domenica 4 gennaio 2009

Le figlie di Al Bano e le mezze calzette

L'amaca di Michele Serra su la Repubblica di ieri, sabato 3 gennaio 2009.

Liberazione tesse le lodi di Grand Hotel, «svago per le classi meno abbienti» (un titolo di copertina: “Piangono le figliolette di Al Bano”). E l'altro giorno, sulla Stampa, Walter Siti spara a zero sul «mito della televisione colta», buono per le «mezze calzette». Leggo, capisco o provo a capire le intenzioni, valuto i danni inferti soprattutto a se stessa dalla “sinistra snob”, che un poco di puzza sotto il naso effettivamente ce l'ha. Ma se il rimedio è diventare così cinici da festeggiare il basso profilo, celebrando quei poveri surrogati di cultura che toccano in sorte al “popolo” (e dunque celebrando implicitamente la divisione in classi, la cultura per pochi, la bellezza per pochissimi) preferisco fare un passo indietro e tenermi stretto quel tanto di “snobismo” che mi basta a preferire Filumena Marturano a Mara Venier.
Mi domando, in aggiunta, se sia più snob coltivare il mito di una migliore qualità per tutti, oppure gongolare felici di fronte alla mediocrità (altrui), magari spacciando per raffinata operazione critica la rivalutazione di qualunque sbobba che si possa speziare con due paroline furbe. Più che snob, credo infine che sia soprattutto ingenua la sinistra che ha il mito dei libri e della cultura. E tra ingenuità e cinismo non ho dubbi: meglio la prima.



Leggevo in aereo, tornando nel bel paese là dove 'l sì sona.
Le solite ciàcole da dibbattito de noantri de sinistra, appassionanti e coinvolgenti come una rettoscopia, ma ormai di rito, antico e accettato: perché il popolo non ci ama più? E giù geremiadi. E giù polemiche (tra di noi. Perché resta sempre tutto in famiglia, va detto). E giù a flagellarsi l'un l'altro, preferibilmente sui giornali 'terzisti', quelli dove l'esame del sangue a noantri fighetti de sinistra è da tempo una rubrica fissa: sbagliamo ad arricciare il naso davanti a Grand Hotel (ma davvero esiste ancora, Grand Hotel?), a sputtanare Amici della De Filippi e a schizzare L'isola dei famosi. Così ci rendiamo antipatici al popolo (al quale, come dice un uomo politico molto cinico che, ahimé, un tempo ho molto frequentato, non si dovrebbe mai dichiarare guerra) e sfido poi che il popolo non ci vota.
Cos'ho da dire io, nel mio piccolo (nel mio infimo)? Poca roba.
Intanto, andrò a controllare se Liberazione abbia scritto veramente «meno abbienti». Nel caso, al giornalista responsabile di cotanto scempio posso solo augurare una bella flagellazione: ma reale, non metaforica. Domanda: come cazzo fa, uno di sinistra, a chiamare i poveri «meno abbienti»? Quanto stomaco ci vuole, porca di quella puttana?
Di conseguenza mi viene in mente quello che era solito dire Celeste Negarville, comunista, tra le altre cose primo direttore de L'Unità uscita di clandestinità, nel 1944, e sindaco della città di Torino dal dicembre del '46 all'aprile del '48, e cioè che se “l'istruzione è obbligatoria, l'ignoranza è facoltativa”.

Negarville, come tutti i capi comunisti del tempo che fu (il tempo prima della televisione - colta o non colta per me fa esattamente lo stesso, e mi dispiace un sacco per Walter Siti - quando i comunisti ce l'avevano eccome, un seguito: popolano, oltre che popolare - qualunque cosa possa mai significare 'popolo', beninteso: perché ho forte il sospetto che non significhi proprio un ricco cazzo e solida la certezza che io non saprei mai fornirla a chicchessia, una definizione plausibile di tale parola), Negarville, dicevo, sapeva benissimo che l'ignoranza è una forma di povertà (solo che adesso forse gli ignoranti li chiamiamo meno... meno cosa? Meno colti? Meno informati? Meno sapienti? Ma lo facciamo per non offenderli. Per correttezza politica. A fin di bene, insomma) e che chi è ignorante è spessissimo anche povero, o meglio è povero proprio perché ignorante.
Sapeva, insomma, che i comunisti dovevano combatterla, l'ignoranza: e con ogni mezzo necessario. Adesso invece la sinistra, davanti all'ignoranza... come dire? Prende atto, ecco. Forse perché al popolo c'è già la Maria De Filippi, che ci pensa.
Ecco dunque che un bel pezzo di sinistra politica e partitica se ne sta fuori dal Parlamento e quella che sta dentro (poca roba, in realtà) conta poco o niente.
E' andata così.

P.S.
Mi ricordo di alcune vecchie interviste a Veronica Lario in cui la signora Berlusconi ammetteva senza alcun problema che lei e il marito, ai loro figli, mica gliela facevano guardare, la tivvù. Per la serie: noi la spacciamo e basta, non ci facciamo nemmeno per sbaglio... Perché fa tanto, tanto, tanto male: è dimostrato.
Ma Veronica Lario non è certo popolo. O magari si?

10 commenti:

luciano ha detto...

Abbiamo abdicato: la funzione pedagogica (nobilmente pedagogica) della politica è stata buttata via. Il tentativo di portare la cultura alle masse, lo sforzo di innalzare il livello di scolarità della popolazione, la speranza di fornire a tutti gli strumenti dei libri e della conoscenza, l'impegno a far crescere un cinema televisione letteratura musica teatro di qualità ma nello stesso tempo fruibile da molti...Tutta roba che la sinistra ha non solo accantonata o dimenticata, ma addirittura disprezzata. Adesso Fassino incontra la sua vecchia tata dalla De Filippi, D'Alema cucina er rizotto da Vespa, altri ballano o cantano in tivù, chi va all'Isola dei Famosi, chi ha un posto letto fisso nei salotti romani o milanesi. Io concordo con Serra: tra ingenui e cinici, meglio, di gran lunga meglio, i primi.
http://lucianoidefix.typepad.com/

alessandro perrone ha detto...

Condivido quanto scritto da Luciano; basti guardare la vicenda che c'è dietro a Liberazione. Tuttavia credo che la dissoluzione della sinistra italiana non sia ormai neppure più, solo, un caso politico e culturale, ma che inizi ad essere anche una caso che ha connotazioni sociologiche e psicologiche, che vanno al di là della mia capacità di comprensione, altrimenti il nulla a cui assistiamo non avrebbe tanta costanza nel durare malgrado i fallimenti politici di gruppi dirigenti ormai alla frutta.

Mammifero Bipede ha detto...

Negarville, dicevo, sapeva benissimo che l'ignoranza è una forma di povertà (ma adesso forse gli ignoranti li chiamiamo meno... meno cosa? Meno colti? Meno informati?)

Io propongo "meno pensanti".
D'altro canto "pensare" è una cosa ormai demodé, sicuramente non aiuta a "far carriera" né a rendersi simpatici rallegrando gli astanti con previsioni apocalittiche, quindi meglio evitare.

Tic, se riesci a trovarne una copia ed a recedere temporaneamente dallo snobismo di cui vai tanto fiero, ti consiglio un romanzo di fantascienza: "Esperimento Dosadi", di Frank Herbert, forse l'idea più agghiacciante che abbia letto sui possibili sviluppi dell'evoluzione (involuzione?) umana.

tic. ha detto...

Herbert quello di DUNE?

lalligatore ha detto...

Non c'entra nulla, lo so.
Ma io, durante queste ferie, ho letto un libro che mi ha folgorato.
Il migliore che abbia letto negli ultimo 10 anni.
"Vita e destino", di Vasilij Grossman (ed. Adelphi).
Monumentale.
..e che il 2009 sia lieve a tutti noi

tic. ha detto...

Gente che stimo molto ne ha sempre detto un gran bene.
Lo devo leggere anch'io e lo farò presto.
Poi le saprò dire. Non necessariamente in blog.

Mammifero Bipede ha detto...

Sì, "quello di Dune" (il libro, non il film!)

Zimisce ha detto...

anche perché era una ciofeca tremenda, il film. a parte il barone harkonnen che sembra un mio amico.

tic. ha detto...

Concordo: il film faceva cagare.
La peggior regia di David Lynch?

Zimisce ha detto...

aggiudicato. secondo me l'ha girato durante un attacco di licantropia. e si è pure sforzato di tirar fuori una merdaccia, perché il primo libro della saga di DUNE è davvero godibile. mah.