà finita la gita degli inquirenti a Viaso (in comune di Socchieve, provincia di Udine) per verificare le indicazioni della maga, anzi della sensitiva, in contatto permanente, presumo, con l'anima de li mortacci sua.
Mi pare brutto, sì.
E però, checcazzo, ma siamo a questo? Alle maghe?
E alla mamma di Yara Gambirasio chi indagava glielo diceva, sì?
Glielo diceva che per scoprire dove fosse finita la sua bambina si doveva conferire con la maga, anzi con la sensitiva?

domenica 16 gennaio 2011

(Il mio rapporto con il) Progresso

Oggi ho finalmente capito che cosa Fiat vorrebbe produrre a Mirafiori.
Stava scritto su Repubblica, a pagina 13.
A Mirafiori si produrrà... il Suv!!! Pensate un po' che roba: il Suv!!!
Nelle due versioni (ché una non basta, evidentemente), Jeep e Alfa.
Secondo il Lingotto, «per la fine del 2012 il Suv dovrà essere già in produzione (280mila vetture l'anno) e pronto per essere commercializzato».

Ve lo dico? Massì, ve lo dico...
Non credo sia mio interesse vedere i Suv - quei bestioni terribilmente ingombranti e impestanti - correre in strada.
E non intendo l'interesse di Stefano Piredda in quanto cittadino di questa cazzo di Repubblica, ma l'interesse di Stefano Piredda in quanto essere vivente su questo cazzo di pianeta che dovrebbe continuare a esistere, si spera, anche quando Stefano Piredda sarà morto...
Mi dispiace un sacco per gli operai di Mirafiori, ma quello che produrranno nei prossimi anni è pura follia.
Se i posteri malediranno il nome degli uomini del 2011 - e lo straordinario ingegno che li portò a produrre e commercializzare i Suv - beh, per quanto mi riguarda faranno benissimo.
Ma già... in fondo che cosa hanno fatto, i posteri, per noi?

domenica 31 ottobre 2010

Quando la nave andava


Ha scritto Giuseppe Pontiggia che “la seconda metà della vita viene spesso impiegata, più che a scoprire nuove verità, a liberarsi dalle menzogne della prima”.
Mi ci ritrovo pienamente, in queste parole.
Per dire, ricordo come se fosse oggi una serata del 1987 in cui io e i miei sodali Fabio M., Franco V., Stefano F. e Paolo B. ci ritrovammo a casa dei miei genitori per assistere, emozionatissimi ed eccitatissimi, alla storica intervista concessa da Fidel Castro a quella macchietta di Gianni Minà. Facevamo il tifo per Cuba, noi. Anzi, siccome devo parlare per me, io facevo il tifo per Castro.
E già che ci sono mi ricordo anche di quando facevo il tifo per l'I.R.A.: perché, vedete, una volta ero “antimperialista”, io. Perciò ritenevo che sparare ai militari inglesi e far esplodere delle automobili imbottite di Semtex in giro per l'Irlanda del Nord fossero cose sacrosante in quanto, appunto, “antimperialiste”. Per provare a giustificarmi potrei dirvi che rimasi parecchio impressionato dalla morte di Bobby Sands e degli altri nove a Long Kesh, nell'Ottantuno, e che tutto il resto venne di conseguenza, ma insomma... simpatizzavo per il terrorismo dell'I.R.A., questo è quanto: non l'ho rimosso, ahimè, non ci sono mai riuscito.
E dunque nella mia complicata adolescenza ho detto (e fatto) moltissime cazzate di cui oggi mi vergogno parecchio. Potrei raccontarvene tante altre, ma credo che quanto sopra sia già più che significativo.
Di una cosa, però, non mi sono mai pentito: di aver odiato profondamente Bettino Craxi.

Odiavo le sue lunghe pause tra parola e parola. Odiavo vederlo in maniche di camicia ai congressi del suo partito, sudato come una bestia dopo ore e ore di parole e lunghe pause. Odiavo i suoi occhiali. Odiavo vederlo agitare minacciosamente quel suo ditone da gorilla. Odiavo i nomi dei suoi sottopanza (Giusi La Ganga... La Ganga, ma vi rendete conto? Paris Dell'Unto... Dell'Unto?!?). Odiavo l'evocazione ossessiva di quella sua 'Grande Riforma' dei cui reali contenuti nessuno ha mai capito un accidente di niente e che però era 'Grande', ostia.
E poi odiavo la nave che andava. Odiavo le grottesche piramidi di Panseca. Odiavo la pubblicità dell'Amaro Ramazzotti. Odiavo la Vanoni. Odiavo Gianni Versace.
Sì, lo odiavo ferocemente, Bettino Craxi, che fu 'garibaldino' a Sigonella, come no, e che alla fine di quella splendida garibaldinata fece scappare dall'Italia, e con tutti gli onori (ma nessuno, chissà perché, lo ricorda mai), gli assassini di un povero paraplegico ebreo.
Ho pensato tanto a Bettino Craxi, in questi ultimi giorni.
Perché è a lui, proprio a lui, che dobbiamo lo schifo indicibile che, da qualche anno in qua, abbiamo imparato a chiamare berlusconismo.

Craxi, al tempo, lo chiamava modernizzazione.

venerdì 22 ottobre 2010

La Talkischeap Travels organizza!



Pellegrinaggio per gruppi min. 25 persone a San Giovanni Rotondo (FG) e Avetrana (TA) . Pensione completa 4 giorni, 3 notti.



PROGRAMMA VIAGGIO


1° giorno - VERSO SAN GIOVANNI ROTONDO - SAN PIO.
Partenza in torpedone ore 8:00 dal luogo convenuto. Soste lungo il percorso e arrivo previsto a San Giovanni Rotondo (FG) in prima serata. Sistemazione in hotel 2*. Cena al ristorante Tuppe tuppe, marescià e pernottamento in hotel.
2° giorno – SAN GIOVANNI ROTONDO - Visite libere.
Prima colazione in hotel. Giornata a disposizione per visite individuali e devozioni presso il moderno Santuario la cui cripta ospita la Tomba di San Pio (poco lontano troviamo anche la Casa della Sofferenza e il piccolo Convento di S. Maria delle Grazie dove visse e operò il Santo da Pietrelcina). Pranzo al ristorante Tuppe tuppe, marescià. Pomeriggio a disposizione per continuare le visite ed il pellegrinaggio alla tomba del Santo. Cena al ristorante Tuppe tuppe, marescià e pernottamento in hotel.
3° giorno – AVETRANA E LA TRAGEDIA DI SARAH.
Prima colazione in hotel. Partenza in torpedone ore 9.00 dal luogo convenuto. Soste lungo il percorso ed arrivo previsto ad Avetrana (TA) nel primo pomeriggio. Sistemazione in hotel 2*.
Nel corso della giornata: visita in gruppo alla casa di via Deledda in cui la piccola Sarah Scazzi è stata aggredita e soffocata da Michele Misseri - lo zio orco - il 26 agosto 2010 (sosta davanti al portone che immette al garage e alla cantina sotterranea della "casa dell'orrore"); proseguimento del pellegrinaggio alla volta della dimora della piccola Sarah, in Via Verdi (sosta davanti al portone di casa Scazzi); visita al campo sportivo di Avetrana dove sono state celebrate le esequie della piccola Sarah (con possibilità di assistere all'allenamento dell' A.S. Sant’Antonio Avetrana); visita alla tomba della piccola Sarah al cimitero di Avetrana. Cena al ristorante da Savino 'u pacce e pernottamento in hotel.
4° giorno - RIENTRO A MONFALCONE.
Prima colazione in hotel. Partenza in torpedone ore 9.00 dal luogo convenuto per il viaggio di rientro con soste lungo il percorso e arrivo previsto a Monfalcone in tarda serata.



QUOTA PER PERSONA € 200.
Una batteria di pentole in regalo ai partecipanti!!!

lunedì 17 maggio 2010

"Certi costi è il mercato che li fa: Mourinho è bravo e perciò costa" (sentita veramente)

Leggo oggi sul giornale che Mourinho, l'allenatore dell'Inter (la famosa squadra di calcio), abita a Bignanico, sul lago di Como, “nella neoclassica Villa Ratti, parco secolare più piscina più padiglioni per gli ospiti più eliporto, alla modica cifra di 200mila euro all'anno”.
Ma arriveranno, i barbari. Arriveranno...

sabato 6 marzo 2010

Destino final

Voglio segnalarvi un bell'articolo di Gigi Riva (no, non è quel gentiluomo di Rombo di Tuono: trattasi di omonimia) che compare sull'ultimo numero de L'espresso.
Ne I voli della morte si racconta di un lavoro investigativo lungo tre anni che ha consentito di scoprire otto nomi di piloti che negli anni Settanta parteciparono, in Argentina, a quei vuelos de la muerte con cui la giunta militare al potere a Buenos Aires tra il 1976 e il 1983 si sbarazzò dei corpi di almeno cinquemila desaparecidos: uomini e donne che furono gettati nell'Oceano Atlantico, tramortiti ma vivi, da aerei della Prefectura Naval Argentina.
Come raccontò al giornalista Horacio Verbitsky il capitano Adolfo Scilingo, che partecipò a due voli in cui trovarono la morte rispettivamente 13 e 17 prigionieri, «la decisione dei voli fu comunicata ufficialmente dal viceammiraglio dell'Armada Mendìa pochi giorni dopo il golpe del 1976. Ci è stato spiegato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi nell'Armada si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. I sovversivi non sarebbero stati fucilati per non aver gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna e Pinochet in Cile».

I “sovversivi”, inghiottiti dai centri di detenzione illegale della dittatura (luoghi tristemente famosi come l'Esma, Virrey Ceballo, Club Atletico e quel Garage Olimpo a cui Marco Bechis ha dedicato un film straziante che finiva proprio con la scena di alcuni prigionieri che venivano caricati su un aereo che poi decollava), dopo essere stati torturati per giorni, settimane o anche mesi, venivano gettati in pasto ai pesci.

Grazie alla tenacia di un fotografo italiano, Giancarlo Ceraudo (al lavoro in Argentina per un suo progetto fotografico chiamato Destino final, che è il modo in cui le compagnie aeree nei Paesi di lingua spagnola indicano il punto di arrivo di un viaggio), di una giornalista cinquantatreenne molto popolare in Argentina, Miriam Lewin (sequestrata dalla polizia a 19 anni perché simpatizzante peronista ma sopravvissuta), e dell'attore, regista, produttore e pilota di aerei Enrique Piñeyro, sono stati ritrovati dei documenti preziosissimi. In pratica, i piani di volo degli assassini, con i nomi dei piloti, i velivoli e gli aeroporti usati, e in quali giorni: scrive Gigi Riva che i militari non li distrussero «perché avevano un senso profondo dell'impunità, perché credevano che quei brogliacci (...) non sarebbero più stati ritrovati».
Quei documenti, che sono stati messi a disposizione della giustizia argentina, «aprono la possibilità di portare alla sbarra i piloti dei voli della morte. (...) I parenti dei desaparecidos - scrive Riva - non hanno avuto nemmeno i corpi dei loro cari da piangere. Almeno vogliono guardare in faccia chi diede l'ordine di aprire il portellone: per buttarli in pasto ai pescecani».




P.S.
Segnalo volentieri questo articolo perché parla della giustizia degli uomini che alla fine trionfa.
Sapete, mi fa piacere pensare – oggi che la prepotenza e la menzogna hanno vinto nuovamente, in Italia, e nell'indifferenza dei più, come al solito - che la giustizia alla fine trioferà.
Alla faccia delle canaglie, ma soprattutto dei pavidi e dei vigliacchi.

domenica 10 gennaio 2010

Le arance di Rosarno


Oggi, a pranzo a casa dei miei, ho buttato l'occhio al Tg2 delle ore 13. A un certo punto c'è un servizio sul pogrom di Rosarno. Le immagini mostrano degli aranceti. Gli alberi sono stracarichi di frutta. E anche ai piedi degli alberi, arance a chili.
Qualcuno si chiede: “E adesso che a Rosarno non ci sono più gli immigrati, chi le raccoglierà, le arance?”.
Bé, io una risposta ce l'avrei. L'unica che i cittadini di Rosarno – quelli che «noi non siamo razzisti, ma quelli sono bestie»; quelli che «Bossi che chiama la Calabria Africa del Nord ora ci dovrà ringraziare, perché avrà capito che solo noi facciamo sul serio: lo Stato non ha fatto e non ha voluto fare niente, abbiamo fatto tutto noi, lo Stato preferiva proteggere loro e non noi»; quelli che «Bossi ha ragione lui, sugli extracomunitari: chi non ha un lavoro, qui in Italia non dovrebbe entrare mai»; quelli che «io abitavo a Nizza con la mia famiglia, moglie e due bimbe. Non ne potevo più, non volevo far crescere le mie figlie in quella città piena di immigrati. Il mio desiderio era quello di farle vivere in un ambiente sano come quello di Rosarno. Sono tornato, sono tornato e poi anche qui ho trovato quelli»; quelli che «qui non c'è la mafia perché la mafia è a Roma»: quelli – l'unica risposta, dicevo, che i subumani di Rosarno si meritino: un vecchio classico dell'avanspettacolo, in realtà.
Le arance, a Rosarno, le raccoglierà 'sto cazzo!!!
Che possa sprofondare, Rosarno. Con tutte le sue arance di merda.
E sprofondando, già che c'è, si porti dietro pure Bossi con tutta la sua bava.
Sono proprio stufo di vergognarmi del mio Paese, sapete? Stufo marcio.


P.S.
La migliore, in ogni caso, l'ha detta quello che un tempo abitava a Nizza con la sua bella famigliola di merda ma, sopraffatto dalla nostalgia di casa, ha voluto tornarsene al suo bel paesello calabrese del cazzo, e immagino quanto i francesi abbiano rimpianto la sua partenza...
«Non ne potevo più, non volevo far crescere le mie figlie in quella città piena di immigrati. Il mio desiderio era quello di farle vivere in un ambiente sano come quello di Rosarno. Sono tornato, sono tornato e poi anche qui ho trovato quelli».
Eh, già: dev'essere un ambientino davvero bello, Rosarno, per farci crescere dei figli, se è vero che il comune è stato sciolto nel gennaio del 2008 per infiltrazioni mafiose.
Brutta gentaglia schifosa.

giovedì 31 dicembre 2009

La sinistra non va a mare a Capitolo

La sinistra sarebbe chic, la destra invece pop (che deriva da popular, non da popò).
“La sinistra ama la taranta, anzi la pizzica, non perché sia bella ma perché è chic. Ma non va a mare a Capitolo, spiaggia affollata e chiassosa, veracemente pugliese, che io invece frequento”.

Così Checco Zalone, professione comico, l'ultima grande scoperta di Italia1, rete televisiva berlusconiana giovanilista e very, very popular.
In Italia con queste cacchiate ci balocchiamo da anni annorum. Sono appunto cacchiate, servono giusto a riempire mezza paginetta di quotidiano con un pezzo brillante (che so? Di quelli che la Repubblica richiede a Filippo Ceccarelli) e allora, direte voi, perché parlarne?
Ma perché Zalone è un comico, mi dicono, e in Italia è stata proprio la sinistra chic ad elevare i comici al rango di maîtres à penser anche se il povero Zalone evidentemente lo ignora.
La cosa, secondo me, è cominciata ai tempi del vecchio Cuore, quando furono moltissimi i lettori - forse qualcuno lo ricorderà - che, a più riprese, chiesero a Serra e compagni di “fare un partito”: lo avrebbero votato con la banda, garantivano.

È poi proseguita col dandinismo (da La Tv delle ragazze in giù) su Rai3, per tracimare, pian piano, nelle millanta piazze Navona del nostro scontento (con i comici a comiziare e a rubare la scena - mica difficile - a uomini pubblici a corto di fiato, di idee, di tutto), nel grillismo (ma, a ben vedere, nihil sub sole novi, in questo caso: al comico che si butta in politica c'era già arrivato Coluche, in Francia, e senza mandare avanti gli amici ma candidandosi lui direttamente), infine nei talk show politici dove, chissà mai perché, molto spesso è il comico di turno a introdurre (forse per alleggerire? Ma non è ormai da tempo insostenibile, la leggerezza della politica italiana?) il dibattito, anzi, gli strepiti delle scimmie in studio.
Ed ecco allora che gliela si chiede ben volentieri, un'opinione, al maître à penser Checco Zalone.
- “Checco, Checco, tu che sei così comico, che ci dici degli chic che schizzano la chiassosa Capitolo?”
- “Ma tutto il male possibile, ovviamente! Capitolo, spiaggia affollata e chiassosa, veracemente pugliese, io la frequento eccome!!!”
Evvai...

Dire che la sinistra ama la taranta, anzi la pizzica, è un po' come dire che i genovesi sono tirchi, i veneziani gran signori, i padovani gran dottori mentre i vicentini passano il loro tempo a mangiar gatti. Che altro? Ah, sì: Pisa merda!!!
Io conosco un sacco di gente che vota per la sinistra (che poi non è mica una cosa sola, tra l'altro, 'sta famosa sinistra) e che la taranta, anzi la pizzica, non solo non la ama niente, ma non sa nemmeno cosa sia.
Ora, su queste cacchiate, effettivamente, non meriterebbe scrivere nemmeno una virgola, se non fosse che a sinistra (non in tutta la sinistra... che poi non è mica una cosa sola, nevvero?) abbiamo maturato, negli ultimi anni, un bel po' di senso di colpa per la nostra famosa cultura (???) da ceti medi riflessivi, noi che una volta eravamo i partiti di riferimento per quelle classi popolari che in questi giorni stanno affollando le sale dei cinema dove si proietta Natale a Beverly Hills (facendosi un baffo, evidentemente, di quel cinema d'essai che allieta le nostre meravigliose serate da segaioli). Quel senso di colpa che ha fatto dire al Bersani "basta alla puzza sotto al naso della sinistra, ci deve piacere la gente che guarda Rete4".
E anche lui, come il povero Checco Zalone, generalizza alquanto, no? La sinistra ha la puzza sotto al naso?
Ma io conosco un sacco di gente di sinistra che guarda Rete4, caro Bersani... E conosco, pensa un po', persino della gente che alle ultime politiche ha votato per dei partiti di sinistra e che oggi, proprio oggi, se n'è andata al multisala a cuccarsi beata il cinepanettone di quest'anno.

E per me non è mica un problema, questo, sai? A vedere Natale a Beverly Hills io non ci andrei manco sotto tortura, ma ti assicuro che non è un problema. Come non lo è sentire i leghisti, un giorno sì e l'altro pure, sbraitare contro i professori fighetti e lontani dal popolo. E che? Dovrei forse sentirmi toccato, in qualche modo?
Mio padre, che ha solo la quinta elementare, insistette molto, al tempo, perché io studiassi e prendessi quella cazzo di laurea che ha fatto di me un professore fighetto di quelli che mai e poi mai andrebbero a mare a Capitolo, spiaggia pugliese affollata e chiassosa.
Chissà perché insisteva tanto, pover'uomo, ma io comunque ho un enorme rispetto per lui.
Come diceva Noventa, è un errore infantile, “che è di quasi tutti gli uomini, ma non dev'essere mai di chi si pone come capo o come maestro”, quello del non saper guardare i propri genitori in faccia: l'errore del "credersi liberi, cioè, dalla propria tradizione familiare a scuola o a spasso...”.
Nella mia tradizione familiare c'è un papà, nato poverissimo, che credeva (e ancora crede...) nel potere e nel valore della cultura.
Nella tradizione familiare di Umberto Bossi non so cosa ci sia e devo proprio confessarvi che non me ne frega un cazzo.
So però che se fosse capitato a me, com'è capitato al figlio di Bossi, d'essere bocciato per tre volte consecutive all'esame di maturità, a quest'ora camminerei zoppo perché il mio babbo mi avrebbe storpiato...

Detto ciò, e chiudo, del fatto che esista la cultura sono certo, non so però cosa sia la “cultura di sinistra”, ahimé. Magari, col tempo, finirò per scoprirlo.
Invece conosco bene, purtroppo, la brutta razza di esangui vigliacchi che sta guidando la sinistra italiana, o quello che ne rimane, in questo particolare momento storico.
E dicendo questo io non sto generalizzando.
“Ci deve piacere la gente che guarda Rete4?”. Ma non dire cazzate, va...

martedì 29 settembre 2009

Sapesse, contessa...

Non so se quelli che reggono di questi tempi le sorti della casa editrice Einaudi pensino che il libro sia una merce scadente.

Mi auguro di no e perciò fa un po' specie che L'oblio che saremo, di Héctor Abad, un'opera uscita da un paio di settimane e di cui si dice un gran bene, abbia la stessa copertina di I figli e i padri, la raccolta dei tre romanzi – Luce del Nord; Colpa di nessuno; L'amico di infanzia – che ci ha lasciato il povero Sandro Onofri, pubblicata da Baldini Castoldi Dalai editore qualche mese fa ma ancora in libreria.
In quella che frequento io, Abad e Onofri stavano sullo stesso scaffale, lo scorso venerdì pomeriggio: ad appena tre metri di distanza l'uno dall'altro.

Lo so, lo so che ci sono problemi più seri (ci sono sempre problemi più seri dei miei, in realtà) ma insomma... come dire... tutto ciò non mi suona granché bene, ecco.
Sarà solo una mia fisima e comunque, già che ci siamo, come mai tanti refusi nei libri, da un po' di tempo a questa parte? E non sto parlando di carneadi dell'editoria, ma di realtà con un pedigree tanto: da Donzelli a Bruno Mondadori, da Bollati Boringhieri a... no, Adelphi non potrei dire: non ne sono sicuro, in effetti. E insomma...
Provo un fastidio fisico, io, a veder trattati male i libri, sapete?
E mi capita troppo spesso, ultimamente, di assistere ad autentici scempi.

giovedì 24 settembre 2009

Anche tic come un parlamentare papista del piddì!

Ho un problema di coscienza.

Aiutatemi a uscirne, su...
Dovreste, per favore, impiccarvi alle mie idee.

giovedì 13 agosto 2009

Chi cerca, trova

Lo saprete, immagino: il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato da 24 soggetti (tra di essi, l'Unione delle comunità ebraiche, i valdesi, i luterani) per l'annullamento dell'ordinanza del ministro dell'Istruzione dell'ultimo governo Prodi, Giuseppe Fioroni, che prevedeva, per gli esami di maturità 2008/2009, che la frequenza dell'ora di religione cattolica concorresse all'attribuzione del credito formativo. Secondo il tribunale amministrativo, invece, i “docenti di religione cattolica” non possono partecipare “a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l'attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento”.
La sentenza afferma pure che “un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico” e che lo Stato “non può conferire ad una determinata confessione una posizione dominante violando il pluralismo ideologico e religioso”.
La Conferenza Episcopale Italiana si è incazzata di brutto, naturalmente: la sentenza del Tar del Lazio sarebbe solo il frutto malato di un “bieco illuminismo”. La buttano sulla cultura, i preti: “l'insegnamento della religione cattolica non sostiene scelte individuali, ma di una componente importante di conoscenza della cultura italiana. Con buona pace dei laicisti e dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane” (e gli ebrei?).
L'attuale ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, ha già annunciato il suo ricorso contro la sentenza (il suo predecessore, il povero Fioroni appunto, glielo aveva chiesto da subito e alquanto perentoriamente): “Faremo ricorso al Consiglio di Stato. I principi cattolici sono patrimonio di tutti” perché “la cultura del nostro Paese è intrisa di cultura cattolica, la scuola ha il compito di trasmettere questi valori non solo religiosi ma culturali”.
Fin qui i fatti, adesso le opinioni: le mie (povere) opinioni.
L'Italia è un paese cattolico? Eccome se lo è.
E la cultura dei cattolici tosti (quelli alla Binetti o alla Fioroni) prevede, come voleva Agostino di Ippona, la subordinazione della città terrena alla Civitas Dei. E si capisce: anche se l'esistenza del cristiano deve gioco forza svolgersi nel mondo, dal mondo sarà prima o poi separata. Ma quello che accade dopo, per un cristiano, è molto più importante di ciò che è accaduto prima.
Il cristiano, da vivo, dovrà portarsi in modo da conseguire la propria salvezza ultraterrena; lo Stato e chi lo governa avranno perciò innanzitutto il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione della salvezza del singolo. Ne consegue che, nel pensiero cristiano, morale e politica procedono necessariamente divaricate perché la destinazione dell'individuo non è neanche lontana parente della destinazione della società.
Aveva ragione Jean Jacques Rousseau, altro che, quando scriveva che “il cristiano è un cattivo cittadino. Se nella società fa il suo dovere, ciò è un dato di fatto, ma non di principio, perché per il cristiano è essenziale il Paradiso”.
Perciò mi sa che non ha alcun senso incazzarsi se Fioroni o la Binetti pretendono che coloro a cui non importa un fico secco della fede cattolica operino invece secondo i dettami della fede cattolica: è nella loro natura, punto. Inutile quindi discuterci, con Fioroni e con la Binetti: si perde tempo e basta. Bisogna solo combatterli, Fioroni e la Binetti. E senza concedere nulla, perché loro non concederanno mai nulla: trattasi di gente abituata a rappresentare al proprio meglio la Verità Assoluta, il “relativista etico” che, poveretto, non è d'accordo con loro merita solo disprezzo, nella migliore delle ipotesi sussiego.
Poi.
L'Unità d'Italia - che verrà forse celebrata, nel 2011 - nasce contro il papismo: spero proprio che qualcuno si degnerà di ricordarlo, se non fa troppo schifo...
Per una settantina d'anni ci fu una divergenza radicale tra il Regno d'Italia e la Chiesa cattolica: divergenza superata solo con il Fascismo e con Benito Mussolini “uomo della Provvidenza”, e qualcosa questo vorrà pur dire, nevvero?
I liberali che fondarono lo Stato italiano, poi sconfitti dai fascisti, sono stati sempre e solo un nemico da combattere, per il Vaticano. Pio XI parlò di “disordinamenti liberali” (che altro non sono che un prodotto del “bieco illuminismo” di cui si è querelata ieri la Cei) mica per niente: mi piace un sacco ricordarlo!
La Chiesa cattolica ha sempre avversato il liberalismo. E anche se Pio XII, dopo la caduta del Fascismo, dovette convenire che la democrazia dà luogo al miglior regime possibile, ciò non toglie che - aggiunse subito dopo – essa è legittima solo se conforme alla dottrina sociale della Chiesa.
L'idea dell'Italia come di uno stato confessionale fu viva almeno fino al Concilio Vaticano II: ancora negli anni Cinquanta il cardinale Ottaviani (non un cardinale qualunque) parlava tranquillamente della Spagna di Franco come di un modello di stato cristiano.
La questione dei rapporti Stato-Chiesa, nel corso del XX secolo, andò progressivamente perdendo le sue asperità.
Il laicismo, più che l'anticlericalismo, si stemperò di molto nei primi cinquant'anni di vita della Repubblica, assumendo via via un carattere residuale. Fu soprattutto la dialettica DC-PCI a tutto sopire e troncare: dall'articolo 7 della Costituzione voluto da Palmiro Togliatti al compromesso storico berlingueriano, per intenderci.
Ma poi è arrivato il cardinale Ruini, con quella sua bella faccia da faina: a prendere atto, innanzitutto, che in questo Paese il mondo laico, prima che la Sinistra, era ormai sfiatato, infiacchito e del tutto incapace di elaborare un autonomo disegno culturale; quindi a progettare la riconquista dell'Italia - terra prediletta da Santa Romana Chiesa - alla Verità contro i disordinamenti liberali, il bieco illuminismo ed eventualmente i cattolici adulti; e infine a menare, menare, menare.
Per quanto mi riguarda, ho perfettamente compreso il messaggio.
Guerra? Guerra.

sabato 1 agosto 2009

¡Socialismo o muerte!

La pillola Ru486 è entrata a far parte del prontuario farmaceutico italiano e i papisti sono incazzatissimi.
Per chi non lo sapesse, la Ru486 – utilizzata da tempo in gran parte dei paesi europei – è un farmaco abortivo che blocca l'azione del progesterone, l'ormone che sostiene l'evoluzione della gravidanza.
Secondo l'avvenente monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita (che dev'essere una roba parecchio importante, visto il nome che porta), la Ru486 non sarebbe un farmaco, “ma un veleno letale”: chi dovesse prescriverla dovrebbe essere scomunicato esattamente come chi dovesse scegliere di farne uso.
Dietro a Sgreccia, sempre i soliti: quelli del Movimento per la Vita, quelli di Scienza e Vita, la terribile Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute e alla rottura di coglioni, e - ma solo in spirito, purtroppo - i signori Francisco Franco Bahamonde e Augusto Pinochet Ugarte.
Insomma, un can can della madonna (ops...).
Ora, dovete sapere che nel 1966 Nicolae Ceauşescu, per aumentare la popolazione della Romania, decise di proibire l'aborto alle donne sotto i quarant'anni con meno di quattro figli. Nel 1986 il limite di età fu portato a quarantacinque anni.
Tutte le donne rumene in età fertile erano obbligate a esami medici mensili per prevenire gli aborti.
Si poteva abortire solo in presenza di un rappresentante del partito comunista: secondo Ceauşescu, il feto era “una proprietà socialista di tutta la società”.
Ai medici rumeni che operavano in distretti con un tasso di natalità in diminuzione veniva ridotto lo stipendio.
Nel 1984, in Romania, l'età minima per poter contrarre matrimonio scese a quindici anni.
La popolazione non aumentò: in compenso, l'aborto illegale, come unica forma di controllo delle nascite in un paese poverissimo, era ampiamente praticato. Si calcola che in ventitré anni, a seguito della legge del 1966, in Romania siano morte, scannate dalle mammane, non meno di diecimila donne.
Detto ciò, ancora un paio di dati: in Romania il tasso di mortalità infantile reale era così alto che, dal 1985, un neonato veniva registrato all'anagrafe solo se riusciva a sopravvivere alla quarta settimana di vita.
Quando Ceauşescu fu rovesciato, il tasso di mortalità era di venticinque neonati su mille e più di centomila bambini vivevano in orfanotrofi.
Perché vi ho raccontato tutto questo?

Ma perché credo sinceramente che se fosse per la magnifica Eugenia Roccella - o per la splendida professoressa Binetti (del Pd...) - il feto, in Italia, verrebbe molto volentieri dichiarato “proprietà socialista di tutta la società”...
E cose turche ci attendono, vedrete: il Vaticano promette di reagire all'affronto subìto e il Maschio Dominante della Patria sulla faccenda ci si butterà a pesce per far dimenticare ai papisti di essere un puttaniere. I papisti dimenticheranno facilmente. Vogliamo scommettere?

martedì 10 marzo 2009

Il presidente della prima industria culturale del Paese

"Abbiamo stima nei confronti di Claudio Petruccioli, ma anche in coerenza con quanto affermato dal leader del Pd, serve un rinnovamento nella Rai".
Così Silvio Berlusconi a proposito della nuova presidenza della televisione di Stato.

"Non stimo per nulla Claudio Petruccioli e spero che si levi dai coglioni quanto prima. Auspico anch'io un rinnovamento nella Rai, certo... Come presidente, in particolare, credo che Attila, flagellum Dei, sarebbe perfetto".
Così Tic a proposito della nuova presidenza della televisione di Stato.

venerdì 27 febbraio 2009

If you want blood...

Su la Repubblica di ieri c'era scritto che il presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, Renzo Tondo, sarebbe “un fautore del nucleare” e che “tra i nuovi siti di cui si parla c'è Monfalcone”, la mia città (vabbé, città... si fa per dire).
E io sento il sangue (come mi capitava, talvolta, quando facevo politica attiva).
Sento il sangue.
Com'è che dev'essere, eh?

martedì 17 febbraio 2009

Gherra a custa razza de bastardos



Pensavo (ma forse solo speravo) che Renato Soru avrebbe vinto. Perciò avevo preparato il seguente post.


Procurade e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominzat sa passienzia
In su pobulu a mancare.

Mirade ch'est azzendende
Contra de ois su fogu;
Mirade chi non est giogu
Chi sa cosa andat a veras;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscultade sa 'oghe mia.


Vi è mai capitato di ascoltare l'inno Su patriotu sardu a sos feudatàrios, meglio conosciuto come Procurade 'e moderare (o magari pure come Barones sa tirannia...)? No?
Beh, è arrivato il momento, direi... Buttatevi su YouTube, forza. Qualche bello spirito l'ha definito "la Marsigliese sarda": sono 375 versi, articolati in 47 ottave logudoresi, composti dall'ozierese Francesco Ignazio Mannu e pubblicati per la prima volta in Corsica nel 1794.


E invece...
Invece, alla fine, Caligola è riuscito a far eleggere il suo cavallo alla presidenza della Regione Sardegna. Che dire, adesso, all'imperatore? Mah, per quanto mi riguarda, solo questo:

A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu;
Gherra, gherra a s'egoismu,
Et gherra a sos oppressores.

Gherra. Iscultade sa 'oghe mia: gherra!
E che uno tsunami possa spazzar via Villa Certosa in questo preciso momento.

sabato 7 febbraio 2009

Pensiero stupendo



Nerone. L'ammazzacristiani.