domenica 8 febbraio 2009

Una segnalazione


E' in uscita, per minimum fax, una nuova edizione de La solitudine del maratoneta, di Alan Sillitoe.
Ne avevo già parlato, in talkischeap (http://tic-talkischeap.blogspot.com/2007/10/proposito-di-canzoni-e-di-maratoneti.html). Era l'ottobre del 2007. Il mio quindicesimo post (o giù di lì...).
Ricordo che qualcuno, al tempo, mi chiese perché caspita avessi mai scritto di Tom Courtenay, di Tony Richardson e di Alan Sillitoe.
Io lo capii una decina di giorni dopo, il perché. Nel momento in cui decisi anch'io di smettere di correre (e di chiudere, in questo modo, una lunga pagina della mia vita).


Il corridore alle mie spalle doveva essere molto lontano perché era tutto così tranquillo, e c'era persino meno rumore e movimento che alle cinque di un gelido mattino d'inverno. Non era facile capire, e tutto ciò che sapevo era che dovevi correre, correre, correre, senza sapere perché correvi, ma via che andavi attraverso campi che non capivi e dentro boschi che ti mettevano paura, scavalcando colline senza sapere che eri salito e disceso, e saltando ruscelli che t'avrebbero gelato il cuore se ci fossi caduto dentro. E il traguardo d'arrivo non era la fine, anche se la folla t'avrebbe accolto con applausi, perché dovevi continuare a correre prima di riprender fiato, e l'unica volta in cui ti fermavi sul serio era quando inciampavi in un tronco d'albero e ti rompevi l'osso del collo oppure cadevi in un pozzo abbandonato per giacere in eterno nelle sue buie viscere. Allora pensai: no, non mi lascio mettere nel sacco da questa presa in giro della gara, questo correre e cercare di vincere, questo trottare per un pezzo di nastro azzurro, perché non è questo il modo di tirare avanti, per quanto loro spergiurino che lo è. Non dovresti preoccuparti di nulla e andare dritto per la tua strada, non lungo un percorso segnato apposta per te da gente che tiene in mano una caraffa d'acqua e una bottiglia di tintura di iodio nel caso tu cada e ti tagli per poterti raccattare – anche se vuoi restare dove sei – e rimetterti in moto.
(da La solitudine del maratoneta, Einaudi, Torino, 1981, pp. 52-53).

Il vicesegretario (ovvero: ultime notizie dalla tolda del Titanic)

“Di fronte a temi così ogni parlamentare risponde alla sua coscienza. E in particolare, i cattolici del Pd conoscono da cento anni la lezione dell'autonomia delle scelte politiche. Ascolteranno le parole della Chiesa, ma poi decideranno secondo coscienza. Non accetterebbero indicazioni di voto, che certamente non arriveranno, da parte della Chiesa.”

(Dario Franceschini, vicesegretario del Partito democratico)



Avete inteso, si? Bene, allora segnàtevelo...
I cattolici del Pd conoscono da cento anni la lezione dell'autonomia delle scelte politiche: perciò ascolteranno le parole della Chiesa, come no, ma non accetterebbero mai e poi mai delle indicazioni di voto, che certamente non arriveranno, da parte della Chiesa medesima.
Nella foto, il vicesegretario.

sabato 7 febbraio 2009

Paraculeggiate, paraculeggiate: qualche cosa resterà...

Sulla devastazione in corso d'opera, davvero imperdibile la posizione del Casini.

Secondo il quotidiano la Repubblica, l'Udc 'nel merito condivide la forzatura del decreto “salva-Eluana” (del resto erano stati proprio i centristi ad invocarlo per primi)' e con Pier Ferdinando Casini ribadisce 'il «massimo rispetto per le motivazioni del capo dello Stato di cui apprezziamo il ruolo»'.
Là. Col Berlusconi eversivo MA ANCHE un po' col presidente Napolitano, dai...
Che c'è? Vi ricorda forse qualcuno?

Pensiero stupendo



Nerone. L'ammazzacristiani.

venerdì 6 febbraio 2009

See you down the road

Si chiamava in realtà Erick Lee Purkhiser.
Lo si conosceva (quelli che lo conoscevano) con il nom de plume di Lux Interior, era il cantante dei Cramps nonché uno dei più straordinari frontman della storia del rock'n'roll: spiritato, epilettico, minaccioso, isterico, felino, sciamanico. In una parola, selvaggio (but really wild, che cazzo vi credete?).
Se n'è andato due giorni fa, a sessantadue anni compiuti da qualche mese. Aveva il cuore malato.
Cosa posso dirvi dei Cramps? Vediamo... I Cramps sono un film di Jack Arnold. Sono una storia da Tales from the Crypt (prossimamente su questi schermi, tra l'altro). Sono un episodio di Twilight Zone. Un immaginario fatto di mosche umane, teenager che sono lupi mannari, idoli voodoo, balli di zombi, appuntamenti con Elvis. Garage Songs From Outer Space (if you know what I mean...) che suonano un po' horror movie e un po' cartoon.
Eppoi, vedete, la prima volta che ho sentito Tear It Up di Johnny Burnette, Strychnine dei Sonics, Primitive dei Groupies, Fever di Little Willie John, Sunglasses After Dark di Dwight Pullen, The Way I Walk di Jack Scott, The Crusher dei Novas e forse (forse...) persino Psychotic Reaction dei Count Five e Surfin' Bird dei Trashmen, è stato sui dischi dei Cramps. Come dire che c'è un pezzo del mio cuore su Off The Bone, Songs The Lord Taught Us e Psychedelic Jungle.
Oggi sono entrato nel sito internet della band e ho firmato il guestbook. Ho scritto così: “Ciao Lux. See you down the road”.
Sia lieve la terra a Erick Lee Purkhiser, Lux Interior.

mercoledì 4 febbraio 2009

La Farnesina puntualizza (ovvero: ultime notizie dalla tolda del Titanic)

Chantal Sciuto (una tipa che viene definita dalla stampa “dermatologa dei Vip”. E si capisce: anche ai Vip può venire la scabbia) e Franco Frattini (un tipo che viene definito da un sacco di persone “ministro degli Esteri della Repubblica Italiana”. E questo si capisce meno: siamo sicuri che la Repubblica Italiana ce l'abbia, una politica estera?) si sono lasciati dopo aver filato per nove mesi.

E' stata la Farnesina (in persona!) a farcelo sapere, puntualizzando che il ministro degli Esteri (?) della Repubblica Italiana non ha certo lasciato la signora Sciuto con un sms, echeccazzo, porca la puttana, ma come minchia si può pensare che un raro gentiluomo come il ministro degli Esteri (?) Franco Frattini (?) possa essersi comportato in tal modo? Ma con chi pensate di avere a che fare, gentaglia?Immagino che la povera signora Sciuto stia pensando al suicidio, in questo momento. E si capisce: la fine di un amore è sempre una cosa devastante, come no... In più, dev'essere tremendo perdere un uomo dello stampo di Franco Frattini, ministro degli Esteri (?) della Repubblica Italiana.
Si faccia coraggio, signora, la prego... E in ogni caso tenga presente che

“I rasoi fanno male,
i fiumi sono freddi,
l'acido lascia tracce,
le droghe danno i crampi,
le pistole sono illegali,
i cappi cedono,
il gas è nauseabondo...
Tanto vale vivere.”

(Dorothy Parker)

lunedì 2 febbraio 2009

! eragac onnaf icilottac I

E' uscito, per i tipi di Piemme, L'ora di Satana. L'attacco del male al mondo contemporaneo, di padre Livio Fanzaga, direttore storico di quella Radio Maria (pare sia il più grande network spirituale del mondo: 55 emittenti presenti in 50 paesi. In Italia, 850 ripetitori) che sempre tanto ridere ci fa.
L'autorevolissimo settimanale Panorama l'ha intervistato per l'occasione e sentite un po'.

Perché dice che è arrivata l'ora di Satana?
Soprattutto nei paesi di tradizione cristiana assistiamo a un attacco satanico senza precedenti contro il genere umano: questa volta l'Anticristo non si accontenta di uccidere l'uomo ma punta a distruggere l'intero pianeta.

Insomma, l'Apocalisse le sembra vicina.
Dipende soltanto da noi. Questa non è solo l'ora di Satana, è anche il tempo di Maria. Dall'apparizione della Madonna a Parigi nel 1830 fino a Medjugorje, passando per Lourdes e Fatima, la Vergine cerca di mettere in guardia l'umanità dal diffondersi di ideologie del male che puntano a scristianizzare l'Europa.

C'era l'Anticristo dietro l'attacco alle Torri gemelle?
Certamente sì. Lo ha confermato Maria, Regina della Pace di Medjugorje, pochi giorni dopo quella tragedia. “Oggi Satana vuole la guerra e l'odio” ha detto la Vergine ai veggenti il 25 settembre 2001. L'Anticristo ha sganciato una sorta di bomba atomica spirituale: l'odio e l'intolleranza si diffondono, alimentando lo scontro di civiltà. Ma attenzione, perché questa bomba atomica spirituale potrebbe diventare reale, in mano a fanatici e terroristi. Allora sarebbe la fine.

C'è Satana dietro a vicende come quella di Eluana Englaro?
Il demonio vuol convincere l'uomo che può essere signore della vita, che ha diritto a deciderne l'inizio e la fine a piacimento. Non è così, la vita è un dono di Dio, perciò va difesa dal concepimento fino alla morte naturale.
(...)

Il satanismo si sta diffondendo?
Il demonio punta a costituire la propria chiesa. Perciò lancia messaggi anzitutto fra i giovani. La musica, in particolare quella rock, è uno dei principali veicoli di comunicazione di Satana. Per questo bisogna vigilare: è inaccettabile, per esempio, che Raffaella Carrà canti in prima serata una canzone dedicata a Satana.

Qui di seguito, le terribili parole di Satana, di Boncompagni-Pelloni-Bracardi.


Everybody
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Satana di vanità
Anima di falsità
Satana ti sognerò
Satana mi pentirò
Satana dagli occhi blu
Truccami come vuoi tu
Satana, volgarità
Satana, fatalità
Portami all'inferno
Pago per amore
Lascio tutto
E vengo via con te
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar!
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar!

Magica divinità
Brivido di libertà
Anima senza pietà
Lasciami per carità
Portami all'inferno
Pago per amore
Lascio tutto
E vengo via con te
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Portami all'inferno
Pago per amore
Lascio tutto
E vengo via con te
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Vamos a bailar, vamos a bailar
Eccetera eccetera eccetera...



Roba fortissima, nevvero?
Raliab a somav. Raliab a somav.
Raliab a somav. Raliab a somav.
Raliab a somav. Raliab a somav.


Qui sopra: Padre Livio di Radio Maria. Sembra un rictus, il suo, ma in realtà egli sta sorridendo.

domenica 1 febbraio 2009

Parte della storia



“Il membro del congresso Patrick Kennedy afferma che non c'è giorno in cui qualcuno non gli racconti la storia di dove si trovava quando uccisero suo zio Jack. Di quanto la gente sia ansiosa di ricordare le proprie storie, come se dopo tutti questi anni cerchino ancora di afferrarne il senso. Pur tuttavia egli afferma di capire l'importanza della mitologia, e il modo in cui le storie non si limitino a preservare i miti, ma aiutino a collegarli al mondo in generale. E che a volte è proprio il ri-raccontare quelle storie a creare uno scopo. Che il collocarsi al loro interno rende le cose leggermente meno insensate. Patrick Kennedy, che non sarebbe nato prima di altri quattro anni dall'esplosione di quei proiettili, è divenuto parte della storia” (Adam Braver, Dallas, 22 novembre 1963, pagg. 75-76).

Forse sta in questo passo la chiave di lettura di un romanzo che ho finito di leggere da pochi giorni e che mi è piaciuto davvero molto. In una recente intervista Adam Braver, l'autore, ha dichiarato di aver scritto un libro “about mythology, myth making, and memory”. E lo sappiamo: i Kennedy appartengono più al mito che alla Storia. Braver ha provato a collegare quel mito al mondo immaginando “what was going on off-stage, the private moments in the wings”: il dietro le quinte di quel 22 novembre 1963 a Dallas, insomma. Il fulcro della narrazione è la figura tragica di Jacqueline Bouvier Kennedy, Jackie.

Jackie che non vuole togliersi di dosso quel tailleur rosa di Chanel sporco del sangue del marito ("I want them to see what they have done to Jack"); Jackie che, per il bene del paese, dovrà presenziare, sull'Air Force One, al giuramento del nuovo Presidente, Lyndon Johnson, che la vuole al suo fianco (“- Se solo Johnson avesse fatto il suo lavoro, - dice O'Donnell, - tenendo sotto controllo il Texas come avrebbe dovuto fare, allora... Se solo avesse fatto quel che doveva fare. - Indegno, - dice lei. Una parola semplice, sprezzante”); Jackie che non vuole cedere perché “deve assolutamente restare aggrappata a Jack ancora un po'”; Jackie la First Lady, “il titolo cui ha cercato di resistere. Non voleva infilarsi nei panni di qualcun altro. Ma adesso il pensiero di non averceli più – di non essere la First Lady – sembra addirittura peggio. Come glieli avevano gettati addosso, adesso glieli sottraevano, con altrettanta facilità. Gli uomini di Johnson minimizzeranno il suo ruolo il più in fretta possibile. La vorranno vedere scomparire. Dileguarsi con un respiro in un freddo mattino.”; Jackie, che alla fine cede, solo per i figli (“Lo farò per i miei figli. E non mi cambio d'abito. Niente sfilate.), perché sappiano che il loro padre non può andarsene tanto facilmente; Jackie che ci metterà un'eternità a percorrere un breve tragitto all'interno dell'aereo, dalla sua stanza da letto (sua e di Jack: ci sono ancora i suoi capelli, sul cuscino) alla suite presidenziale dove l'attende Johnson: lo fa con il corpo intorpidito, mentre le torna in mente un'espressione letta in un romanzo o sentita in un film, con passo spagnolo (“Quando un marinaio condannato, legato e imbavagliato, è costretto a camminare lungo un'asse sporgente dalla murata della nave finché il suo peso non lo fa precipitare in mare”). E' con passo spagnolo che Jackie si incammina verso la ragion di stato, con indosso quel tailleur di Chanel imbrattato di sangue.

Capito cos'ha combinato Adam Braver? C'è chi l'ha accusato di immoralità (Carolyn See sul Washington Post - Dallas: Still Too Fresh for Fiction): un conto è lavorare su Abraham Lincoln (e Braver l'ha pure fatto), un presidente assassinato un secolo e mezzo fa; altra cosa parlare di John F. Kennedy. Caroline, la figlia del Presidente e di Jacqueline Bouvier, è ancora viva: come si possono inventare ben due telefonate in cui Lyndon Johnson sembra flirtare con Jackie, vedova da pochi giorni, senza pensare a Caroline? Ma come si è potuto pensare di mettere le mani - è questa la domanda, alla fine - in quella che è memoria personale ancora dolorosa per moltissimi americani con lo scopo di ricavarne della fiction? Perché si sa: every American remembers where he or she was when the assassination occurred. But don't we all know that already?

Secondo me il voyeurismo di Braver (come potrebbe non esserci del voyeurismo, in un'opera come questa?) è ampiamente riscattato da una pietas dolentissima e dall'assenza più assoluta di qualsiasi retorica e sensazionalismo: “We always understand the assassination in terms of what it meant to the country and its sense of identity, but I really wondered about it at the most personal level (which perhaps in fact was a mirror for the country)”.
Ricercando questa rappresentazione at the most personal level, lo scrittore scende dal mondo dei Grandi (Jackie, Lyndon Johnson, Bobby Kennedy) giù giù fino ai ricordi e alle emozioni di Bobby Hargis, motociclista nel corteo presidenziale di quel giorno a Dallas (“Quando il Presidente Kennedy si drizzò a sedere nell'auto, il proiettile lo colpì in testa, il proiettile che lo uccise; e la testa come gli eplose, e io mi ritrovai tutto imbrattato di sangue e di cervello, una specie di acqua sanguinosa. Non era vero sangue”), di Abe Zapruder, che filmerà la morte di JFK con una cinepresa Bell&Howell 414 DP realizzando così la più famosa ripresa amatoriale della Storia, o di Vaughn Ferguson, responsabile della manutenzione della Lincoln Cosmopolitan su cui il Presidente andò incontro alla morte. E non sono, questi, gli unici private moments off-stage che Adam Braver ha immaginato (ma sembrano più veri del vero).
Ne è uscito un romanzo corale, caleidoscopico, di straordinaria forza e leggibilità. Caldamente consigliato dal vostro affezionatissimo tic.