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venerdì 23 luglio 2010

Garde à vue


Se in questi giorni vi capitasse di imbattervi, in un'edicola, nel dvd di Guardato a vista, film del 1981 di Claude Miller, non esitate ad appropriarvene, possibilmente cacciando qualche svanzica (nemmeno molte: dovrebbe essere sui 9,90 euri).
Accettate il consiglio, please. Vi porterete a casa una meraviglia di thriller psicologico con due prove d'attore pazzesche: quella 'in togliere' - giocata tutta o quasi su sopraccigli alzati e sorrisi a mezza bocca, tra malinconia e soffice cinismo - di Michel Serrault, e quella, prepotentemente umana, di Lino Ventura. Cinema d'interni del migliore (si svolge praticamente tutto in una stanza di un commissariato di una piccola città normanna); un copione (tratto da un romanzo, Brainwash, dello scrittore britannico John Wainwright, sceneggiato dallo stesso Claude Miller assieme a Jean Herman con i dialoghi di Michel Audiard) che magari sarebbe piaciuto a Simenon ma forse di più al Dürrenmatt de La promessa per il ruolo che vi esercita Sua sacra Maestà il Caso (come l'avrebbe chiamato un altro Federico, gran testa coronata...); un ritmo narrativo che non concede tregua.
Due bambine sono state uccise. Davanti all'ispettore Gallien (Lino Ventura) finisce l'antipatico notaio Martinaud (Serrault, appunto), che da testimone si ritrova indiziato (“piano piano c'è stato uno slittamento, da qualche parte”): potrei limitarmi a scrivere che il loro sarà un duello senza esclusione di colpi, da una parte il poliziotto mastino, dall'altra l'ambiguo, algido borghese che pare il colpevole perfetto fino a prova contraria (non troppo auspicata). Potrei limitarmi, dicevo, a questa carrettata di luoghi comuni e parole scorreggia (flatus vocis: come dite, voi?) ma finirei inevitabilmente per non tenere il punto: che poi è quello che sta attorno, dietro, sotto alle apparenze, come nelle migliori tradizioni del noir da provincia francese, ovvero le dinamiche dei rapporti umani e sociali con tutto il loro carico di ipocrisia, mediocrità, squallore e brutalità.

Detto ciò (che rischia di essere pochino, me ne rendo conto, per indurvi a metter mano al portafoglio), io ho amato e amo moltissimo la faccia schietta, quadrata - una faccia “senza effetti speciali”, come ha scritto Filiberto Molossi - di Lino Ventura: una faccia d'altri tempi, bella e vera, e viva (viva, tanto per restare tra i francesi figli di italiani, come quella di Serge Reggiani in Tutti a casa di Comencini, che ogni volta che la vedo mi vengono le lacrime agli occhi e che ricordo qui volentieri anche se non c'entra un cazzo).
Lino Ventura, lottatore da ring e lottatore nella vita, era arrivato al cinema e al successo per caso, accanto e grazie a Jean Gabin, l'amico di una vita. È stato un attore immenso, capace di cambiare da film in film, da regista a regista (Becker, Sautet, Melville), restando sempre uno che “rendeva grande la normalità” (ancora Molossi).
Vi ho convinti?

martedì 15 giugno 2010

Un bel film e le vuvuzelas


Ieri pomeriggio alle cinque sono andato al cinema a vedere Il segreto dei suoi occhi, il film del regista argentino Juan José Campanella che ha vinto il premio Oscar 2010 come miglior pellicola straniera. Ero da solo in sala. Non mi era mai capitato e devo dire che è una cosa strana e molto forte.
Strana e molto forte anche in rapporto a un film che racconta di solitudini immense: quella del protagonista, Benjamin Esposito (lo straordinario Ricardo Darin), durata in pratica una vita intera; quella, davvero terrificante, del vedovo di una giovanissima e bellissima sposa, violentata e ammazzata di botte da uno psicopatico; quella di Pablo Sandoval, l'aiutante del protagonista (come si direbbe in narratologia) alcolizzato, incasinatissimo e dolcissimo che riesce a capire come prendere l'assassino e finirà poi ammazzato come un cane da una squadraccia fascista.
Il segreto dei suoi occhi vuole essere una riflessione sulla giustizia e sulla memoria (l'Argentina è un Paese dove la negazione della giustizia e della memoria, negli ultimi trent'anni, è stata molto spesso una scelta politica compiuta dalla classe dirigente democratica: a volte per paura, a volte per convenienza, altre volte per inettitudine e viltà) ma anche, come ha affermato il regista, “una storia che parla d'amore nella forma più pura. Un amore finito ancora prima di sbocciare, senza nemmeno il tempo di sfiorire e di morire. Come avrebbe potuto essere vissuto, un amore così? Quali effetti avrebbe sulle persone coinvolte? Quali atti di pazzia potrebbero compiere occhi come questi quando l'amore venisse loro portato via?”.
E insomma: cercate di intercettarlo in ogni modo, questo bel film.
Io ieri me ne sono tornato a casa entusiasta e ho provato a raccontarlo a mia moglie mentre cenavamo in giardino. Riassumerlo non è stato facile: un po' per la trama, non lineare (e non banale), un po' perché dalle case vicine, dove i televisori erano sintonizzati sulla partita della nostra Nazionale, proveniva un rumore di fondo fastidiosissimo, come di mille alveari impazziti.
Mia moglie ha detto che si trattava del suono prodotto da certe trombette, chiamate vuvuzelas: secondo il mio quotidiano di riferimento, tali trombette sarebbero il “simbolo del Mondiale africano”, nientemeno, e qui direi che un bel “mecojoni” ci può pure stare.
Zzzzzzzz e zzzzzzzzz e zzzzzzzz e zzzzzzzzz e zzzzzzzzzzz e zzzzzzzzz e zzzzzzzzz e certo che le minchiate, attorno ai campi di calcio, non mancano proprio mai.
A volte poi, com'è accaduto in Italia, tracimano dagli stadi e vanno al potere.

mercoledì 11 novembre 2009

Rio Grande

L'altra sera, dopo più di trent'anni, ho rivisto Rio Grande, un bellissimo film di John Ford.
Potreste trovarlo ancora in edicola, credo. Costa una miseria: 9,90 euro.
E se vi dicessi che è superiore al 90% delle cose che si vedono al cine di questi tempi, mi credereste?
Mi ha emozionato sul serio, rivederlo. Ci sono la Monument Valley - uno dei miei paesaggi dell'anima, grazie a Ford – e la cavalleria degli Stati Uniti, gli apaches e un John Wayne/Kirby Yorke veramente sontuoso: un attore davvero immenso, capace di recitare con uno sguardo (di dire tutto, ma proprio tutto quello che c'è da dire, con uno sguardo) in un cinema di azioni lunghe e dialoghi brevi com'era quello di Ford, grandissimo bardo della settima arte che ha saputo raccontare storie per immagini come forse nessun altro, prima e dopo di lui.

E va bene: amo il western come poche altre cose al mondo (grazie soprattutto a mio padre, un fan terminale del genere) e quindi potrei non essere un critico granché attendibile ma...
Ma in Rio Grande c'è pure Maureen O'Hara, sapete, e per me Maureen O'Hara è la signora Wayne e punto. Poi c'è il viso bellissimo Ben Johnson, un altro capace di parlare con gli occhi (e se non mi credete, recuperate un po' L'ultimo spettacolo, di Peter Bogdanovich, anno 1971, e mi saprete dire). E c'è anche il sergente Quincannon di Victor McLagen già sergente Quincannon ne I cavalieri del Nord Ovest, il secondo film della cosiddetta “trilogia della cavalleria” di Ford, mediano tra Il massacro di Fort Apache e, appunto, Rio Grande.

Tra l'altro, e non lo ricordavo, una scena del film – la fuga, favorita da Quincannon, di Ben Johnson/Travis Tyree dall'acquartieramento della cavalleria - è ripresa pari pari ne La donna di Cochito, una delle grandi storie del mio fumetto preferito di sempre, Ken Parker (così come il Nathan Brittles/John Wayne de I cavalieri del Nord Ovest lo si ritrova in Un uomo inutile, altra grande storia dell'eroe di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo).

Questo l'ho scritto innanzitutto a beneficio di alcuni fan di Ken Parker che passano spesso da queste parti (Luciano e Laura, in particolare) e poi anche per prendermi l'impegno - con me stesso, ovviamente - di scrivere qualcosa su Ken Parker, un giorno o l'altro.
Perché è un pezzo del mio cuore, Ken Parker: per fortuna del mio cuore.

lunedì 5 ottobre 2009

La delusione del fan


Che cosa può dirvi talkischeap di Bastardi senza gloria che non abbiate già letto da qualche altra parte?
Uhm... Uff... Ecco.
Bastardi senza gloria è senz'altro un bel giocattolone (un bel giocattolone di cui ci si stanca però molto in fretta) ma è più vuoto della capoccia di Giovanna Melandri.
Con una sola scena – quella del bar/scantinato – da antologia tarantiniana in mezzo a un bel po' di melina citazionista da cinefili terminali (e però è bello che qualcuno si ricordi, ogni tanto, di Robert Aldrich, anche se i più, ahiloro, indubbiamente non avranno colto...) e ai soliti dialoghi tra l'assurdo e il delirante (ma Quentin Tarantino ne ha scritti di ben più pirotecnici, in passato: questo mi pare innegabile).
Che altro?
Simpatico il grugno stolido di Brad Pitt e brava – e bellissima – Mélanie Laurent (ma già lo sapevo). And that's all, folks.
Una mezza delusione, insomma.

mercoledì 20 maggio 2009

Era ora!


Si attendeva (almeno, io attendevo...) da anni annorum la ristampa in dvd di Oltre il giardino (Being There) di Hal Ashby.
È uscita lo scorso febbraio e io me la sò accattàta stamani.
Che dire? Per quanto mi riguarda, la più bella interpretazione di Peter Sellers (no contest, davvero: anche se Hrundi V. Bakshi, l'indostano di Hollywood Party, si trova ad un incollatura) e uno dei film più grandi di sempre. La sua visione, ai disgraziatissimi abitanti di Berlusconia, dovrebbe essere imposta per legge.
Perché?
Accattàtevelo pure voi e lo scoprirete. Costa una miseria: dodici euri e qualcosa.
Magari alla fine mi ringrazierete, chissà, se non vi avrà fatto troppo male...
Voi la guardate, la tivvù, sì?

lunedì 23 febbraio 2009

Non ho letto il libro, ma ho visto il film

Secondo Graham Greene, “il ruolo dello scrittore è quello di suscitare nel lettore simpatia verso quegli esseri che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”.
Bene: ieri sera sono stato malissimo, al cinema, per le disgrazie di Hanna Schmitz (letteralmente: ho sofferto insieme ad Hanna Schmitz, perché questo significa simpatia), una kapò delle SS processata e condannata per crimini di guerra, magistralmente interpretata da una Kate Winslet sempre più brava (ammirata di recente nel bellissimo Revolutionary Road), e ho capito (forse...) che cosa Graham Greene intendesse dire.

The Reader è un film sul senso di colpa (quello di un uomo e quello di un intero popolo) e sul potere della Cultura, enorme ma revocabile in ogni momento: come scrisse una volta George Steiner, “il «meraviglioso giardino» di Goethe è vicino al lager di Buchenwald”. Ovvero, dobbiamo sempre interrogarci sui rapporti che intercorrono “tra la nostra immensa storia culturale, orgoglio infinito della nostra civiltà, e la barbarie”).
Fate un salto al cinema che ne vale la pena.
Quanto a me, vedrò di trovare il tempo per leggere A voce alta (Der Vorleser), il romanzo di Bernhard Schlink da cui il film è stato tratto: che se tanto mi dà tanto...

domenica 15 febbraio 2009

No time for Belushi


Oggi la Repubblica dedica un articolo/intervista a John Landis.
Tra i film citati da Claudia Morgoglione ci sono I tre amigos e Spie come noi, operine minori e serenamente prescindibili, ma non Tutto in una notte (Into the night, 1985): chissà perché...
E' uno dei film più belli di Landis.
Al di là delle interpretazioni di Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer, sono indimenticabili il Bruce McGill (l'attore che interpretava Daniel Simpson Day in Animal House: per me, un mito!) che vive in una specie di (patetico...) Elvis Presley Memorial, David Bowie e Carl Perkins che si eliminano a vicenda, i camei di Jack Arnold, David Cronenberg, Jonathan Demme, Lawrewnce Kasdan, Paul Mazursky, Don Siegel (come dire: al miglior cinema americano del Novecento, from Landis, with love) e, dulcis in fundo, i folli, esilaranti, killer iraniani: uno di essi (lo sapeva, Claudia Morgoglione?) era proprio John Landis.
Comunque, ad un certo punto la giornalista scrive che il regista prova un amore speciale per gli attori brillanti, “e infatti al centro della sua comicità ci sono sempre gli interpreti. A partire dal più geniale che lui abbia mai diretto: John Belushi. Un talento straordinario che – se fosse sopravvissuto ai suoi eccessi – avrebbe appena compiuto sessant'anni. «Era unico», ricorda, «aveva la capacità di darsi completamente: la voce, il corpo, le parole. Sapeva fare tutto, e far ridere di tutto. Una forza della natura, un trascinatore. Ogni tanto, nel corso del tempo, ho sentito dire di questo o quell'attore: “E' il nuovo Belushi”. Ma non è vero, è solo propaganda. Perché sappiamo tutti che uno come lui non ci sarà mai più. Specie in un cinema come quello attuale».
Troppo vero, troppo vero...
Oggi, dice Landis, «a dettare le regole del gioco sono i giganti, le multinazionali, coi loro anonimi executive. Major che spendono venti milioni di dollari solo per promuovere una pellicola non degnerebbero di uno sguardo Animal House, che ne è costati meno di due». Triste, no?

venerdì 30 gennaio 2009

Senza parole

Non trovo le parole per raccontarvi l'interpretazione di Kate Winslet in Revolutionary road di Sam Mendes.
Posso solo consigliarvi il film. Che alla fine lascia percossi e attoniti ma è, semplicemente, perfetto.
Mi credete?

giovedì 22 gennaio 2009

Un consiglio veloce veloce...

Veloce veloce perché oggi non ho molto tempo.

Visto ieri sera, in un triste multisala a Udine, Lasciami entrare (Låt den rätte komma in) di Tomas Alfredson (tratto dall'omonimo romanzo di John A. Lindqvist - pure autore della sceneggiatura della pellicola – uno dei cult-books di mia moglie E., lettrice molto esigente) e lo consiglio, cuore in mano, a tutti e a ciascuno.
Quella tra Oskar ed Eli è semplicemente la più bella storia d'amore (la più delicata, la più struggente, la più commovente, la più tutto) vista al cinema negli ultimi anni.
Che poi Lasciami entrare venga presentato come un horror, beh, ci può pure stare: Eli è una/un vampira/o, in fondo, e uccide (“Uccido perché devo vivere”).
Io amo moltissimo i film che parlano di vampiri, tra l'altro (questo non ve l'avevo ancora detto, nevvero?). Di più: sono un vero esperto in materia. Perciò potete credermi: questa piccola produzione svedese è un gioiello che verrà ricordato come un classico del genere succhiasangue, tra qualche anno. Al pari, che so, di un The Hunger (Tony Scott, 1983. Con un'inquietante Catherine Deneuve, una performance dei Bauhaus di straordinario impatto visivo – Bela Lugosi's Dead, naturalmente – e un'indimenticabile scena lesbo sottolineata dal canto della schiava Mallika e della principessa Lakmè dalla Lakmè di Lèo Delibès. Film purtroppo intitolato, in Italia, Miriam si sveglia a mezzanotte: criminali, criminali!!!)o di un Near Dark (Kathryn Bigelow, 1987. Quanto lo vorrei rivedere, Il buio di avvicina... Mi manca da ventun anni).
No. Intervista col vampiro io non lo amo niente. C'era Tom Cruise, sapete...

sabato 26 luglio 2008

Cinquant'anni ad oggi


Il 26 luglio 1958 usciva nei cinema italiani I soliti ignoti, uno dei film che amo di più, uno di quei film che non mi stanco mai di rivedere.
La scena di Dante Cruciani/Totò che fa lezione sul tetto potrei ripetervela dialogo per dialogo, parola per parola e non sfidatemi, non vi venga in mente di scommettere con me...
Ma poi tutto, dai: tutto quanto.
Peppe er Pantera (Vittorio Gassman nel suo primo ruolo comico, un'invenzione di Mario Monicelli e degli sceneggiatori Age, Scarpelli e Suso Cecchi D'Amico) che, come dicono a Roma, zagagliava, e aveva in mente un colpo sc-sc-sc-scientifico.
E Capannelle: “Dimmi un po' ragassuòlo, tu conosci un certo Mario che abita qua intorno?”
Bambino: “Qui de Mario ce ne so' cento”.
Capannelle: “Sì, va bene, ma questo l'è uno che ruba...”
Bambino: “Sempre cento so'!”
Mario era Renato Salvatori e aveva tre mamme, il fortunato, mica una.
Capannelle si chiamava Carlo Pisacane: un bravissimo attore napoletano. A me sembra di morire ogni volta che, ad un certo punto, er Pantera prende le misure, con uno sguardo assai eloquente, ai suoi poveri abiti raffazzonati e gli dice: “Ma per forza in giro così devi andare?”, Capannelle risponde, tutto orgoglioso: “Sportivo!” e quell'altro, tra lo sconsolato e l'incazzato: “Ma quale sportivo, stai in divisa da ladro...”.
Ferribotte, poi (Tiberio Murgia, da Oristano, attore per caso e per botta di culo), l'atroce fratello della povera Carmela: “Componiti, Carmela!”. “Composta sono”.
E infine Tiberio (Marcello Mastroianni), Tiberio che ci mette l'epigrafe :“Rubare è un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare”.
Martedì scorso la Repubblica ha dato la parola a Furio Scarpelli, 89 anni, in una pagina davvero bellissima a firma Paolo D'Agostini. L'intervistato, raccontando come nacque I soliti ignoti, riesce pure a spiegare perché il cinema italiano, da grandissimo che era, è diventato una robetta.
Prendete nota.

Intanto va detto che un film potesse andare bene o male era secondario all'epoca, si faceva veramente quello che ci sembrava giusto.
E quella volta ci si era innamorati giustamente di un Gassman che, da attore di alta tradizione, si potesse camuffare da romano che parodiava gli eroi dei film americani. Questo era un rischio, ma quello che oggi si chiama rischio all'epoca era stimolante. Si diceva semplicemente: oh, famo 'sta cosa perché non è stata fatta. Lo spirito anche della produzione era: se lo spettatore qualche cosa non la sa, meglio, gliela diciamo noi. Ora avviene il contrario: ma 'sta cosa lo spettatore non la conosce, quindi è inutile che gliela diciamo. Monicelli vide in una trattoria un tale che aveva sempre le palpebre a mezz'asta, era Tiberio Murgia, e l'ha fatto diventare attore. Ora gli attori non sono più in grado di camuffarsi da personaggi diversi da quello che sono. Adesso fanno il giovanotto per sempre, pure a 50 anni.

lunedì 16 giugno 2008

Charlie Chaplin come lo vide Nanni Loy



Monsieur Verdoux è forse (forse...) il film più bello di quel genio della settima arte che fu Charlie Chaplin.
La conoscete, la storia?
Henri Verdoux è un cassiere di banca che, dopo aver perso il suo posto di lavoro, decide di darsi all'omicidio per assicurare alla sua famiglia (una moglie gravemente ammalata e un figlio piccolo) un futuro di serenità economica.
L'affascinante ed elegante signore francese si metterà perciò a corteggiare, e conquistare, donne ricche e sole, vedove o nubili, allo scopo di derubarle e ucciderle dopo essersele sposate.
Se qualcuno, a questo punto, ha pensato alla fosca vicenda di Henri Désiré Landru, sappia che non si è sbagliato: l'idea di Monsieur Verdoux fu in qualche modo suggerita a Chaplin da Orson Welles (come dire? Tra geni...), che un giorno venne a proporgli proprio il ruolo del protagonista in un film sulla vita di Landru a cui stava pensando. Chaplin non accettò, ma lo spunto fornitogli da Welles (che nei credits di Monsieur Verdoux è perciò doverosamente citato) gli rimase attaccato addosso.
Il signor Verdoux è un paradosso: tenero, premuroso padre di famiglia e cinico, spietato affarista che persegue i suoi fini senza tentennamenti e senza il minimo cruccio morale. Le persone, per lui, sono solamente un mezzo, non un fine e possono quindi essere usate e abusate, e poi distrutte: se è utile si può fare, perché no?
In una nota precedente all'uscita del film, lo stesso Chaplin scrisse che se per Von Clausewitz la guerra era solo la continuazione della politica e della diplomazia con altri mezzi, secondo Verdoux l'omicidio era un'estensione logica dell'economia e degli affari.
Nel film il signor Verdoux dirà che è proprio l'omicidio “l'impresa grazie alla quale il nostro sistema continua a prosperare”. Perciò la società che condanna Verdoux persegue, più o meno consapevolmente, gli stessi scopi dell'assassino. E' solo il numero a cambiare le cose, nel mondo che produce le bombe atomiche.
Si, perché una società come la nostra può benissimo premiarlo, decorarlo, celebrarlo, adorarlo, un assassino da grandi numeri, un mass murderer: “chi uccide un solo uomo è considerato un criminale, chi ne uccide milioni, un eroe”.
E, già che ci siamo, l'omicidio di massa "non è forse il mondo ad incoraggiarlo? Non si costruiscono forse armi con l'unico scopo di perpetrare l'omicidio di massa?".


Perché vi ho parlato, con i poverissimi mezzi a mia disposizione, di una delle opere più straordinarie della storia del cinema?
Solo perché oggi ho rinvenuto tra le mie carte, in un cassetto che non veniva aperto da tempo, il ritaglio di una vecchissima intervista a Nanni Loy in cui il regista sardo ricordava una conferenza stampa di Chaplin, una volta che era venuto in Italia a ritirare un premio. Sentite un po' cosa accadde...

Un giornalista si alzò e gli chiese quale era stata la sua 'fonte di ispirazione' per Monsieur Verdoux. Lui rispose più o meno così: “Ero negli studios per realizzare una scena e vidi un set con una cella. Pensai. Dev'essere molto economico girare un film in una cella. Così feci Verdoux”. Ci rimasero malissimo. Gli aveva demolito quella bella teoria idealistico-crociana dell'artista solitario sul quale scende la musa ispiratrice, come si vede in quelle stampe popolari tardo Ottocento.

lunedì 2 giugno 2008

Innamorato di Mary Gassman

Appena tornato a casa, reduce dalla visione de Il Divo, il film su Giulio Andreotti scritto e diretto da Paolo Sorrentino.

E' quel capolavoro che tutti dicono? (vi starete chiedendo senz'altro)
Bah... Sapete, secondo me la parola capolavoro non andrebbe mai usata a capocchia. Nemmeno in un blog che si chiama talkischeap.
Però Il Divo è davvero un grande film.
Tra parentesi: la cassiera del cinema ci ha venduto, senza accorgersene, tre biglietti (a tic, a sua moglie E. e ad un famoso lottatore giapponese di Tana delle Tigri) per Indiana Jones. Ce ne siamo accorti solo quando ci eravamo già ben che accomodati sui sedili della sala 1. E allora rapido scambio di sguardi e via a razzo, in biglietteria e poi in sala 4. Nel frattempo, cazzate a nastro (siamo fatti così...) su Indiana Giulio e sul Divo che si libera a colpi di frusta dei suoi avversari politici. Anche se, ora che ci penso, una qualche relazione c'è, ormai, tra Giulio Andreotti e l'archeologia.
E insomma una grande opera, questa di Sorrentino, si diceva.

C'è tutto, ma proprio tutto, quello che potreste aspettarvi da un film sul sette volte Presidente del Consiglio: il fantasma di Aldo Moro e A Fra', che te serve?, l'omicidio Lima e il cardinale Fiorenzo Angelini, lo studio a piazza San Lorenzo in Lucina e l'archivio privato, Paolo Cirino Pomicino o' ministro e quelle (proverbiali) arguzie che magari ti facevano anche ridere, e come no, ma se poi ci pensavi su solo un pochino ti gelavano il sangue, e c'è Licio Gelli, ma certo, e Michele Sindona, Roberto Calvi e Mino Pecorelli, la passione per i gelati e quella per per l'ippica, Stefano Bontate e Tano Badalamenti, Sbardella e Ciarrapico, Vincenza Enea Gambogi, la storica segretaria, e la moglie Livia.
Andreotti l'eterno, Andreotti la salamandra, Andreotti il cui film preferito è (lo sapevate?) Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, “un alternarsi di amabile buonsenso e lampi di clamorosa intelligenza che ti spiazzano e rendono la sua figura indecifrabile. Perché Andreotti – ha detto Sorrentino - fa l'elemosina, ma c'è chi lo teme; incontra Madre di Teresa di Calcutta, ma lo chiamano Belzebù. E' lui stesso a giocare con la propria ambiguità, e tuttavia si percepisce come una persona normale, ironica, distaccata”.

Il regista ha avuto a disposizione un aneddotica sconfinata per raccontarlo, per interpretarne in qualche modo l'enigma. La chiave, per sua ammissione, gliel'hanno fornita le testimonianze di due donne. La prima è Margaret Thatcher, che di Andreotti ha detto: “Sembrava decisamente contrario ai principi etici, ed era addirittura convinto che una persona di principi fosse condannata ad essere una persona ridicola”. La seconda è Oriana Fallaci, che aveva paura di Andreotti, ma perché, in fondo? Fu da lui ricevuta “con una gentilezza squisita, cordiale”. L'aveva fatta anche sorridere, con quelle sue spalle, le “spalle di un bimbo, e curve”. E poi “quelle mani delicate, dalle dita lunghe e bianche, come candele. Quell’atteggiamento di perpetua difesa. A chi fa paura un malatino, a chi fa paura una tartaruga? Solo più tardi, molto tardi, mi resi conto che la paura mi veniva proprio da queste cose. Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza”.
Secondo l'amico (il giapponese di cui sopra) che era seduto accanto a me durante la proiezione, il film ha l'unico difetto di proporre un'immagine di Andreotti certo vista da vicino (e vi assicuro che la citazione è stata involontaria. Sto scrivendo di getto) ma forse un po' troppo, come dire, andreottiana. Tra i molti ingredienti a disposizione del regista viene usato un po' troppo, cioè, quello che Andreotti stesso ha voluto (saputo?) raccontare di Andreotti. Ma a me, sinceramente, non sorprende che sia andata così: perché il nostro, lo sappiamo tutti, ha avuto una grandissima parte nella mitopoiesi (inquietante) di sé medesimo.
Il momento più agghiacciante del film, per il vostro tic? Quando il Divo confida a Cossiga, sottovoce, quasi sussurrando, uno dei più grandi segreti della sua vita, una cosa che non aveva mai voluto (saputo?) confessare a chicchessia: "Non lo dire a nessuno. Sai, da ragazzo ero innamorato di Mary Gassman, la sorella di Vittorio".
Mary Gassman...

P.S.
A proposito. E' il 2 giugno. Evviva la Repubblica. Evviva...

giovedì 29 maggio 2008

(Catholic?) Brothers from Outer Space

Mercoledì 14 maggio sull’Osservatore Romano è apparsa un'intervista al direttore della Specola Vaticana (che sarebbe l'osservatorio astronomico della Chiesa cattolica), padre José Gabriel Funes, intitolata L’extraterrestre è mio fratello.
Vi ripeto il nome, affinché non abbiate degli antipatici dubbi: si tratta di padre José Gabriel Funes, non di Louis De Funes.


L'illustre intervistato ha affermato che “la possibilità che esistano altri mondi e altre forme di vita non contrasta con la nostra fede perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio”. Secondo padre José Gabriel Funes, insomma, Dio, nella sua sconfinata, incredibile, ultra mega enorme potenza, avrebbe creato pure gli extraterrestri.
Si può perciò tranquillamente credere nell’esistenza di altri mondi e altre forma di vita: nessun problema, non si fa peccato. “Gli astronomi – sostiene il religioso - ritengono che l’universo sia formato da cento miliardi di galassie, ciascuna delle quali è composta da cento miliardi di stelle. Molte di queste, o quasi tutte, potrebbero avere dei pianeti. Come si può escludere che la vita si sia sviluppata anche altrove?”.
Eh, beh... In effetti non si può escludere. Ma che gli alieni siano nostri fratelli, mah... Io non lo credo proprio.
Lo ammetto: le mie convinzioni sono molto condizionate dalla visione (tanti, tanti, tanti anni fa) de L'invasione degli ultracorpi, del grande, grandissimo, Don Siegel. Mi cambiò la vita. Davvero.


Uno dei miei film di culto: un classico dei classici della fantascienza (e della paranoia...) che può essere interpretato come una raggelante metafora di...
Di che cosa, in effetti?
Che caspita volevano significare, i body snatchers di Siegel?
Visto l'anno di uscita dell'opera (il 1956, piena Guerra Fredda), qualcuno vi lesse un tentativo di rappresentare l'America come avrebbe potuto essere se fosse stata dominata dal comunismo e dai comunisti: una società dove l'individuo è totalmente annichilito, succube e vittima di un potere autoritario e oppressivo.
Altri, in quella storia di extraterrestri cattivissimi, in grado di duplicare quasi alla perfezione gli esseri umani creandone delle copie del tutto prive di emotività dopo aver tolto di mezzo gli originali, videro una parabola del maccartismo, quella mostruosità aliena all'anima liberale degli Stati Uniti d'America che aveva distrutto le vite a centinaia di persone.
Detto ciò, come ha scritto giustamente Gian Filippo Pizzo, “si tratta forse del film più impressionante e rigoroso mai realizzato sulla spersonalizzazione dell’uomo (a prescindere dalle reali cause di ciò) e certo uno dei più importanti film di SF di ogni tempo”.
Ma che diamine, padre Funes: gli extraterrestri bisogna temerli, creda a me.
In più, c'è la possibilità che siano tutti comunisti e proprio lei, un prete, me li chiama fratelli?

giovedì 8 maggio 2008

Which side are you on?



Visto l'altra sera al cinema The Hunting Party (I cacciatori). Non ho ancora deciso se trattasi di una mezza ciofeca o di un buon film di serie B.
Ma stabilirlo, alla fine, non è poi così importante.
Perché The Hunting Party è una pellicola che mi ha fatto pensare. O meglio, che mi ha fatto ricordare qualcosa.
Intanto, based on a true story, quella di Scott Anderson, un giornalista americano che, assieme ad alcuni colleghi coraggiosi come lui, si mise sulle tracce di Radovan Karadzic (mass murderer, direbbero gli anglosassoni), in Bosnia, nell'estate del 2000: a cinque anni, cioè, dalla fine del conflitto che vide l'ex psichiatra (e poeta...) dalla folta chioma alla guida della repubblica dei serbi di Bosnia e dell'esercito serbo-bosniaco. Karadžić è ricercato dal Tribunale Penale dell'Aja: contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura per crimini contro l'umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, violazioni delle convenzioni di Ginevra del 1949, delle norme e delle convenzioni di guerra e omicidio.
Anderson ci arrivò molto vicino, a quel bastardo di un serbo che nessuno è ancora riuscito ad arrestare. Troppo vicino per non farsi ( e fare...) qualche domanda un po' scomoda.
Ad esempio, questa: come mai è stato così facile, per un semplice cronista, rintracciare un criminale di guerra super ricercato? Sarà mica perché che quel criminale non è poi così tanto ricercato?
Sembra assurdo? Beh, il regista Richard Shepard , in esergo al film, ha tenuto a puntualizzare che "solo i particolari più assurdi di questa storia sono veri".
Richard Gere interpreta la figura di un reporter a cui il conflitto nella ex Yugoslavia ha distrutto la vita e che spera di rimettersi in sesto con un colpaccio d'effetto: la cattura (non l'intervista, no: la cattura... Cinque milioni di dollari, la taglia) di un comandante serbo-bosniaco dalla folta chioma soprannominato la Volpe.
Ad infastidire nel film (e non poco, per quanto mi riguarda) è la rappresentazione del terribile rancore che il protagonista prova nei confronti della sua preda serba: era proprio necessario raccontare la storia della dolcissima ragazza musulmana, teneramente amata dal giornalista americano (e che aspetta pure il bimbo del giornalista americano, tanto per non farci mancare nulla), che viene assassinata proprio dagli uomini della Volpe?
Secondo me si poteva sorvolare, dai, evitando così di schiantarsi tanto malamente su certi picchi di banalità. Non bastava seguire la battuta di caccia? Non bastava seguire Gere e i suoi compagni d'avventura, così spregiudicati, incoscienti e caparbi?
Si è scelta un'altra strada: peccato davvero, perché sono molte le cose del film che invece funzionano. E bene.
Perché in The Hunting Party la guerra di Bosnia c'è. E non solo per il fatto che Shepard ha girato in quei luoghi bellissimi, con la collaborazione di maestranze locali. Di quel carnaio (e di quel mondo...) è infatti restituita tutta, ma proprio tutta, l'assurdità senza remissioni, la violenza belluina, l'atroce insensatezza. Non chiedetemi come accade (son stupito anch'io: è di Richard Shepard che si sta parlando, mica di Stanley Kubrick), ma vi assicuro che in qualche modo accade.
The Hunting Party, ve lo dicevo prima, mi ha fatto ricordare qualcosa.
L'assedio di Sarajevo per me è stato un punto di non ritorno, qualcosa che ha cambiato per sempre il mio modo di vedere le cose.
Ricordate?

E' durato dall'aprile del 1992 al febbraio 1996: il più lungo assedio nella storia bellica moderna.
Si stima che le vittime siano state più di 12.000 e i feriti più di 50.000, l'85% dei quali furono civili. A causa delle uccisioni e della migrazione forzata degli abitanti, nel 1995 la popolazione della città era arrivata a 334.664 unità, il 64% di quanti ci vivevano prima della guerra.
Ricordate?
Il 2 maggio 1992 fu attuato sulla città un blocco completo, stabilito dalle forze militari serbe. Le principali strade che conducevano a Sarajevo furono bloccate, e così i rifornimenti di cibo e di medicine. Acqua, elettricità, riscaldamento furono tagliati.
Poi arrivarono i bombardamenti. Continui. Una media di 329 al giorno durante il corso dell'assedio.
Il 22 luglio 1993 si dice siano state sganciate 3.777 bombe.
Ricordate?

Io mi ricordo. Ricordo il viale dei cecchini, ricordo le persone uccise mentre facevano la fila per l'acqua, ricordo il massacro di Markale del 5 febbraio 1994, 68 civili morti e 200 feriti.
Ricordo.

Solo nel 1995, a fine agosto, dopo una seconda mattanza a Markale (i morti furono 37, allora, i feriti 90), la NATO decise di intervenire attaccando obiettivi militari serbi sul monte Igman, sulla Jahorina e sulla Bjelasnica, quelle montagne attorno alla città che nel 1984 furono teatro delle Olimpiadi invernali (nel film di Shepard si vedono gli impianti sportivi che vennero costruiti al tempo)
Pian piano i combattimenti diminuirono. Fino a fermarsi. L'accordo per il cessate il fuoco venne poi raggiunto nell'ottobre di quell'anno.
Quattro anni ci vollero, per intervenire e fermare il massacro. Quattro anni in cui si capiva benissimo chi fosse l'aggressore e chi l'aggredito. Quattro anni in cui la popolazione di Sarajevo non smise mai di chiedere aiuto. Quattro anni in cui, ogni sera, dai tiggi, ci veniva scodellata la nostra minestra quotidiana di sangue e orrori.
Io l'ho imparato ai tempi dell'assedio di Sarajevo, che il pacifismo può essere solo uno dei tanti 'ismi' del cazzo.

Un grande regista cinematografico americano che si chiamava John Huston disse, una volta, che di fronte ad un disgraziato che sta affogando si incontrano, di solito, uomini che appartengono a due categorie ben precise: quelli che si buttano in acqua per salvarlo e quelli che si mettono a fare della filosofia sulla brevità della vita umana.
Io ricordo, ricordo molto bene, le parole luride di certi filosofi nostrani, corifei del pacifismo senza se e senza ma, dal culo perennemente a paratia (purtroppo...), ai tempi dell'assedio di Sarajevo.
E ricordo che quando finalmente la NATO iniziò a bombardare le postazioni dei carnefici, come era giusto fare (perchè non c'era altro che si poteva fare per liberare Sarajevo e far cessare la mattanza: non c'era), ci fu chi andò a protestare, senza vergognarsi nemmeno un pochino, davanti ai cancelli della base americana di Aviano, il luogo da cui partivano i bombardieri.
Cominciò in quel momento a montare dentro di me il disprezzo feroce (non sto esagerando, sapete?) che provo per certi miserabili sinistri arcobaleni. Un disprezzo che non è mai cessato, e che può solo aumentare in maniera esponenziale, per quanto mi riguarda. Capite? A Sarajevo da quattro anni si moriva scannati come in una tonnara e nel momento in cui si stava mettendo fine alla strage (e alla iattanza dei serbi) certe MERDINE andavano ad Aviano a scasinare.

Furono molti i pacifisti che fecero un saltino a Sarajevo, durante l'assedio. Un nobilissimo saltino. Si facevano le loro (nobilissime) manifestazioni di solidarietà con i poveri assediati, sventolavano le loro (nobilissime) bandierine arcobaleno e poi (nobilissimi) a casa. Scortati.
I serbi ridevano. Per quattro lunghi anni, hanno riso e hanno continuato a scannare indisturbati.
Per quattro anni, ogni sera, mi è stata servita la minestra da loro cucinata.




The Hunting Party mi ha ricordato che sapore aveva, quella minestra.

lunedì 11 febbraio 2008

In panchina



Una domanda: ma valeva proprio la pena di affidare la promozione di questo bel film alla storia della scena di sesso (torrida, ha scritto qualcuno: ah, ah, ha... Che simpatici burloni!) tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari?
E' vero che si tratta di una scena importante, nell'economia della storia, ma via... Non era il caso.
E tutto questo insistere sul fatto che, perdio, la scena del coito selvaggio è interpretata da Nanni Moretti, capito? Ahò: ma avete inteso, si? Da Nan-ni Mo-ret-ti! Lui, proprio lui, che non indulge mai al solletico degli istinti più elementari (perché troppo ieraticamente serio, troppo accigliato lassù in alto, dove l'aria è rarefatta) stavolta si è prestato a mostrar le chiappe chiare. Un fatto veramente eccezionale, no? Per una cosa così non vale forse la pena di pagare il biglietto ed entrare?
E mò a che devo pensare? Al cinismo dei produttori? Alla volontà, un po' snob, di prendersi gioco del pubblico beota e di certi meccanismi scemotti assai della società dello spettacolo?
E se non pensassi a niente, che mi pare meglio?
Prima di Caos calmo, l'ultimo film italiano da me visto al cinema fu, qualche mese fa, La ragazza del lago di Andrea Molaioli. Me l'avevano presentato come un'opera notevole, ed invece - sia maledetta la mia credulità e siano maledette le recensioni del primo che passa – era proprio la solita operina del solito registino italianino-ino-ino. Una robina che manco alla tivvù varrebbe la pena. Dice: ma c'era Toni Servillo, che è uno bravissimo. Embé?
Giurai, quella volta, che sarebbero passati anni prima che tornassi al cine per l'operina poverina del registino italianino. Ne ho abbastanza, mi dissi, della sciatteria formale, dell'insipienza tecnica, delle sceneggiature haiku: in generale, di quella sensazione di vorrei, vorrei tanto, ma, vedete, proprio non posso, che ti lascia addosso (mi lascia addosso) praticamente ogni operina-ina-ina del nostro cinema nazionale da anni anni e anni a questa parte. Basta. Adesso basta! (è tutto vero, eh: chiedete a mia moglie come stavo incazzato)
E invece a vedere Caos calmo ci sono andato (per Nanni Moretti che si strofina con Isabella Ferrari? Potere di sesso e carnazza, sesso e lussuria? Chissà...).
E mi è piaciuto.
Sarà che in questi ultimi mesi la mia vita è cambiata (in meglio) perché ho deciso anch'io (senza una tragedia che mi spingesse a farlo, però...) di chiamarmi fuori, per un po'. Di andare a sedermi in panchina per guardare la partita da lì. Di fermarmi un momento a respirare. Di salutare e via. Sarà tutto questo e magari pure altro e quindi forse Caos calmo mi ha pescato in un momento particolare: ha trovato il terreno arato, insomma.
Sarà.
Ma ho visto un bel film, sabato sera.
Una parabola agrodolce su quanto nella vita sia importante dare sempre il giusto peso alle cose e chiamarle con il loro nome.
Perché ogni cosa ha il suo nome, e quindi i farabutti li dobbiamo chiamare farabutti - magari bestemmiando a cuore aperto come fa il personaggio interpretato da Silvio Orlando - e gli amici amici, la merda merda e l'amore amore. Perché le parole (come diceva quello: ahi ahi ahi ahi...) sono importanti.
E, già che ci siamo, dobbiamo pure imparare a dire le cose giuste esattamente quand'è il momento di dirle. E anche imparare (o tornare) ad essere chiari (ma questo è Umberto Saba, direi).
Ecco, magari in Caos calmo tutto questo non c'è. Fatto sta che io ce l'ho visto.

Non ho letto il romanzo di Sandro Veronesi da cui è tratto il film di Grimaldi, ma lo farò senz'altro e lo farò presto.
Voglio capire se dice qualcosa in più rispetto al film.
Qualcosa che mi riguardi, intendo.
Nel caso lo facesse, grazie in anticipo.